Il tema trattato in questo articolo è uno di quelli che può apparire strano, curioso, insolito, fatto sta che nel periodo da noi preso in considerazione – fine ’400 inizi ’800 – il problema era davvero grave, tanto grave che sovente la popolazione era preda di malattie infettive, peste, colera, e via dicendo.
Con lo sviluppo delle città e l’abbandono delle campagne, la questione dei rifiuti si presentò in maniera palese, con caratterizzazioni drammatiche a secondo dei luoghi. Il loro smaltimento era un problema che i governi locali non riuscivano a risolvere, anche per una mancata educazione cittadina. Il contadino o la gente di campagna abituata a buttare i suoi rifiuti, qualunque tipo fossero, direttamente sul terreno, una volta giunti in un centro abitato ripetevano la stessa operazione, cosicché le strade, i vicoli, le piazze erano immondezzai a cielo aperto che, a parte essere maleodoranti, erano focolai di malattie.
In Europa, città pulite risultavano essere quelle olandesi, i cui cittadini erano usi a lavare il proprio selciato davanti l’abitazione, grazie al fatto che la maggior parte delle loro vie erano lastricate con mattoni, sin dal Medio Evo. V’era una decreto che proibiva gettare spazzatura dalle finestre: una legge puniva i contravventori.
In Friburgo di Brisgovia, Germania, ancora nel XVI secolo, reggevano delle ordinanze che vietavano accumulare l’immondizia nel fossato cittadino o nei canali, questa doveva essere portata in determinati punti di raccolta vicino il fiume Dreisam, nel quale poi veniva gettata.
Nelle restanti città europee, le strade erano piene di letame, non solo degli animali che servivano a trainare carrozze e carri, ma anche di quegli che usualmente girovagavano per le vie cittadine: mucche, pecore, galline, cani randagi, ecc. Si pensi che a Venezia, ancora nel 1746, si ricordava alla cittadinanza che era proibito allevare maiali e lasciarli liberi.
Usualmente lo sterco era raccolto dalla gente che lo utilizzava per i campi come concime o che lo vendeva ai contadini. In alcune cittadine francesi, sino all’ottocento, si autorizzarono i cosiddetti vagabondi utili a raccattare gli escrementi, con lo scopo sia di pulire, che di dare lavoro a suddetta gente.
A Milano, per esempio, nel ’500, nacquero i navazzari, una specie di antenati dei moderni netturbini. Costoro, muniti di carri, andavano per le strade a raccogliere il letame e i liquami dei pozzi neri delle case dei più abbienti.
Ricordiamo che in quei secoli non esistevano i gabinetti, per cui i bisogni venivano fatti all’aperto, dov’era possibile, per tale motivo certe stradicciole nascoste e poco frequentate erano punti di deposito. Mentre in Oriente i bagni pubblici erano edificazioni che la stessa città si incaricava di costruire e che normalmente tutti adoperavano, in Europa non si era sviluppata la consuetudine. Si racconta che un cittadino siriano, trovandosi a Parigi – siamo negli ultimi anni del ’600 – e forzato da una urgenza, si trovò a disagio e, non volendo fare il suo bisogno in una strada pubblica, fu costretto a “farselo addosso”.
A parte che di escrementi umani e animali, le strade erano luogo di ammasso di rifiuti di altra origine: dai residui di produzione di certi materiali a quelle dei macelli, dalle concerie ai rifiuti domestici, e via dicendo, alcuni di essi tossici.
Le strade cittadine italiane ed europee – con le dovute eccezioni -, non erano pavimentate, erano strade sterrate o coperte solo di sabbia, cosicché pioggia, acque di scolo e avanzi formavano una melma, una fanghiglia spesso di cattivo odore.
Dicevamo che v’erano eccezioni: Perugia, già agli inizi del 1400 aveva buona parte delle sue piazze pavimentate; Roma, con papa Sisto IV a fine ’400, dette ordine di lastricare; Mantova e Genova: anche qua nel XV sec. si iniziò a lavorare in tal senso; a Londra, solo nel 1533. Accadde che, mentre nel resto d’Europa si continuò ad ammattonare, in Italia i lavori si fermarono (fine ’700 inizio ’800).
