Per capire un risultato bisogna analizzarne le cause, addentrarsi in particolari spesso sconosciuti, trascurati, poco studiati. La Rivoluzione inglese fu, nell’età moderna, una rivoluzione che aprì le porte a un nuovo modo di governare, di fare politica, che vide i proprietari terrieri alternativamente acquistare e perdere potere, quei gentry, quei copyholder, quei yeoman, che influenzeranno spesso le decisioni statali. A tal proposito, consiglio di leggere con somma attenzione l’interessante libro dello storico inglese Lawrence Stone, Le cause della rivoluzione inglese – 1529-1642, edito da Einaudi. L’autore, che nella prima parte analizza le teorie di altri colleghi, parte da ben lontano, appunto dal 1500.
“Aspetto importante dello sviluppo economico nel secolo XVI e agli inizi del XVII fu il suo progressivo concentrarsi nella capitale, Londra. La popolazione crebbe a passi da gigante, dai 60.000 abitanti circa del 1500 ai 450.000 circa del 1640. [E negli stessi anni] l’aspetto centrale della storia sociale – e dunque politica – inglese […] fu l’aumento del numero e della ricchezza delle classi terriere e dei professionisti.”
L’Inghilterra cambiava aspetto, la società, in un certo qual modo, si trasformava, ma la Corona restava legata ai vecchi principi, e ancor più desiderava concentrare maggiore potere nelle proprie mani, potere che aveva perso col passare del tempo. Cosicché la guerra inizierà con una divisione interna alle élites tradizionali.
Nella sua analisi l’autore sottolinea un punto importante che fa riflettere: “L’Inghilterra alla fine della rivoluzione, nel 1660, si distingueva ben poco da quella al suo esordio, nel 1640.” Ciò non significa che non ebbe conseguenze, ma che bisognerà aspettare qualche decennio per vedere uno stato trasformato, con un parlamento più forte, uno stato che si avvierà verso la modernità, verso un’altra rivoluzione, quella industriale.
Il libro, dunque, più che trattare dell’effetto, tratta delle cause, un libro che vale la pena assaporare per meglio comprendere quella rivolta che caratterizzò il XVII secolo e che sarebbe servita da spunto per le successive, l’americana, la francese.












13 aprile 2009 at 9:31 am
L’Inghilterra cambiava aspetto e con essa il mondo della cultura.
Si affermò nella società e nelle arti una cultura puritana e scientifica ispirata al sobrio repubblicano Oliver Cromwell. Se da un lato ciò diede vita a una maggiore cultura scientifica con le opere di Bacon e Hobbes che prepararono la via al processo di secolarizzazione scientifica che sfociò nell’Illuminismo, dall’altro ci fu un’appiattimento generale della cultura teatrale e della prosa. Si dissolse l’elegante brio del teatro elisabettiano per cedere il posto alla letteratura puritana di chiaro stampo borghese che traeva ispirazione dal rapporto conflittuale tra scienza e religione. I teatri pubblici furono chiusi con la guerra civile e le tematiche letterarie spaziarono dal recupero degli antichi classici di origine greca alla poesia cavalleresca alla letteratura religiosa… che noia.
13 aprile 2009 at 2:44 pm
Grazie della segalazione, come al solito interessante.
Nel Seicento molte furono le rivoluzioni. Si puo’senz’ altro affermare che l’ espressione peculiare della crisi del Seicento si puo’ considerare la serie di rivolte che interesso’ campagne e citta’ d’ Europa, alla cui origine vi fu il peggioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni, colpiti non solo dalle carestie, ma anche da una crescente pressione fiscale esercitata dagli Stati e dall’ inasprimento dei diritti signorili e dei privilegi nobiliari.
La rivoluzione inglese si caratterizza perche’ non si tratto’ di momentanee esplosioni di rabbia prive di un disegno generale e facilmente controllate, e quindi non tali da impensierire le autorita’.
In Inghilterra, invece, una serie di rivolte contadine e la ribellione della Scozia contro il governo di Londra prepararono e accompagnarono il conflitto istituzionale tra sovrano e parlamento.
Tra il 1642 e il 1689, le due rivoluzioni che si ebbero, con in mezzo la ”dittatura” di Crowell, posero le basi per l’ affermazione della monarchia temperata a base parlamentare. Ci fu in pratica un originale equilibrio tra corona e parlamento, da cui scaturi’ un sistema politico alternativo a quello delle monarchie di diritto divino tipiche dell’ antico regime. Inoltre, negli anni compresi tra la prima e la seconda rivoluzione il clima di liberta’ in cui visse l’ Inghilterra forni’ un retroterra per un convulso movimento di idee e di progetti sociali, che hanno interessato istituzioni come il matrimonio, la proprieta’ privata, la liberta’ di coscienza, la liberta’ di religione, l’ eguaglianza giuridica, il ripudio della violenza e della guerra, la comunione dei beni e l’ esperienza di un comunismo agrario.
E’ vero che con il passaggio della corona dagli Stuart a Guglielmo d’ Orange si esaurirono quelle esperienze, ma restarono la liberta’ religiosa e, soprattutto, la lotta politica con il coinvolgimento dell’ opinione pubblica tramite formazioni prepartitiche, i whigs e i tories, che fecero dell’ inghilterra un caso unico di governo fondato sulla liberta’ e sul confronto tra corona e parlamento. Inoltre, il rivolgimento politico e sociale agi’ come laboratorio di una cultura poltica antiassolutista, il che rese grande l’ Inghilterra in campo internazionale.
Grazie ancora.
Buona serata.
Vale.
