Ricevo da Alessio Miglietta e pubblico con piacere un suo intervento sulla vita di alcuni famosi storici. Il primo, di una serie, è dedicato a Gaetano De Sanctis.
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Vite (di storici)
Ogni vera storia è storia contemporanea.
Benedetto Croce[1]
Vita magistra historiae.
Gaetano De Sanctis
Prefazione
“Vite (di storici)”, parafrasando Svetonio[2], vuole essere una breve rassegna del pensiero e dell’opera di studiosi che, in epoche diverse, si sono occupati delle vicende umane passate, compiendo, al contempo, un’analisi storiografica ricca di chiari e diretti riferimenti al proprio formato culturale e alle proprie esperienze esistenziali.
Scrivere di Storia, infatti, significa anzitutto scrivere del passato con gli occhi del presente: molto spesso le opere di storiografia dicono più del proprio autore e della relativa epoca, di quanto riescano a dire sui fatti oggetto di analisi.
Si cercherà, quindi, d’individuare questo aspetto della produzione storiografica, attraverso lo studio delle opere (spesso ci si soffermerà su una in particolare) e delle vicende personali di alcuni dei più significativi e illustri esponenti della Scienza Nuova. Si è deciso di cominciare con un grande protagonista della scuola italiana di storia antica, greca in particolare, attivo soprattutto nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale: Gaetano De Sanctis. Strenuo difensore dei valori cattolici e democratici, fu, tra l’altro, uno di quei dodici professori che rifiutarono il giuramento al regime fascista.. Proprio questo evento drammatico portò lo storico ad elaborare una sentita e personalissima interpretazione della storia greca antica, che divenne un vero e proprio manifesto contro le limitazioni alla libertà individuale: la “Storia dei Greci[3]”, pubblicata nel 1939, alla vigilia del secondo conflitto mondiale e in pieno regime fascista.
Non a caso, fu proprio Gaetano De Sanctis, riprendendo una celebre, e sovente abusata, frase di Cicerone[4], a dichiarare: Vita magistra historiae.
A questo proposito, la metafora di Edward H. Carr[5] chiarisce, con semplicità, il tema che si vuole affrontare in questi brevi scritti, relativo alla soggettività dell’interpretazione storiografica: una montagna, pur mantenendo la sua forma oggettiva, può essere descritta, a seconda del punto di vista dell’osservatore (che può variare in distanza e prospettiva), in innumerevoli versioni soggettive, tutte differenti tra loro ma tutte egualmente veritiere.
Si può quindi concludere, senza timore di esser smentiti, che l’opera storica può più facilmente consentire al lettore di comprendere il pensiero e la mentalità dell’epoca in cui la stessa è stata scritta, di quanto possa fare nei riguardi dell’epoca sulla quale l’opera è stata scritta. Non è forse vero che La storia delle Crociate di Michaud[6] dice più sull’uomo romantico che su quello medievale?
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Gaetano de Sanctis, la storia come percorso di libertà
Storia dei Greci, 1939
La questione del giuramento [fascista] per me non è soltanto questione politica, ma anche, soprattutto, questione morale.
Gaetano De Sanctis[7]
Sopra le leggi scritte sono le leggi
non scritte, ma eterne. Questo mi ha insegnato per primo Socrate.
Gaetano De Sanctis[8]
Imperversava, in Germania, intorno alla metà dell’Ottocento, una scuola di studiosi di storia antica che soleva individuare un nesso diretto tra il concetto di libertà e il procedere della storia. La storia dei Greci terminava, sempre a parere di questa scuola, con l’evento che, di volta in volta, gli storici individuavano come momento interruttivo della libertà e dell’autonomia delle poleis greche. Venne così variamente individuato il termine dell’esperienza storica del popolo greco antico, a volte nella battaglia di Cheronea, altre volte nella vittoria di Filippo di Macedonia su Atene e Tebe.
Gaetano De Sanctis si formò proprio all’ombra di quella scuola, ma sviluppò ulteriormente la teoria dello stretto legame tra storia e libertà, individuando nella tensione tra libertà personale e Stato, il momento finale della storia di un popolo: per questo motivo la sua “Storia dei Greci” s’interrompe con il processo e la condanna di Socrate da parte degli Ateniesi. De Sanctis dedicherà la propria attività di studioso proprio a questa concezione, attraverso un’opera complessiva incentrata in particolar modo sull’evoluzione della cultura e del pensiero. I suoi eroi, infatti, saranno gli acuti filosofi e i grandi statisti, più che i coraggiosi condottieri e i carismatici generali.
