Apr 092009
 

Costume tipico dei lanzichenecchi

I lanzichenecchi, che dal tedesco significa servo del paese, erano truppe speciali, mercenari di fanteria del Sacro romano impero, istituiti ufficialmente dall’imperatore Massimiliano I nel 1493. La maggior parte erano volontari, combattevano dietro ricompenso, diventando soldati a tutti gli effetti, nel senso che la vita militare era il loro lavoro per sostentarsi economicamente. Erano pagati ogni cinque giorni e nel caso non fosse disponibile il denaro avevano l’autorizzazione a saccheggiare per la durata di un giorno la città dove si sarebbero trovati.

Carlo V era oramai diventato imperatore di un grande regno e un pericolo per l’esistenza della Francia, che era stata accerchiata politicamente e militarmente. Cosicché Francesco I, per resistergli, si era alleato con una serie di stati minori, fra i quali Venezia, Firenze e lo Stato della Chiesa. E fu contro quest’ultimo che le truppe mercenarie imperiali lanciarono il loro attacco.

Scesero, dunque, quei combattenti dal nord, attraversando l’Italia, solleticati qua e là da Giovanni (dei Medici) dalle Bande Nere, capitano e abile stratega che morirà ad appena 28 anni, colpito gravemente da un’archibugiata a una gamba.

Spaventato dall’arrivo di questi assoldati tedeschi, la maggior parte luterani, il papa aveva pregato i romani di rimanere in città e difenderla sino all’ultimo respiro. Qualcuno ascoltò l’esortazione, altri invece fuggirono, altri ancora nascosero i loro beni e tesori, addirittura qualcuno mise in convento mogli e figlie, con la speranza di proteggerle, pochi, in verità, si arruolarono per dar manforte alle truppe pontificie. A comandare la difesa della capitale c’era Renzo di Ceri, con circa 5.000 soldati e una forte artiglieria.

Ma la battaglia non fu facile quel 6 maggio, quando i 30.000 soldati di Carlo V, di cui 14.000 lanzichenecchi comandati dal tirolese Georg Frundsberg, guardarono Roma da Monte Mario. Il conestabile di Borbone, in piedi davanti ai suoi uomini stanchi, affamati e pronti a tutto, disse: “Se mai vi è capitato di pensare al saccheggio di una città per guadagnare ricchezza e tesori, eccovela! La più ricca: la signora del mondo.

Avviliti e da tempo non pagati, si lanciarono all’assalto, ma i difensori in un primo momento ebbero la meglio e li respinsero. Ritornarono all’attacco con alla testa il proprio conestabile. La resistenza fu tanto feroce che Carlo di Borbone, 38 anni, cadde morto colpito da un tiro d’archibugio, si dice sparato da Benvenuto Cellini, famoso orafo e artista.

Purtroppo la difesa non durò a lungo. Non appena una piccola pattuglia riuscì a entrare per una finestra di una cantina del cardinale Armellini, lo sconforto prese il sopravvento e i difensori non ebbero altra scelta che ritirarsi. Papa Clemente VII, nipote di Lorenzo il Magnifico di Firenze, non volendo lasciare l’altare dove stava pregando, fu trascinato con la forza dai suoi cardinali e vescovi che si stavano rifugiando a Castel Sant’Angelo.

Sacco di Roma, Johannes Lingelbach, XVII sec.

Sacco di Roma, Johannes Lingelbach, XVII sec.

Castel Sant’Angelo non era stato preparato a dovere, mai si sarebbe immaginata una tale sconfitta. Non c’erano viveri, munizioni, riserve, nessuna difesa era stata approntata: la situazione era davvero drammatica. Tutti volevano entrare per fuggire da quelle masse infuriate e barbare che stavano devastando Roma. Quest’ultima resistenza durò circa un mese, fino a quando il 5 giugno 1527 il papa fu costretto a capitolare, pagando un’ingente somma di denaro – una cosa come 400 mila ducati -, perdendo parte dei territori dello Stato Pontificio, sottomettendosi al Sacro romano impero.

Per quasi nove mesi i lanzichenecchi restarono a Roma, depredandola, distruggendola, razziandola, a tal punto che buona parte dell’edilizia civile della città fu incenerita. Solo una tremenda peste, che ridusse gli effettivi di molte unità, e la discesa di un corpo di spedizione francese, li costrinse a ritirarsi. Era il 17 febbraio del 1528.

Dei circa 90.000 abitanti (alcuni dicono essere stati poco più di 50 mila), i superstiti erano appena 30.000. Le chiese erano state rovinate, profanate, spogliate dei loro tesori. Molti quadri e opere d’arte erano stati fatti a pezzi, i monasteri distrutti, quasi nessuna casa fu risparmiata, colpiti specialmente i palazzi dei ricchi che vennero dati alle fiamme. Migliaia di persone furono torturate affinché rivelassero il nascondiglio dei loro beni, le donne violentate. Le vie erano piene di cadaveri, di ubriachi, di feriti, di gente che girovagava senza sapere dove andare, l’acqua del Tevere, si diceva, era diventata rossa dal sangue versato: Roma era uno squallore.

