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Nov 282009
 

Cos’è la moda? Un semplice evento momentaneo, una caratteristica della Storia, una maniera di essere presenti, un modo di apparentare una determinata ricchezza, un distinguersi dagli altri? Bianca Maria Rizzoli ci parla del fenomeno moda.

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La moda è un fenomeno talmente complesso che riesce difficile darne un’univoca definizione. La maggior parte degli autori ne traggono conclusioni sociologiche. La moda sarebbe (o sarebbe stata) un fenomeno che evidenziava la differenziazione delle classi sociali. In passato la cosa era molto più immediata da capire: per fare un esempio, il tessuto, che fino all’Ottocento era fatto a telaio ed era di origine animale o vegetale (lana, seta, cotone, lino, canapa), aveva prezzi diversi a seconda della provenienza, della morbidezza e della lavorazione. Anche il colore evidenziava la differenza sociale prima dell’invenzione dei coloranti sintetici. La porpora, che durante il periodo bizantino era destinata esclusivamente al Basileus (imperatore romano d’Oriente) era ottenuta dai murex, molluschi da cui si traeva una sola goccia di tintura. Si può facilmente immaginare come fosse preclusa per la sua rarità, alla gente normale o povera. Il rosso, che poteva essere ricavato anche da insetti come la cocciniglia, o da piante come la robbia e il brasile (un legno sudamericano detto anche verzino), in passato costava tanto che era completamente al di fuori della portata della plebe, che nel medioevo veniva chiamata, proprio per questo “gente grigia”. Cosimo de’ Medici il vecchio, cui un tale chiese come si sarebbe dovuto comportare un buon uomo di governo, rispose: ”Vesti di scarlatto e parla poco”.

Con l’avvento delle signorie, dei principati in Italia e degli stati nazionali d’Europa, le corti si ingrandirono aumentando in fasto e magnificenza. Ormai appartenere all’aristocrazia richiedeva un apparato sfarzoso che, oltre all’abbigliamento, includeva servi, palazzi, territori. Su questa grandeur aveva non poco influito la corte di Spagna, dove si era convinti di vivere in una glaciale superiorità. Per lunga tradizione i nobili erano certi che il potere di cui godevano derivasse direttamente da Dio, e il vestito stesso (siamo tra Cinquecento e Seicento) li trasformava in idoli, con l’aiuto di gorgiere, busti e guardinfanti che limitavano le movenze del corpo. Lo stesso scopo avevano le lavorazioni in oro e pietre preziose, i merletti e i ricami. A quell’epoca all’oro e pietre preziose si attribuivano poteri soprannaturali. Contemporaneamente la gente comune, che indossava per lo più stracci, era messa in caricatura, come si può ben vedere dai quadri dell’epoca.

La rivoluzione industriale inglese del Settecento, e la Rivoluzione Francese, modificarono solo in parte le distinzioni sociali di cui sopra. Durante l’Ottocento nemmeno l’apertura dei primi magazzini che vendevano moda pronta riuscì a inventare l’abbigliamento democratico, perché la borghesia, che era risultata vincente dopo gli sconvolgimenti rivoluzionari, al posto del concetto di “lusso” applicò quello di “stile”,  dedicato in particolare ai dettagli. Certamente una giacca fatta a macchina non aveva il medesimo stile di una fatta a mano: non gli stessi revers, lo stesso taglio, lo stesso aplomb. Per cui un gentiluomo o una gentildonna si riconoscevano per questo tipo di eleganza meno sfarzosa ed esibizionista, ma altrettanto costosa, nonché per la provenienza di abiti e accessori, che per l’uomo dovevano essere rigorosamente inglesi, e per la donna francesi. La nascita della professione di stilista, alla fine dell’Ottocento, permise un facile riconoscimento dell’abito di lusso, grazie ai giornali di moda che tenevano informato il pubblico sulle nuove collezioni, e grazie alla linea inconfondibile che avevano, per fare un esempio, abiti firmati Dior, Chanel, Saint Laurent.

Attualmente, il marchio in bella vista sui vestiti ha la stessa funzione, solo che, dal momento che il numero di persone che si può permettere un Armani anche usato è aumentato, la confusione si è moltiplicata. Non si può quindi che riprendere il vecchio proverbio: “L’abito non fa il monaco”. In modo più sottile, determinato dalla pubblicità e dal marketing, il marchio non designa una qualche superiore spiritualità, ma il gusto di abbracciare un tipo di filosofia di cui esso sarebbe l’elemento comunicatore. Le campagne di Benetton, con i ragazzi di ogni razza, il rifiuto della guerra e della violenza, la provocazione di mille colori, sono indirizzate a giovani che si identificano in un mondo pacifista, interrazziale, allegro libero e amichevole. Ulteriori elementi distintivi dell’abito servono a qualificare varie professioni, come il camice del medico, la toga del magistrato, ecc.

