La moda racconta la Storia

La Storia può essere narrata da diverse angolature: politica, sociale, religiosa, antropologica, culturale, e via dicendo, tutte sfaccettature di uno stesso racconto, di uno stesso continuum.
In un commento a un articolo precedente (qua), la professoressa Cristina Galizia lanciò l’idea di raccontarla attraverso la moda, l’evoluzione dei costumi, ripercorrere, cioè, alcune caratteristiche storiche alla luce degli abbigliamenti, dello stile, del modo di vestire.
Capigliatura femminile nel Rinascimento italianoE allora mi viene subito in mente l’Arte, gli artisti, quegli artisti che tramite i loro quadri ci permettono prendere visione di usi e costumi d’altri tempi. Tele che ci segnalano, per esempio, le acconciature femminili, le suppellettili, gli abiti, in quel Rinascimento che grande influenza ebbe – anche, ma non solo – sul costume.
Medesima cosa si potrà affermare con i dipinti di Vermeer, dove il pittore rappresentava la borghesia olandese del XVII secolo, borghesia frutto degli scambi commerciali con oriente e occidente. La moda racconterà in tal caso particolari della storia delle colonie americane, così come dell’influenza orientale, racconterà dei colori in voga, degli abiti, degli accessori… per non dimenticare il lusso e lo sfarzo francese che cercava di diffondersi per l’Europa intera.Costumi popolari, Francia 1795
Il Settecento sarà invece un periodo che segnerà in Francia un “prima della rivoluzione” e un “dopo la rivoluzione”: la moda romperà dei confini e sarà pronta ad accogliere le innovazioni politiche-culturali-sociali del XVIII secolo, dell’Illuminismo, del nuovo modo di vedere e vivere la vita. La Storia influirà nei costumi e i costumi paleseranno le nuove ideologie. Ricordiamo brevemente la nascita dei pantaloni di cui ci ha parlato la professoressa Bianca Maria Rizzoli in un articolo precedente (qua).

Questa breve introduzione per invitarvi a continuare il tema, ad apportare le vostre conoscenze, il vostro parere, a commentare. Un invito rivolto non solo agli insegnati, ma anche agli alunni, a tutti, appassionati o meno, un invito che vuole essere dialogo e scambio di opinioni.


18 Risposte to “La moda racconta la Storia”

  • gtursr

    non seguo la moda, per cui caro rino non sono la persona più adatta a darti delle risposte….mi piace vestire classico e in modo femminile….non mi piacciono gli estremismi.
    per quanto riguarda il passato ritengo sia stata una bella conquista “permettere” indossare alle donne i pantaloni…!!!
    ciao rino, roberta.

  • La moda racconta la Storia « babilonia61

    [...] fonte: La moda racconta la Storia « babilonia61 Articolo aggregato il 5 novembre, 2009 alle 11:24 ed archiviato in Moda. Puoi seguire il dibattito [...]

  • Annamaria

    La moda racconta la storia e tanto, attraverso i costumi è facile interpretare lo stile della gente, il loro pensiero. La moda attuale è trasgressiva per alcuni versi, è anticonformista: pantaloni a vita bassa che mettono in evidenza parti del corpo le quali dovrebbero essere coperte, gonne mini che scoprono più del necessario, quindi una moda fatta di apparizioni che vogliono stupire. E’ l’epoca dell’innovazione e chi sceglie una moda tragressiva lo fa con il preciso intento di liberarsi dai vecchi tabù. Ma esiste anche una moda conservativa che butta un occhio al passato, quindi nostalgia dei tempi andati. La moda è al passo con i tempi, un’epoca dinamica prevede abbigliamenti adeguati che consentono scioltezza nei movimenti, con gli abiti del periodo ottocentesco l’attuale dinamismo femminile sarebbe impensabile. Secondo la concezione di vita nascono i costumi.
    Interessante post, spero di aver risposto almeno parzialmente al tuo quesito.

    un caro saluto
    annamaria

  • Roberta

    Considerato il tipo di abbigliamento, e soprattutto i “ritocchi” fisici con cui trasformiamo il nostro corpo, direi che la moda oggi ci dice questa è, purtroppo, l’epoca in cui è più importante apparire piuttosto che essere!