Il 1527 passerà alla storia come uno degli anni più tristi dell’Urbe.

  14 Responses to “I lanzichenecchi e il sacco di Roma del 1527”

  1. Ciao rino, passo per un saluto veloce, sono molto stanca questa sera, ripasso domani con calma a leggere questo post, ciao.
    roberta.

  2. grazie per questa ricostruzione storica.
    l’hai tratteggiata con la consueta maestria della tua capacità di riassumere.
    il mio vissuto è che ora l’europa, attraverso l’italia, sta subendo qualcosa di simile, con gli islamici che stanno vincendo la loro guerra attraverso la demografia

  3. Roberta: grazie per la visita. Un abbraccio.
    Paolo: mi lusinghi, grazie. Delicato tema il tuo, magari da trattare davanti una tazza di caffè, un tè, o, meglio ancora, un bicchiere di vino rosso. Buona giornata.

  4. Tra le tante biografie di donne celebri che mi sono capitate sotto gli occhi ricordo quella di Isabella d’Este ritratta in “Rinascimento privato” di Maria Bellonci. Isabella era a Roma in quei giorni, ospite a Palazzo Colonna, dalle finestre sprangate, tra fumo e nebbia, assiste a scene di violenza e disperazione. Il figlio minore Ferrante comandava le forze imperiali impegnate nel saccheggio e grazie a questo il palazzo fu salvo, l’unico risparmiato dagli assalti. E con Isabella e il suo seguito si salvarono “mille e duecento gentildonne romane e mille huomini” che la marchesa aveva riparato dalla furia.

    Un piccolo contributo per ricordare, tra tanti uomini illustri, le azioni di una donna.

    Buona giornata

  5. Il sacco di Roma da parte dei Lanzinecchi avviene a quasi mezzo secolo dalla nascita dei caratteri della modernita’, che possiamo datare nel 1492, l’ anno della scoperta dell’ America.
    Una demarcazione tra Medioevo e modernita’ fu poi tracciata dalla Riforma protestante (1517) che porta alle estreme conseguenze i tratti comuni a molte tendenze riformatrici. Da qui la sfida della Chiesa di Roma alla riforma protestante e conseguente nascita della cosiddetta Controriforma.
    In quegli anni le unita’ politiche assunsero una configurazione spaziale basata sul binomio popolazione e territorio, stimolando mire espansionistiche a molti governanti. Non dobbiamo poi dimenticare la sconfitta dei francesi alla Bicocca e il desiderio dei transalpini di voler risollevare il loro prestigio internazionale per evitare l’ isolamednto politico.
    La calata dei Lanzichenecchi (prevalentemente luterani originari della zona svevo-renana, povera e sorappopolata) si innesta per contrastare il piano francese di rivincita contro l’ imperatore Carlo V e di liberazione dell’ Italia. Infatti, ‘ intervento questi mercenari, temibili per l’ efficienza militare e per la loro ferocia nelle scorrerie ai danni della popolazione civile, si ha dopo il maggio 1526, quando il re di Francia, Francesco I, approfittando del crescente timore degli stati italiani per la smisurata potenza di Carlo V e superando le resistenze di Venezia e di Papa Clemente VII, a Cognac fonda la cosiddetta Lega Santa (Repubblica di Venezia, papa Clemente VII, Medici di Firenze, Ducato di Milano). Ma come al solito le divisioni tra gli aderenti alla Lega Santa (oggi la riproposizione di questi conflitti sono le divisioni tra i partiti che fanno parte di una alleanza politica, cioe’ niente di uovo sotto il sole, i litigi sono nel Dna dei potenti e dei governanti Italiani) consentono a Carlo V di riorganizzarsi e di rinforzare l’ esecito, richiamando truppe dalla Germania, tra cui i Lanzichenecchi, e dalla Spagna.
    Gli effetti sono il sacco di Roma da te brillantemente descritto.

    A completamento ecco

    Il sacco di Roma nella descrizione di Francesco Guicciardini

    Tra gli avvenimenti bellici legati alla prima fase della guerra tra Carlo V e Francesco I riveste un significato particolare, per l’enorme impressione che suscitò, il saccheggio di Roma.

    Il 6 maggio 1527 12.000 mercenari al soldo dell’imperatore Carlo V, in prevalenza lanzichenecchi, assaltarono le mura della città eterna, la conquistarono e per circa sette mesi la sottoposero a una terribile devastazione. Papa Clemente VII, asserragliato in Castel Sant’Angelo, dovette assistere all’uccisione di cittadini, al linciaggio e all’umiliazione di cardinali e prelati, alla profanazione delle chiese e alla distruzione delle opere d’arte.