13 aprile 2009 at 5:02 pm
Marmott: certo, e ricordiamo che il puritanesimo, di cui tu giustamente parli, influì sull’alfabetizzazione, insistendo sul fatto che il popolo doveva essere capace di leggere e riflettere sulle Sacre Scritture, ma alla fine tutto finì per politicizzare gli yeoman, gli artigiani urbani, dando capacità critica. La Rivoluzione ebbe effetti che nessuno si sarebbe aspettato, alla fin fine pochi desideravano modificare lo status quo, quasi che gli effetti salirono dalle mani di coloro i quali volevano solo acquistare potere decisionale senza sconvolgere l’intero sistema. Grazie. Un caro saluto.
Pier: effettivamente, il Seicento fu di un secolo pieno di rivoluzioni, intese nel senso più ampio del termine. Tornando alla Rivoluzione inglese, salta subito all’occhio, e bisogna sottolinearlo, che la società era sottoposta a tensioni, sia perché il numero della popolazione cresceva rapidamente, sia per i prezzi che si duplicavano a vista d’occhio, sia per la vendita delle proprietà terriere che una volta erano in mano alla Chiesa. In poche parole, era una situazione che si stava trasformando rapidamente, e la Corte, d’altro canto, voleva accentrare il potere nelle proprie mani. Tutto ciò veniva muovendosi già da tempo, da Enrico VIII, da Elisabetta I, la cui politica, ci ricorda Stone, era famosa per la sua magistrale inattività e temporeggiamenti tattici, in cui nessuno dei problemi sociali fu risolto. Dunque, tutta una serie di cause che daranno le loro conseguenze a metà del XVII secolo. Grazie per il tuo essenziale intervento. Buona serata.
13 aprile 2009 at 5:37 pm
I tuoi post e successivi interventi sono sempre invitanti per ulteriori discussioni e si corre il rischio, almeno per quanto mi riguarda, che storico non sono, ma un semplice giornalista, che racconta la storia del giorno, di fare invasione di campo.
Domani andro’ dalla mia libraia per ordinare quest’ altro libro per colmare, almeno, in parte, la mia ignoranza.
Buona serata.
Vale
13 aprile 2009 at 5:56 pm
Pier: ti confesso e mi confesso: se non ci fossero interventi come i tuoi e di qualcun altro, mi limiterei a salutare, ringraziare e prendermi un caffè da solo. Invece mi stimoli, oltre a ricordare, giacché il libro l’ho letto tempo fa, a integrare le mie conoscenze con le tue. Un sempre grazie. A presto.
13 aprile 2009 at 6:58 pm
Non ci crederai Rino, ma ho già letto qualche anno fa il libro di Stone Lawrence, prestatomi da mio cognato appassionato di Storia oltre che insegnante di questa disciplina.
Concordo, vale la pena leggerlo…infatti lo rileggerò la prossima estate, periodo in cui mi abbuffo letteralmente di lettura.
Mi preme ricordare qui che la Rivoluzione inglese rientra tra le guerre dei tre regni o guerre delle tre nazioni, una serie di confitti verificatisi in Scozia, Irlanda e Inghilterra tra il 1639 e il 1651, quale seguito del periodo della tirannia degli Undici anni, e ad esse è connessa in modo importante, a mio avviso.
La Rivoluzione inglese, nota anche come La guerra civile inglese, è il più conosciuto tra questi conflitti.
Le guerre ebbero un denominatore comune in fatto di cause scatenanti. Ovvero furono causate dalle tensioni tra il monarca ed i sudditi in materia di diritti civili e religiosi. Le dispute religiose vertevano sul fatto che la religione dovesse essere imposta dal monarca oppure potesse essere una scelta personale.
Le questioni civili invece vertevano sui diritti del parlamento e sulla possibilità del re di imporre tasse e imposte senza il consenso del medesimo. In più vi erano anche elementi nazionalistici, come le ribellioni in Irlanda e Scozia contro la supremazia inglese nei tre regni.
La vittoria del parlamento inglese – sotto Oliver Cromwell — sul re, sugli irlandesi e sugli scozzesi contribuì a determinare il futuro della Gran Bretagna come una monarchia costituzionale con un potere centrale a Londra.
Le guerre dei tre regni ebbero un parallelismo sul continente europeo — come la Fronda in Francia e la ribellione nei Paesi Bassi, Catalogna e Portogallo contro il dominio spagnolo.
Alcuni storici descrivono questo come un periodo di crisi generale in Europa, caratterizzato dalla ribellione delle società conservatrici contro il potere assoluto delle monarchie.
Scusa, Rino, se invado il campo. Non sono uno storico anche se adoro la storia.
I tuoi post mi danno l’occasione di rivedere e di riflettere su alcuni aspetti e di rispolverare anche dei contenuti.
Un abbraccio e a presto.
annarita
13 aprile 2009 at 7:29 pm
Annarita: ben venga il tuo commento che apporta ulteriori approfondimenti. C’è una cosa da sottolineare, che la Rivoluzione inglese non fu voluta, in un certo qual modo e principalmente, dal popolo, a differenza delle altre che verranno, fu una disputa più o meno ad alto livello statale, su chi doveva avere più potere, Parlamento o Corona. I lavoratori, i contadini ebbero ben poca parte decisionale, furono invece carne da cannone per entrambi le parti, realisti e oppositori. Non fu, dunque, una guerra fra poveri e ricchi nel senso comune della parola, difatti fra il 1640 e il 1660 i poveri rurali furono quasi tutti neutrali. Ma ciò non si può capire se non si risale ad Enrico VIII, agli albori della Chiesa anglicana, alle vendite dei possedimenti ecclesiastici, se non si analizza il periodo di Elisabetta I, insomma, se non ricerchiamo le radici principali dell’evento. Un abbraccio.
16 aprile 2009 at 11:47 am
Mi piace il verbo “assaporare” applicato ad un libro di storia. C’e’ tutta la tua passione.
Un caro saluto,
Artemisia