  • babilonia61

    Roberta: è vero, certe evoluzioni socio-culturali hanno permesso alla donna essere più libera di esprimere la propria mentalità, la propria concezione della vita, la propria creatività… e meno male. Un abbraccio.
    Annamaria: ben dici; la moda ha subito le influenze della Storia e nello stesso tempo ne ha palesato il cammino. A me vengono in mente i costumi di fine ’800 primi del ’900, quei costumi balneari che coprivano interamente il corpo, in confronto ai bikini di oggi: un salto una volta impensabile. Alcuni di noi magari sono legati ad alcune tradizioni, hanno un concetto del pudore ben diverso da quello, diciamo, di 50 o 70 anni fa. In ogni modo, personalmente vedo il tutto come un cammino, un continuum storico che parte con la nascita dell’uomo sino ad arrivare ai nostri giorni. Buona serata e un sempre grazie per partecipare.
    Roberta: mi domando se la moda non abbia dato più importanza all’apparire che all’essere, nel senso di porsi al centro dell’attenzione, un modo di presentarsi, di evidenziarsi. Certo, rispecchia l’essere, il carattere, rispecchia un nostro determinato modus vivendi. Grazie per essere presente. Un felice pomeriggio.

  • cata

    Estimado Don Babilonia:
    Como siempre nos deleita usted con sus temas interesantes y sus preguntas agudas.
    La moda, el vestir, los ropajes de cada epoca dicen muchisimo de como vive y como piensa la gente. Sì la moda que veo en estos parajes europeos puede servir a deducir las caracteriscas de las personas que la usan podria decir:
    Atrevida, insegura, a veces vulgar pero tambien podria decir liberal, comoda, gris.
    Interesante argumento.
    Me despido de usted con una frase de Cervantes:
    “”El caballero mejor vestido es aquel que no llama la atención de nadie.”
    Cata, viviendo en una epoca donde ya no hay caballeros

  • babilonia61

    Cata: es un gusto recibir sus notas en este blog. Usted tiene toda la razòn, però hay una cosa que me gusta de esta epoca, y es la libertad de expresar nuestros proprios pensamientos también por medio de la moda, sin que nadie nos pueda criticar. ¿No es esta acaso evoluciòn? Un abrazote, fuerte.
    P.d.: me encantò el refràn de Cervantes!

  • Stefi

    Caro Rino,
    anche se non seguo la moda la osservo da distante.
    Tanti gli aspetti che si possono considerare ma effettivamente il discorso sarebbe troppo lungo, quindi mi limito a qualche semplice pensiero.

    Non sono un’esperta e mi baso su quanto ho letto e visto, nel corso del tempo, qui sul tuo blog per osservare che forse nel passato le mode consentivano, in qualche modo, una maggior personalizzazione, mentre oggi spesso la moda tende ad omologare producendo una serie di cloni per ogni nuova stagione. Per seguire la moda è sufficiente che osservi le colleghe in ufficio, soprattutto per colori e calzature..

    Credo che la moda sia stata sempre più comoda e pratica per gli uomini che non per le donne, anche se, con la modernità, si è conquistata una certa parità almeno in questo ambito.

    Non sempre moda vuol dire eleganza, ma l’eleganza è sempre di moda a mio avviso.
    Inoltre trovo che scarseggi creatività, innovazione: ho osservato la riproposizione, con poche modifiche, di tutti gli stili dagli anni ’60 in poi… Quindi non solo tendiamo a ripetere la Storia ma anche la moda…

    Moda e trasgressione?? Nel momento in cui la “trasgressione” è di massa in realtà si è creata una nuova regola socialmente accettata! O forse mi sbaglio.

    Quest’estate trovandomi a Berlino mi ha proprio incuriosito la estrema diversificazione e spesso originalità dell’abbigliamento e riflettevo proprio che non dominando apparentemente una moda, ogni individuo, con la sua peculiare soggettività, attirava l’attenzione più sollecitata ad osservare la persona, cogliendone non solo l’abbigliamento ma anche i tratti e le espressioni.
    Ma forse ciò dipende solo da una diversa cultura.
    Gli unici assolutamente omologati: i turisti e fra questi più di tutti gli italiani! :-)
    Un abbraccio e buona domenica.

    Stefi

  • babilonia61

    Stefi: interessante il tuo commento; personalmente considero la moda più come una “storia della moda”, come un derivato di uno sviluppo storico, come un processo sociale evolutivo, in poche parole la vedo come un accadimento, un fatto, un evento. Di conseguenza, come accennato nel post, esamino certi eventi alla luce del costume, dell’abito fisico, magari riflettendo sulle conseguenze che ha avuto l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, la decadenza dei nobili, e via dicendo… i sansculotte, per esempio.
    Oggi? Anche oggi è storia di uno sviluppo socio-economico-politico. Parlavi dei ragazzi tedeschi, di Berlino, del loro voler apparire, manifestarsi, mostrare le loro tendenze. La democrazia, la libertà d’espressione ci ha portato alla caduta di tabù, di regole, di costrizioni che una volta gravavano sulle nostre teste. Oggigiorno si ha voglia di essere protagonisti più che un tempo, una volta magari la possibilità era riservata ai ricchi, agli abbienti, oggi invece è quasi di tutti.
    Si potrebbe continuare…
    Una buona e felice domenica.