    Il «sacco di Roma» ebbe una grandissima eco in tutta Europa, ma mentre nel mondo cattolico prevalse l’orrore per la profanazione del cuore della cristianità ad opera di soldati luterani, nei paesi riformati l’avvenimento fu salutato come il segno tangibile della punizione divina contro l’immoralità e la corruzione del papato.

    La testimonianza di Francesco Guicciardini, che fu a Roma poco tempo dopo i terribili eventi e poté ascoltare le dirette testimonianze delle vittime, restituisce un quadro molto realistico delle violenze subite dalla popolazione romana.

    «Entrati dentro, cominciò ciascuno a discorrere tumultuosamente alla preda, non avendo rispetto non solo al nome degli amici né all’autorità e degnità de’ prelati, ma eziandìo* a’ templi a’ monasteri alle reliquie onorate dal concorso di tutto il mondo, e alle cose sagre. Però sarebbe impossibile non solo narrare ma quasi immaginarsi le calamità di quella città, destinata per ordine de’ cieli a somma grandezza ma eziandio a spesse direzioni;

    [...] Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti; ma la fece ancora maggiore la qualità e numero grande de’ prigioni che si ebbeno a ricomperare con grossissime taglie: accumulando ancora la miseria e la infamia, che molti prelati presi da’ soldati, massime da’ fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con gli abiti e con le insegne delle loro dignità, menati a torno con grandissimo vilipendio per tutta Roma;

    molti, tormentati crudelissimamente, o morirono ne’ tormenti o trattati di sorte che, pagata che ebbono la taglia, finirono fra pochi dì la vita. Morirono, tra nella battaglia e nello impeto del sacco, circa quattromila uomini. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali (eziandio del cardinale Colonna che non era con l’esercito), eccetto quegli palazzi che, per salvare i mercatanti che vi erano rifuggiti con le robe loro e così le persone e le robe di molti altri, feciono grossissima imposizione in denari: e alcuni di quegli che composeno con gli spagnuoli furono poi o saccheggiati dai tedeschi o si ebbeno a ricomporre con loro.

    [...] Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine: non potendo se non dirsi essere oscuri a’ mortali i giudizi di Dio, che comportasse che la castità famosa delle donne romane cadesse per forza in tanta bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignerli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste.

    Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furono le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dì seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore».

  6. Marmott: hai fatto benissimo a ricordare Isabella d’Este, grazie a lei si salvarono tante vite umane. Un caro saluto.
    Pier Luigi: grazie del tuo apporto, aggiunge importanti notizie alle mie. La descrizione del Guicciardini è impareggiabile, sembra quasi vivere l’evento da vicino. A presto. Buona serata.

  7. Le tue letture sono preziose, grazie Rino
    Serena Pasqua , a te, ai tuoi cari, a tutti noi!
    Un sincero abbraccio Saba

  8. Saba: anche a te una Felice e serena Pasqua. Che sia giorno di Rinascita.

  9. Caro Rino,
    un evento questo, veramente triste.
    Di un passaggio riflettevo che, nelle guerre come nelle guerriglie, il morale dei combattenti è un elemento importante anche se poi sono altri i fattori che determinano i vincitori.
    Un augurio anche a te di felici e serene festività.
    Un abbraccio
    Stefi

  10. Stefi: certo, le variabili sono tantissime, spesso imprevedibili. Un caro abbraccio per una serena Rinascita.

  11. Rino, passo per augurarti una Serena Pasqua. Tornerò a leggere il tuo interessante post insieme agli altri commenti, incluso quello chilometrico di Pier.

    Un abbraccio
    annarita

  12. Un saluto e tanti auguri pasquali.
    Vale

  13. Annarita: anche a te un abbraccio pieno di auguri. Buone feste.
    Pier: che sia un vero Rinascimento, dello Spirito, del Cuore, dei veri Sentimenti. Buona giornata.

  14. Sto leggendo anche io un libro molto interessante sul Sacco di Roma, del Maurani datato se non sbaglio 1966 o 1967; si evidenzia in questo la dabbenaggine dell’Armellini, all’epoca Gran Camerlengo del Vaticano, sparagnino sino all’avarizia più sfrontata nel non approntare le opportune difese della città di Roma, piangendo miseria fino alla fine oltre che la assoluta cecità del papa stesso, Clemente VII, che lasciò imperdonabilmente il comando del suo esercito al duca d’Urbino, suo fiero avversario che infatti tergiversò ed esitò infinite volte lasciando così via libera alla discesa dei lanzichenecchi per la penisola sino a raggiungere la capitale e distruggerla ignobilmente.

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