Con la venuta dell’età dei lumi e, dopo, con la rivoluzione industriale, si invitò i proprietari della case a scavare una fossa per raccogliere le acque sporche, dandone tutte le caratteristiche, come distanza dalle case, profondità, larghezza, lunghezza, note tecniche che si dovevano rispettare. Malgrado ciò, v’era sempre pericolo di malattie infettive, motivate dal fatto che le acque nere di dette buche, col passar del tempo, inquinavano le falde acquifere, falde da cui si prelevava quella per uso domestico.
Quando si iniziò a usare il gabinetto ad acqua corrente – progettato da Sir John Harington nel 1596 -, i residui venivano diretti, tramite canali, nei pozzi neri, ma anche, ahimè, negli scoli delle strade: il problema persistette sotto altra forma!
Insomma, città popolose, poca educazione civica, rifiuti a cielo aperto nelle piazze e nelle vie, mancanza di pavimentazione, vicinanza dei pozzi neri alle acque potabili, erano problemi difficili da risolvere.












31 maggio 2009 at 10:43 pm
Caro Rino,
il problema dello smaltimento dei rifiuti osservo non essere un problema moderno e del resto non era per nulla banale!!…
Pare che l’ Olanda e la Germania fossero più “illuminate” rispetto alle altre nazioni.
A proposito di gabinetti mi sovviene il ricordo della bellissima Efeso e, fra le mirabili vestigia, quelle dei bagni pubblici (anch’essi in marmo se non ricordo male) poco più di un migliaio di anni prima…
Quando li vidi, allineati uno di fianco all’altro lungo il perimetro murario, non potei fare a meno di ricordare quel particolare episodio de “Il Fantasma della Libertà” di Luis Buñuel!
Come cambiano i costumi col trascorrere del tempo! Chissà in futuro??
Un sempre grato abbraccio ed una felice settimana.
Stefi divagando
1 giugno 2009 at 9:02 am
Stefi: corsi e ricorsi storici? problemi che si ripresentano, magari sotto altre forme e aspetti? Governanti che non riescono a risolvere una questione?
A volte rifletto che il fatto di essere nel 2009, il fatto di avere cellulari e computer, il fatto di correre più veloce del suono, serva ben poco alla civilizzazione dell’uomo, se non è seguita da una corretta comprensione dell’essere, da un rispetto verso gli altri e l’ambiente, da un vivere più… degno. Buona settimana, mia cara.
1 giugno 2009 at 7:54 pm
Ciao Rino!
Grazie alla tua graditissima visita,
bello qui da Te,
i “mille volti della storia”
sempre interessante a leggerti!
un caro saluto!
1 giugno 2009 at 8:06 pm
Klara: grazie anche a te. Bello leggersi dopo tanto tempo. A presto. Buona serata.
2 giugno 2009 at 8:16 pm
sempre bello leggerti……rino!
vorrei chiederti una cosa riguardo a un mio post, è giusto ritenere le abitudini quotidiane…….. “Attraverso le usanze, a volte, si possono capire meglio intere popolazione, perchè dimenticarle?”è una giusta interpretazione la mia?
ciao, roberta riconoscente e curiosa…..
2 giugno 2009 at 8:53 pm
Roberta: grazie. Ciò che noi siamo è il prodotto del nostro passato, delle usanze e dei modi dei nostri avi, che risalgono spesso a centinaia di anni addietro. Ogni nazione, ogni popolo ha le sue, che poi diventano particolari a secondo dei luoghi. Certamente, si può cercare di capire, nel complesso, nell’insieme, determinate caratteristiche di quella data gente, della loro forma mentis, del loro fare e disfare. Il tutto con le dovute eccezioni. Ancor meglio, a volte – ma non sempre – basta esaminare il loro passato religioso, l’influenza che questa ha avuto sullo loro vita. E mai, mai dimenticare da dove veniamo e chi siamo, mai dimenticare che siamo il prodotto delle decisioni di ieri, perché, alla fin fine, ciò che stiamo seminando sarà il frutto maturo di domani, quello che degusteranno i nostri figli, ma forse anche noi.
E un’altra cosa aggiungo: non criticare aspramente, non giudicare gli avvenimenti di ieri, il nostro metro è ben diverso, bisogna accettarlo così come ci è stato consegnato. Una felice serata.
2 giugno 2009 at 9:08 pm
grazie a te rino;)
7 giugno 2009 at 2:06 pm
E poi dicono “il bel tempo che fu”.