  • annarita

    Caro Rino, un tema affascinante!

    Risalendo all’etimo del termine moda esso deriva dal latino modus, i, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, ritmo.

    Ci sarebbe tantissimo da dire sulla moda…

    Partendo dal passato remoto, l’abbigliamento alla moda era appannaggio delle sole classi abbienti soprattutto per via del costo dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale.

    Il termine moda compare per la prima volta, nel suo significato attuale, nel trattato La carrozza da nolo, ovvero del vestire alla moda, dell’abate Agostino Lampugnani, pubblicato nel 1645.

    La moda (storicamente costume) nasce solo in parte dalla necessità di coprirsi con tessuti, pelli o materiali lavorati ad hoci. In realtà l’abito assunse anche precise funzioni sociali, adatte a distinguere le varie classi e le mansioni sacerdotali, amministrative e militari. Le donne, che ne erano escluse, non per questo rinunciavano a vestirsi con cura estrema.

    Più legato alla psicologia è l’aspetto del “mascheramento”. Gli abiti possono servire a nascondere lati della personalità che non si vogliono far conoscere o, viceversa, a mostrarli. Si pensi, ad esempio, al proverbio: “l’abito non fa il monaco”.

    Facendo un salto di secoli, per arrivare agli anni sessanta irrequieti e provocatori, essi hanno radicalmente cambiato la morale e lo stile di vita in cui siamo tuttora radicati. Nonostante il benessere economico, gruppi sempre più folti di giovani, misero sotto critica la società patriarcale e dei consumi, proponendo nuovi modelli.

    Chi non ricorda il montgomery?

    In California un ristretto gruppo di giovani intellettuali, la beat generation crearono una nuova filosofia di vita basata sulla ricerca della libertà anche attraverso esperienze estreme.
    In Francia la moda metallica di Paco Rabanne, la pop art, l’optical art, etc.

    Mi fermo, Rino, altrimenti rischio di perdermi.

    Consiglio la lettura del libro libro di Hadley Freeman, The Meaning of Sunglasses, che suscita delle interessanti riflessioni.

    Per quanto mi riguarda, la moda è qualcosa di personale.

    Quello che mi piace della moda è la sua non-razionalità, la possibilità di infinite variazioni su un tema.
    Quando ero ancora all’università, ricordo che mi piaceva creare la “mia moda”, ad esempio mescolando i colori dei fili di lana per creare con le mie mani cardigan all’uncinetto o a maglia,che per me erano originali ed esprimevano il mio gusto, al di fuori dei canoni del momento!

    Rino, hai chiamato sopra Annamaria con Annarita!;)

    Un abbraccio.
    annarita

  • annarita

    Rino, rileggendo ho notato dei refusi “hoci” per “hoc” e la ripetizione del termine “libro”.

    Scusa, ma la velocità…

  • babilonia61

    Annarita: bell’excursus il tuo. C’è una cosa su cui spesso rifletto, su come oggi la moda serva più come maschera che come mezzo per proteggerci del freddo o dal caldo, o dalle intemperie. Maschera che esalta e risalta sia parti del nostro corpo che della nostra personalità, o che nasconde. L’evoluzione, perché di evoluzione immagino si tratti, è semplicemente un risultato del passare dei secoli, del tempo, un risultato – storico – del cambiamento, di quell’infinito cambiamento che essere umano percorre ogni giorno.
    Ricordo anch’io negli anni settanta i pantaloni a zampa di elefante, i miei capelli lunghi… e tante altre espressioni di quell’epoca, insomma un modo come un altro per appartenere, forse, a una tribù, a una particolare forma di vivere il tempo storico.
    Un abbraccio.

    P.s.: grazie per avermi segnalato il lapsus calami, ho rimediato.

