La misura del Tempo nel Rinascimento

A partire dal XIV secolo, seppur lentamente, gli orologi iniziarono a diffondersi, scandendo le ore nelle città italiane ed europee in generale. Ma non sempre la maniera di conteggiare era la stessa, per esempio in Italia si adoperava battere gli orologi 24 volte partendo dal tramonto, mentre in Germania dal sorgere del sole. Inghilterra e Fiandra invece si limitavano a dodici battiti cominciando a mezzogiorno e a mezzanotte rispettivamente. Insomma, ogni città decideva, secondo la sua tradizione e i suoi interessi, il miglior modo di segnalare il lento passare delle ore. E ricordiamo che non tutti i sistemi meccanici avevano la lancetta dei minuti, sistemi che richiedevano usualmente l’intervento degli esperti sia per la manutenzione, che per le frequenti rettifiche.
Cambiava così, poco a poco, il rapportarsi con il tempo, il mutare abitudini legate a costumi ancestrali. Addirittura una petizione dei lionesi del 1481 chiedeva l’introduzione di un orologio al fine di aiutare le attività commerciali: “se fosse fatto un orologio di questo tipo, verrebbero alla fiera più mercanti, oltre al fatto che i cittadini sarebbero molto confortati e contenti, e condurrebbero una vita più ordinata e la città ne acquisterebbe in decoro” (1). Cosicché tali congegni avrebbero regolato appuntamenti e riunioni, aperture e chiusure di negozi e porte cittadine, orario di lavoro per i dipendenti, e via dicendo.
Ciò che una volta si affidava al ciclo della natura, al sorgere e al calare del sole, adesso si affidava a un apparato meccanico, tentando di fissare il momento del risveglio mattutino e la misurazione del giorno, degli anni. Degli anni sì, in quanto pochi conoscevano la loro età fisica e pochi erano registrati nei documenti ecclesiastici. Per cui, accadeva che si poteva più o meno facilmente sfuggire a una tassazione – di solito iniziava a 15 anni d’età – o al servizio militare, la cui età minima variava dai 15 ai 20 anni.
Intorno ai primi del XVI secolo, la propagazione degli orologi anche portatili riflettevano oltre che una necessità, anche una moda. Ci informa Antonio de Beatis che, nel 1517-1518, accompagnando il cardinale d’Aragona a Norimberga, lo aveva visto acquistare vari orologi al fine di regalarli a eminenti personalità.
Normalmente era la primavera a segnalare un nuovo risveglio e un nuovo anno, la gente comune si affidava ai primi fiori, ai primi germogli, i contadini erano legati alle stagioni, al loro raccolto, alle loro semine. Nei documenti legali però c’era bisogno di un tempo ufficiale, un tempo che determinasse una certa uniformità e universalità. Non sempre il nuovo anno iniziava in modo uguale in tutti i paesi: alcuni partivano dal 25 dicembre, altri dal 1° gennaio, altri ancora dal 25 marzo, chi dal 1° settembre. Le ricorrenze segnalavano anche certi eventi, per esempio la Sorbona apriva i propri corsi il giorno dopo la festa di san Martino, o, secondo “The Great Chronicle of London”, la pace fra Inghilterra e Scozia del 1499 fu proclamata nel giorno di San Nicola, ossia il sesto giorno di dicembre.
Le stagioni, i riti religiosi, i pasti giornalieri, le festività, i raccolti avevano individuato il lento passare del tempo, non solo nel primo Rinascimento, ma nel Medioevo in generale, dove le campane di chiese e monasteri giocavano un ruolo davvero essenziale. Fino a quando l’orologio non cambiò il modo di affrontare la nuova realtà imprenditoriale.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pagg. 21-29.
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Articolo correlato:
- L’orologio di Chioggia nell’Italia del XIV secolo.


4 Risposte to “La misura del Tempo nel Rinascimento”

  • pietroperrone

    Caro Gaspare Armato, il tema del tempo è molto affascinante. Il racconto degli strumenti per la sua misurazione disegna una storia piena di imprevedibili sorprese.
    Mi sono divertito molto a leggere alcuni testi in materia.
    Posso consigliartene uno – se non lo hai già letto – di Ernst Junger. “Il libro dell’orologio a polvere”.

    Oltre ad essere davvero ricco di informazioni, e di notizie, e di idee, e di filosofia… è intriso di un caldo senso di distacco, dovuto alla veneranda età che aveva maturato l’autore al momento in cui lo aveva scritto.

    Ti cito solo una frase, per dare il senso della piacevole intelligenza e della saggia riflessione a cui ci si può abbandonare leggendolo:
    “Se i nostri orologi fossero solo macchine che misurano il tempo, il cambiamento non sarebbe tanto importante. Determinante è il fatto che esse sono macchine che creano il tempo, che producono tempo”… “in noi vive anche la dimensione dell’eterno, un potere che si alimenta alla fonte dell’eterno e che, come il braccio di Gulliver, lacera la ragnatela del tempo dell’orologio. Lì è la nostra forza. Nella selva non batte l’ora. Non saremo perciò in eterno vittime dell’automatismo. E’ questo il segreto delle dottrine della salvezza. Se fosse altrimenti non potremmo neppure riflettere sul tempo”………

    Lo so Junger era un personaggio strano e pericoloso. Io non sono un suo “adepto”, o seguace. Nè tantomeno ho simpatie filo naziste. Tutt’altro. Però in questo libro il tempo lo si vive come te lo può raccontare un saggio vecchio che conosce tanmte cose e, poichè è un amico, te le confida teneramente…

  • babilonia61

    Pietro: grazie per il tuo apporto, ogni granello di sabbia aiuta a formare la duna della clessidra, e ogni contributo serve a comprendere meglio un determinato tema. Buona domenica.

  • Zweilawyer

    Un articolo molto interessante, complimenti.
    L’orologio effettivamente cambiò in maniera radicale la concezione del tempo e la sua misurazione. In un certo senso, questo strumento portò a una materializzazione del tempo che potrebbe aver modificato la forma mentis dell’uomo rinascimentale.

    Zweilawyer

  • babilonia61

    Zweilawyer: benvenuto e grazie per commentare. Buona serata.

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