Anche le cosiddette culture “vincenti”, ossia quelle che hanno dimostrato una maggiore aggressività e una potenza tecnica ed economica più avanzata, sono state capaci di imporre il loro modo di vestire alle altre razze. Per fare un esempio, le mode americane hanno conquistato il mercato europeo dopo la seconda guerra mondiale, e le famose sneakers, le scarpe da ginnastica usate nei colleges, hanno cominciato ad entrare di prepotenza anche da noi. Per lo stesso motivo in Oriente si sono largamente diffusi gli abiti occidentali, e in Giappone il Kimono è quasi sparito, se non come abito da casa o indumento delle geishe. Infine, tipico fenomeno del nostro tempo, è l’entrata dei giovani nel mondo della moda avvenuta nel secolo scorso, all’inizio con indumenti di protesta come i jeans, l’eskimo, la T-shirt, gli abiti etnici ed usati. Abiti da contestazione, abiti femministi, abiti che rifiutavano il costume classico borghese e che esprimevano le esigenze di vivere in mondo diverso, furono conquistati dal mondo della moda, che li ha rilanciati come oggetti di elite stravolgendone completamente il significato originario, e obbligando contemporaneamente molti adulti ad indossarli per esibire una falsa giovinezza. La nostra moda di oggi è oramai determinata dalle multinazionali che ne hanno fatto un business, moltiplicando gli stili e la confusione, sfruttando il fenomeno della globalizzazione per imporre abiti costosi realizzati da mano d’opera a costo zero. La moda non è solo l’abito, ma tutto ciò che coinvolge il corpo. L’attuale ricerca della giovinezza a tutti i costi recluta industrie d’abbigliamento, palestre, fabbricanti di cosmetici e profumi, in un enorme giro d’affari di cui siamo tutti più o meno inconsapevoli fruitori.

Ma che dire dell’aspetto psicologico del vestito? Questo fattore è legato alla personalità del soggetto e al rapporto che ha con sé stesso e il proprio corpo e quindi, probabilmente, va indagato a parte per ogni individuo e ogni classe di età. Come si spiegherebbe altrimenti la differenza tra due signore settantenni, una col grembiulone e le scarpe basse, l’altra con i tacchi a spillo e il viso rifatto? Un divertente libretto purtroppo sparito dalla circolazione: “Il corpo incompiuto”, di Bernard Rudofsky ipotizza che in ogni caso l’essere umano ritiene che il corpo nudo non corrisponda a canoni estetici o espressivi soddisfacenti, e quindi sia necessario per l’uomo addobbarlo e trasformarlo in qualche modo, siano le cicatrici o le pitture corporali che si praticano ancora in Africa, sia il multiforme abito occidentale che conosciamo.

Bianca Maria Rizzoli

Comments

  3 Responses to “Il fenomeno moda”

  1. alcune piccole considerazioni. Intanto ciao Rino a ciao anche a Bianca, ottimo il suo articolo.
    La livrea è fondamentale per ogni animale: se potessero, anche gli animali a quattro zampe o quelli a sei si addobberebbero secondo quello che ‘sentono’ di essere. Più forti, più grandi, più belli, più importanti…più. Non per niente la moda, o le usanze e le costumanze del vestirsi, nascono da uno stato di normalità di base e per distinguersi da questo. Pensa solo al passaggio dal pelo al vestito: quale vantaggio insito nella perdita di peli e nell’utilizzo di coperture posticce? La base, per comprendere, è lì: nell’etologia.

  2. Interessante ed esaustivo post. La moda è un ripercorrere a ritroso gli usi e i costumi dei popoli, un tempo la tendenza era di nicchia, mentre ora con la globalizzazione le cose sono cambiate. Il buon gusto e la raffinatezza non hanno prezzo. Mi ha colpito l’epoca in cui il popolo era soprannominato “grigio”, vestivano spento perchè non potevano permettersi stoffe colorate troppo dispendiose. C’erano divisioni anche nell’abbigliamento. Il progresso ha quasi annullato queste classificazioni.
    Un saluto pomeridiano.

  3. Grazie a tutti e due per l’apprezzamento. Sono d’accordo con paopasc che trova una spinta animale nell’uso delle livree colorate. Sono invece parzialmente d’accordo con Annamaria quando dice “il progresso ha quasi annullato queste classificazioni”. E’ vero che oggi ci si riesce a vestire benino spendendo poco, ma c’è ancora una bella differenza tra un jeans di Armani e uno di bancarella. E poi non dimentichiamo che molte classificazioni si sono spostate su altri target, come la casa, le moto, le automobili, i viaggi, etc.

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