Gaetano de Sanctis nacque a Roma il 15 ottobre 1870, quando l’eco del cannone che fece breccia a Porta Pia ancora risuonava nella città eterna, ultimo baluardo del dominio Pontificio. Pio IX si ritirava sdegnato in San Pietro, inaugurando un lungo periodo di totale chiusura nei confronti della giovane monarchia italiana.
Vittorioso, l’anticlericalismo s’insediava in ogni sede del potere e dell’amministrazione romana. I Savoia imposero immediatamente alle famiglie aristocratiche romane e ai funzionari dell’amministrazione il giuramento di fedeltà alla monarchia. La famiglia De Sanctis, con coerenza, rifiutò di giurare; i parenti dell’appena nato Gaetano persero ogni privilegio, ogni potere e, con quelli, anche il lavoro. La carriera del padre fu troncata senza esitazioni e il piccolo Gaetano fu costretto a trascorrere un’infanzia di sacrifici e privazioni, quasi nell’indigenza. Il comportamento della famiglia, come risulta evidente dagli stessi scritti dello storico, gli servì da esempio e segnò non poco il suo pensiero: molti anni dopo anch’egli prenderà la coraggiosa decisione di rifiutare di prestare giuramento di fedeltà ad un regime contrario ai suoi ideali, in nome della libertà di pensiero.
Dopo la formazione a Roma, all’età di trent’anni, Gaetano de Sanctis ottenne la cattedra di Storia Antica all’università di Torino, dove insegnò ininterrottamente, fino al 1929.
Fu quindi a Torino che il professore, convinto sostenitore del partito popolare, accolse con seria preoccupazione la notizia dell’ascesa al potere del fascismo: “il 22 ottobre il re spergiuro capitolò a fronte di un avventuriero[9].” La sua posizione di netta contrarietà al fascismo fu immediata e rimase fermissima per tutto il ventennio, come fu sempre ferma la sua avversione nei confronti di quei liberali che, dal 1924 in poi, rimasero soli al governo coi fascisti.
Nella sua autobiografia, leggiamo un giudizio sprezzante su Mussolini, in chiave, peraltro, storiografica: “Debbo riconoscere che la tirannide ha storicamente una funzione nelle vicende dei popoli. Quando un regime invecchiato si irrigidisce e marcisce […] in generale avviene che […] il passaggio tra i vecchi e i nuovi regimi sia segnato da avventurieri più o meno abili che, senza averne bene consapevolezza, abbattono le istituzioni vecchie e preparano la via alle nuove. […] Disgraziatamente il duce era ben lontano dalla genialità di un Napoleone o di un Pisistrato[10].”
Nel marzo del 1923, ebbe occasione di conoscere direttamente il duce che lo aveva convocato, insieme al collega Colonnetti, per discutere delle sovvenzioni statali necessarie al mantenimento dell’università di Torino. Lo storico romano ne riporta i dettagli, non senza una punta di sarcasmo: “Mussolini ci ricevette, come allora soleva, in piedi, con tight e gambali di cuoio, in veste cioè di perfetto cavallerizzo. […] A me fece, nella movimentata conversazione che seguì, particolarmente l’impressione di un attore [..]. Certo dall’istrionismo non sono mai liberi i tiranni. […] “Quanto volete dunque?” “Un milione.” Rispose Colonnetti […]. “Non è possibile.” rispose Mussolini. “Allora noi il 27 di questo mese chiuderemo gli sportelli.” […] “Ve lo proibisco.” “Quel che voi dite”, riprese imperterrito Colonnetti, “significa che voi ci darete i mezzi per provvedere ai pagamenti.” Il duce rispose: “Mettetevi d’accordo col ministro Gentile.” Il colloquio era terminato, e la vittoria nostra era pienissima[11].”
Il colpo di Stato del 1925, che limitò drasticamente la libertà di parola e di pensiero, non indusse ancora Gaetano de Sanctis a prendere una posizione ufficiale nei confronti del regime. Nonostante le insistenze di alcuni colleghi e amici, mantenne l’incarico di membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. La gioia e la fiducia che aveva suscitato, in tanti cattolici italiani, la conciliazione dello stato fascista con la Chiesa, si erano ben presto spente davanti alla svolta autoritaria del fascismo. Lo stesso sentimento nutriva Gaetano de Sanctis che, se da una parte decideva di non opporsi ancora frontalmente alla dittatura, dall’altra, sicuro della precarietà delle tirannidi, ripeteva a bassa voce e a denti stretti: nihil violento durabile.