  • riccardo

    Salve, Rino.
    Qualche cosetta al volo prima d’andare a correre.
    La moda, come hai detto egregiamente nel post e come hanno detto benissimo anche i tuoi commentatori, è un prodotto storico.
    Essa dipende in maniera spesso molto diretta dai rapporti sociali; spesso, ahinoi, da quelli di dominio di una classe sulle altre.
    Mio padre diceva che da ragazzo, si poteva riconoscere il lavoro di una persona dal suo abbigliamento…
    Il figlio del pescatore, dell’operaio, del contadino ecc. non solo non poteva seguire alcuna moda, ma spesso non poteva neanche permettersi un abbigliamento di base. Non di rado, doveva andare scalzo!
    I cosiddetti “signori” potevano far coincidere moda ed abbigliamento e ciò era strettamente connesso alle loro finanze.
    Nella zona mineraria del Sulcis-Iglesiente, gli alti profitti dei proprietari delle miniere permettevano a loro ed alle loro donne di potersi “scapricciare” con capi d’abbigliamento ed accessori difficili da trovarsi nello stesso capoluogo.
    I figli dei minatori ed gli stessi minatori, continuavano ad andare scalzi e coi calzoni rattoppati.
    Si arrivò all’assurdo che perfino le palazzine in cui risiedevano sia i proprietari che i tecnici delle miniere, richiamavano uno stile liberty che risultava quasi ridicolo, in un luogo di duro lavoro come quello.
    Stamattina, se guardo la mia tenuta da corsa, vedo che la moda è… arrivata anche qui, ma al contrario.
    I giovanissimi riderebbero dei miei calzettoni “al ginocchio” e dei miei lunghi e ruvidi calzoncini.
    Loro corrono con calzini che a me fanno pensare a quelli di Barbie ed i loro calzoncini sono “firmati.”
    Ma se devi correre su un terreno fangoso e fare lo slalom in mezzo a cespugli…
    Ciao Rino, spero di non esser andato fuori tema e che… non piova!

  • babilonia61

    Riccardo: sempre piacevoli i tuoi commenti. Vero, a pensarlo bene una volta – parliamo della giovinezza dei nostri padri o dei nostri nonni – si distinguevano i meccanici dai contadini, i dottori dai commercianti, gli operai dai maestri… e via dicendo. L’abbigliamento quasi faceva lo status sociale. Oggi sembra una omologazione, tutti con le stesse scarpe di tennis, con gli stessi jeans, con lo stesso cappotto… insomma forse è meglio così. C’è poi una certa classe sociale – non riesco ad identificare – che oggi adopera, per esempio, determinate marche, quelle di famosi stilisti, quelle marche che costano un occhio della testa. Mah, che dire! L’evoluzione sociale mi sembra non segua l’evoluzione culturale, chi veste un vestito firmato spesso ne sa di meno che un buon operaio comune. Ma questo è un altro discorso, entro in un campo pieno di mine.
    Buona giornata e… di sicuro non pioverà.

  • paopasc

    buona sera babilonia61
    vedi che nella proposta tua e in quella di Cristina vi è il succo dell’innamoramento alla storia, e io vi lancio un’ulteriore spunto: insegnarla con i soldatini, con le figurine da incollare e ritagliare su cartoncini, ‘costruendo’ i plastici dei vari periodi oppure anche ‘rappresentandoli’, oppure anche con un videogioco, perchè la storia altro non è che vita vissuta in altri tempi, ma questo, come fai a capirlo? (quello che si scrive sui libri sembra così distante…)
    E intanto, nell’uscire, butto lì un (convinto) complimento ;)

  • babilonia61

    Paopasc: benvenuto e grazie per partecipare. Bella la tua idea di raccontare la Storia anche tramite i soldatini, i diorami, le figurine da ritagliare e magari da collezionare. Perché è vero che un’immagine, un video, un disegno, un quadro, resta per lungo tempo nella nostra memoria, più, magari, di una serie di parole scritte.
    Grazie ancora. Buona serata.

