I ceti sociali nel primo Rinascimento e la morte

Il tema della morte è sempre stato un argomento lungamente e largamente esaminato nella storiografia in generale, tema che ha attratto anche – molto meno oggi – la fantasia e il pennello degli artisti.
Ben sappiamo che la società continuava a dividersi, nel periodo da noi preso in considerazione, il primo Rinascimento, in categorie, e secondo l’appartenenza si avevano privilegi, favori e concessioni. Ne Lo specchio del Mondo di Caxton, del 1481, si legge per esempio:

“Quelli che lavorano dovrebbero fornire ai chierici e ai cavalieri il necessario per vivere nel mondo in modo dignitoso; i cavalieri dovrebbero difendere i chierici e i lavoratori affinché non sia fatto loro nessun torto; i chierici dovrebbero istruire e insegnare agli altri, indirizzarli nei loro lavori in modo tale che nessuno faccia qualcosa che debba dispiacere a Dio o per cui debba perdere la Sua grazia” .(1)

Divisione abbastanza semplificata, cavalieri che combattono, chierici che educano e pregano, contadini che lavorano: per l’epoca, un equilibrio e un’armonia da non sovvertire, conseguenza rivoluzioni, sangue, pene, dolori. Eppure c’era un qualcosa di naturale che li accomunava: la paura per la Morte.
Albrecht Kauw (1621-1681), riprendendo il ciclo di Danze macabre, Totentanz - in tedesco - (1515-1519), di Niklaus Manuel (1484 ca.-1530) che decoravano il cimitero dei frati domenicani a Berna, cimitero a sua volta distrutto nel 1660, ci ha lasciato una rappresentazione davvero grottesca, dove, in una serie di scene, raffigura la Morte che accomuna tutti i ceti sociali e, mano nella mano, li accompagna nell’aldilà.
Niklaus, da parte sua, si dilettava rappresentando la Chiesa con un papa, un cardinale, un patriarca, un vescovo, un abate, un canonico, un frate e un eremita, mentre fra la classe nobile annovera un imperatore, un re, un duca, un conte, un cavaliere, un membro dell’Ordine Teutonico. Poi seguivano i meno nobili: un professore, un medico, un giurista, un avvocato, un astrologo, un consigliere, un mercante, un magistrato, un balivo, un soldato, un contadino, un artigiano, un cuoco, un pittore. Le tre divisioni superbamente ritratte in una dimensione collettiva di un’esperienza a cui tutti sono iscritti.
Ma la Morte, ironicamente e cortesemente, sovvertiva l’ordine umano e interrompeva le attività di ognuno di loro, e senza mezzi termini, forse allegramente, si portava via un’imperatrice, una regina, una badessa, una monaca, una prostituta, oltre a una giovane, una moglie, una vedova, uno scapolo, un pazzo.
Nulla e nessuno sfuggiva, il suo potere era superiore a quello di re e imperatori, nessuna schiera di armati poteva fermarla, nessuna preghiera era tanto convincente da interrompere il suo cammino, ogni momento era valido per lasciare gli affari e la famiglia. Queste sarcastiche decorazioni, pertanto, dovevano ricordare al visitante che la Morte non perdona e che tutti sono in balia di un destino che temevano penoso e insidioso, ma che accettavano come parte della vita.
Il tempo si fermava, l’azione si bloccava, Lei era l’unica a danzare.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag. 186.

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P.s.: Un particolare ringraziamento al mio amico Robert Selinger per avermi fornito preziose informazioni tradotte dal tedesco.


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