Nel 1929 fu chiamato a sostituire il maestro Beloch alla cattedra di Storia Greca dell’università di Roma. Proprio a quell’epoca il regime si preparava a un deciso giro di vite nei confronti degli intellettuali antifascisti.
La prima iniziativa in tal senso fu quella dei professori universitari, vicini ideologicamente al regime, che pubblicarono il manifesto di fede fascista. A ciò rispose l’iniziativa di Benedetto Croce con un manifesto dalle opposte intenzioni. Gaetano De Sanctis lo firmò, sebbene non condividesse per nulla l’impostazione liberale e anticlericale. Ma la tirannide era sempre in cerca di nuove vie di dominio: su suggerimento di Giovanni Gentile, il duce in persona pretese il giuramento al regime di tutti i professori universitari; per chi rifiuta, pronto il licenziamento.
Gaetano De Sanctis ricevette nel suo studio il foglio dattiloscritto con l’intimazione di firmarlo: “Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempiere a tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria ed al Regime Fascista”.
Rifiutò recisamente: “il giuramento non poteva essere accettato da professori probi e di retta coscienza[12].” La motivazione non poteva essere più chiara e netta: il giuramento fascista era contrario alla libertà di pensiero e ai principi cristiani. Giovanni Gentile, reale ideatore di questa imposizione, insistette non poco affinché l’illustre storico, cocciuto idealista, firmasse quelle carte. Si trattava, tutto sommato, diceva il ministro del duce, solo di questioni politiche, aliene al mondo dei puri intellettuali. Ma per il professor De Sanctis era soprattutto una questione morale: consegnò, infatti, le sue dimissioni alle autorità accademiche, che, con eccessivo zelo, lo sospesero senz’altro da ogni attività e interruppero immediatamente i relativi emolumenti.
Gaetano De Sanctis conservò ancora i suoi incarichi presso le istituzioni private. Ma non era ancora finita. Tra l’estate e l’autunno del 1938 arrivarono anche in Italia le leggi razziali. Le potentissime lobby ebraiche d’Inghilterra e Stati Uniti d’America, paesi che fino ad allora perseguivano una politica di amicizia nei confronti del fascismo, reagirono con sdegno. Le istituzioni di cultura italiane, finora escluse dalle imposizioni governative, dovettero espellere tutti i membri non ariani e non fascisti. Gaetano De Sanctis ricevette un nuovo ultimatum: o presentava dichiarazione scritta di appartenenza alla razza ariana e alla fede cattolica o sarebbe stato allontanato dalle associazioni di storia e archeologia. De Sanctis, non solo consegnò la dichiarazione in bianco, sebbene fosse cattolico, ma aiutò e sostenne i propri allievi ebrei. Fu costretto, così, al completo isolamento culturale; era il 1939.
In quell’anno, mentre la Germania nazista cominciava il suo progetto di espansione territoriale e di guerra, Gaetano De Sanctis pubblicava la sua Storia dei Greci, insieme opera di dottrina e di pensiero. Lo storico pose al centro della sua dissertazione la polis e la sua autonoma struttura; un’organizzazione sociale, peculiare del popolo greco, che solo semplicisticamente può essere tradotta in “città” o “città-stato”. La polis fu molto di più. Non c’é quindi da stupirsi se molti storici ritennero di individuare nella fine delle poleis la fine della storia del popolo greco. De Sanctis ne era convinto; individuò nel processo a Socrate l’inizio del declino della polis più rappresentativa, almeno dal punto di vista culturale, dell’universo di piccole autonomie della realtà della Grecia classica. Ne uscì un testo storico concepito come analisi della storia greca come un’unità sostanziale, anche se somma di singole realtà. Non era, peraltro, la prima volta che lo storico dedicava uno studio ad Atene[13], ma, in questo caso, volle comprendere anche tutte le altre poleis. Come sempre, dedicò ampio spazio ai fatti di cultura, dedicando interi capitoli a personaggi come Omero, Eschilo, Sofocle, Fidia, Tucidide e il già menzionato Socrate. Ed è proprio Socrate a essere protagonista dell’ultimo, fondamentale, capitolo, spesso definito, e a ragione, “una professione di fede“. Quello stesso Socrate che, in varie occasioni, viene da De Sanctis accostato a Gesù: “Cristo e Socrate vinti in apparenza, sono stati in realtà vittoriosi dei loro giudici e carnefici. Anzi precisamente la loro sconfitta apparente, cioè la loro morte, è stata il suggello e il pegno della loro vittoria[14].” “Il primo che morì per aver reso liberamente testimonianza a un’idea nobilissima rifiutandosi fino all’ultimo a un qualsiasi compromesso che l’attenuasse o la negasse, il protomartire nella storia del pensiero europeo, così ricca di martiri, fu Socrate[15].” Ma il protagonista di questi scritti non è né Socrate, né Gesù: è lo stesso Gaetano De Sanctis che, fedele alle sue idee e coerente fino alle estreme conseguenze, si era sacrificato in nome degli stessi principi di libertà che avevano sostenuto i martiri della Storia.