  • Bianca Maria Rizzoli

    La moda è un fenomeno talmente complesso che riesce difficile darne un’univoca definizione. La maggior parte degli autori ne traggono ragioni sociologiche. La moda sarebbe (o sarebbe stata) un fenomeno che evidenziava la differenziazione delle classi sociali. In passato era molto più immediato da capire: per fare un esempio il tessuto, che fino all’Ottocento era fatto a telaio ed era di origine animale o vegetale (lana, seta, cotone, lino, canapa) aveva prezzi diversi a seconda della provenienza, della morbidezza e della lavorazione. Anche il colore evidenziava la differenza sociale prima dell’invenzione dei coloranti sintetici. La porpora, che durante il periodo bizantino era destinata esclusivamente al Basileus (imperatore romano d’Oriente), era ottenuta dai murex, molluschi da cui si traeva una sola goccia di tintura. Si può facilmente immaginare come fosse preclusa, per la sua rarità, alla gente normale o povera. Il rosso, non solo porpora, in passato costava tanto che era completamente al di fuori della portata della plebe, che nel medioevo veniva chiamata, proprio per questo “gente grigia”. Altrettanto dicasi per le lavorazioni in oro e pietre preziose, per i merletti e i ricami. La rivoluzione industriale del Settecento, modificò solo in parte le distizioni sociali di cui sopra. Nemmeno l’apertura dei primi magazzini che vendevano moda pronta non riuscì ad uniformare l’abbigliamento. Perchè al posto del concetto di “lusso” si affermò quello di “stile”, che si applicava anche ai dettagli. Certamente una giacca fatta a macchina non aveva il medesimo stile di una fatta a mano: non gli stessi revers, lo stesso taglio lo stesso aplomb. Per cui un gentiluomo o una gentidonna si riconoscevano per questo tipo di eleganza meno sfarzosa ed esibizionista, ma altrettanto costosa. La nascita della professione di stilista, alla fine dell’Ottocento, permise un facile riconoscimento dell’abito di lusso, grazie ai giornali di moda che tenevano informato il pubblico sulle nuove collezioni, e grazie alla linea inconfondibile che aveva, per fare un esempio, un abito firmato Chanel. Attualmente il marchio in bella vista sui vestiti ha la stessa funzione. E quindi: la distinzione sociale che è una delle funzioni dell’abito non è affatto sparita. Come non è sparita la distinzione professionale, o l’influenza di mode vincenti a seguito di conquiste belliche o particolari sviluppi economici. Per fare un esempio, le mode americane hanno conquistato il mercato europeo dopo la seconda guerra mondiale, e le famose sneachers, le scarpe da ginnastica usate nei colleges hanno cominciato ad entrare di prepotenza in ogni tipo di abbigliamento. La moda di un popolo vincente infuenza spesso quello perdente o “arretrato”, e non a caso in Oriente si sono largamente diffusi gli abiti occidentali.
    Ma che dire dell’aspetto psicologico del vestito? Questo fattore è legato alla personalità del soggetto e al rapporto che ha con sè stesso e il proprio corpo e quindi, probabilmente, va indagato a parte per ogni individuo e ogni classe di età. Come si spiegherebbe altrimenti la differenza tra due signore settantenni, una col grembiulone e le scarpe basse, l’altra coi tacchi a spillo e il viso rifatto? Un divertente libretto purtroppo sparito dalla circolazione: “Il corpo incompiuto”, di Bernard Rudofsky ipotizza che in ogni caso l’essere umano ritiene che il corpo nudo non corrisponda a canoni estetici o espressivi soddisfacenti, e quindi sia necessario per l’uomo addobbarlo e trasformarlo in qualche modo, siano le cicatrici che si praticano ancora in Africa, sia l’abito occidentale che conosciamo.
    Per quanto riguarda la nostra moda attuale, occorre sottolineare l’influenza delle multinazionali che ne hanno fatto un business, moltiplicando gli stili e la confusione, sfruttando il fenomeno della globalizzazione per imporre abiti costosi realizzati da mano d’opera a costo zero. La moda non è solo l’abito, ma tutto ciò che coinvolge il corpo. L’attuale ricerca della giovinezza a tutti i costi recluta industrie d’abbigliamento, palestre, fabbricanti di cosmetici e profumi, in un enorme giro d’affari di cui siamo tutti più o meno inconsapevoli fruitori.

  • babilonia61

    Bianca Maria: grazie per il tuo gradito commento che ho seguito con interesse. Certamente, alla base della moda c’è – anche, ma non solo – lo stato sociale, l’appartenere a una categoria piuttosto che un’altra. E, generalmente, la classe meno abbiente, nelle loro limitate possibilità, cercavano e cercano ancora oggi seguire gli usi e costumi dei più benestanti, l’ultimo cappello, l’ultimo cappotto, l’ultimo accessorio. Rifletto dunque che i desideri hanno un ruolo davvero rilevante, desiderio di avere sempre un qualche oggetto al di sopra delle nostre possibilità, oggetto che ci dovrebbe distinguere dalla massa. Tutto ciò una volta era più palese, oggi forse – dico forse – lo è meno. Ecco, la storia della moda sembra così essere anche storia dei desideri, storia delle ambizioni… insomma, dei sentimenti umani.
    Grazie ancora, buona serata.

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