Nihil violento durabile: arrivò il 1943 e, con esso, la disfatta fascista. L’anno seguente lo storico romano fu reintegrato e nominato professore a vita. Dal 1950 fu senatore a vita della Repubblica.
Nella primavera del 1957, dopo lunga malattia, il grande storico si spense. Rimase, fino all’ultimo respiro, fedele all’idea dell’immortalità individuale, che fu di Socrate e di Cristo; le sue ultime parole ne sono la più chiara testimonianza: “Ora sta per cominciare la vera mia vita.“
Opere principali di Gaetano De Sanctis: Per la scienza dell’antichità, 1909; Atthis, 1912; Problemi di storia antica, 1932; Storia dei Greci, 2 voll., 1939; Storia dei Romani, 8 tomi, 1907-1964, gli ultimi tre postumi; Pericle, 1944; Studi di storia della storiografia greca, 1951. Postuma la pubblicazione di alcune lezioni tenute nel secondo dopoguerra: Ricerche sulla storiografia siceliota, 1958; La guerra sociale, 1976 e l’autobiografico Ricordi della mia vita, 1970. Gli Scritti minori (6 voll.) sono stati pubblicati nel 1970-1983.
Bibliografia
Carmine Ampolo, Storie greche, Torino, Einaudi, 1997, pp.162.
M. Bettalli, A. L. D’Agata, A. Magnetto, Storia greca, Roma, Carocci, 2006, pp. 341.
Lorenzo Braccesi, Guida allo studio della storia greca, Bari, Laterza, 2005, pp.195.
Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, pp. 269.
Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, p. 505.
Gaetano De Sanctis, Il diario segreto (1917-1933), Milano, Le Monnier, 1996, pp. 228.
Lelia Cracco Ruggini, La Storia Antica oggi, in AAVV, Storia Antica, a cura di Lelia Cracco Ruggini, Bologna, Il Mulino, 1996, pp.383.
Bibliografia aNobii di “Vite (di storici)”.
[1] Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, Milano, Adelphi, 2001, p. 14.
[2] Gaio Svetonio Tranquillo, De vita Caesarum.
[3] Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, pp. 505.
[4] “Historia magistra vitae”, Cicerone, De oratore, II, 36.
[5] Edward H. Carr, What is History?, Cambridge, 1961.
[6] Michaud, Histoire des Croisades, Paris, 1822.
[7] Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.
[8] Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.
[9] Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 131.
[10] Gaetano de Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 134.
[11] Gaetano de Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 135-138.
[12] Gaetano De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di Silvio Accame, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 149.
[13] Atthis, 1912.
[14] Gaetano De Sanctis, Il diario segreto (1917-1933), Milano, Le Monnier, 1996, p. 207.
[15] Gaetano De Sanctis, Storia dei Greci. Dalle origini alla fine del secolo V, Firenze, La Nuova Italia, 1939, p. 501.












19 settembre 2009 at 7:36 pm
molto interessante e ben scritto, non è facile sintetizzare una mole enorme di informazioni e mantenere vivo l’interesse del lettore…
un uomo che non si piega alle ragioni del potere poi è sempre da ammirare…
un abbraccio
20 settembre 2009 at 10:35 am
Dalloway: grazie, in effetti Alessio è riuscito a dare un buon quadro del De Sanctis. Magari lui ci dirà meglio come ha fatto, come ha racchiuso in poche righe il pensiero del nostro grande storico. Buona domenica.