Omnia cum pretio
(Ogni cosa si compra a prezzo)
Giovenale
Si sa, la storia è fatta anche di guerre, di battaglie, quindi di pistole, fucili, cannoni, armi letali che hanno contribuito a cambiare gli eventi, mutare il destino degli imperi.
Sembra che i primi a usare il cannone in occidente siano stati gli inglesi a Calais, ma con scarsi risultati. Poi, un certo Urban, un cristiano ungherese, lo offrì all’imperatore di Bisanzio, Costantino XI, concedendo le sue prestazioni e la sua esperienza come fonditore di cannoni. L’imperatore rifiutò, anche perché le casse dello Stato erano vuote. Urban, abile commerciante, si rivolse allora al sultano turco Mehmet II (1432-1481), il quale accettò senza indugio, offrendogli addirittura un compenso quattro volte superiore a quello richiesto e incaricandogli di costruirne uno gigante.
L’armaiolo si mise all’opera approntando uno stampo di argilla che, dopo vari tentativi, alla fine sopportò il peso di un’immensa colata di bronzo fuso. Si costruì un cannone di 48 tonnellate, che sparava 8 palle di granito da 500 chili al giorno.
Raccontano le cronache dell’epoca che occorrevano 50 paia di buoi per trasportare la pesante arma. Annotava il cronista greco Critobulo:
“Dapprima veniva udito un suono simile a un sordo muggito, poi la terra tremava, il botto rintronava mentre un lampo solcava l’aria e il proiettile colpiva con violenza terrificante, seminando la morte fra i difensori.”
Eravamo nel 1453, l’anno del feroce e sanguinario attacco dei turchi alla fortezza di Costantinopoli.
Fu, appunto, una delle prime palle sparate da quel cannone a colpire le mura della città nei pressi della porta di San Romano, porta poi ribattezzata Topkapi, ossia porta del cannone.
La città cadeva nell’assalto finale del 29-30 maggio 1453: l’impero bizantino, nato nel 395 d.C. dalla scissione dell’impero romano, non esisteva più, gli ottomani si apprestavano a marciare verso il cuore dell’Europa.
E proprio in quelle fatidiche giornate di inaudita violenza, Nicolò Barbaro (1420-1494), cronista veneziano del XV sec., fu testimone dell’assedio, avvenimenti che descrisse con particolari e dettagli in un giornale che ci dà un resoconto più o meno completo. Riferisce, per esempio, delle parole che avrebbe detto il sultano Mehmet II a un suo soldato che si accingeva a distruggere l’antico pavimento di marmo della cattedrale della Divina Sapienza, Santa Sofia:
“Accontentati del denaro e dei prigionieri, gli edifici della città lasciali a me.” (1)
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1. Nicolò Barbaro, Giornale dell’assedio di Costantinopoli, 1453 (»»»qua).
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(Rivisto e aggiornato 13 Ottobre 2011)













4 aprile 2009 at 7:50 pm
Caro Rino, in ogni epoca storica coloro che sono stati in possesso di armi potenti hanno conquistato territori e fatto cadere roccaforti ritenute inespugnabili.
Nella fattispecie e relativamente alla sua epoca, il cannone turco che fece crollare Costantinopoli, e di conseguenza l’impero bizantino, era un’arma letale dalla potenza impressionante.
Finché ci saranno armi ci saranno guerre e purtroppo penso che questa situazione non muterà mai, conoscendo la natura umana!
Baci e buona domenica.
annarita
4 aprile 2009 at 8:04 pm
Annarita: leggendo il tuo commento mi è venuto in mente il cardinale Bessarione, quel dotto umanista che, partendo da Bisanzio, si rifugiò nella nostra Italia, portandosi con sé la sua ricca biblioteca. E allora rifletto, egoisticamente, che se non fosse caduta Costantinopoli, forse l’umanesimo italiano non si sarebbe sviluppato tanto. Chissa! Buona domenica.
5 aprile 2009 at 8:24 pm
Ciao Rino, ho letto con interesse il tuo post, e ho appreso una storia che non conoscevo.
La riflessione della cara amica Annarita, fa pensare , ma la tua risposta al suo commento, mi piace tanto da avvallarne, anch’io egoisticamente, l’effetto di questo cannone;)
Buona serata Rino, Roberta.
5 aprile 2009 at 8:49 pm
Roberta: la caduta di Costantinopoli, in quel fatidico 1453, portò in Italia, ma anche in Francia, letterati e studiosi greci che permisero, fra le altre cose, un sicuro sviluppo dell’Umanesimo. La cultura occidentale si confrontò con quella orientale, greco, ebreo, ed altre lingue, furono maggiormente studiate. E tutto ciò alla vigilia, qualche decennio prima, dell’avvento della stampa, quella stampa che aiuterà ancor più la diffusione di opere che spesso provenivano proprio da quelle terre ora in mano ai turchi. A volte sembra che guerra e pace, distruzione e ricostruzione siano forze bisognose di coesistere per un avanzamento socio-culturale della nostra umanità. Sembra! Una felice serata.
7 aprile 2009 at 8:09 pm
In questi giorni sto leggendo un romanzo, “Il derviscio e la morte” di Mesa Selimovic, ambientato nella Bosnia Ottomana, all’interno della popolazione slava convertitasi all’Islam.
Il romanzo racconta anche storie di guerre combattute nella valle della Sava, e da un po’ di giorni sto cercando avidamente in rete informazioni sull’esercito ottomano, sulle sue armi, uniformi e sulla storia delle sue conquiste e sconfitte.
Inutile dire che, come al solito, il tuo blog si è rivelato i straordinaria utilità.
7 aprile 2009 at 8:23 pm
Sergio: mi lusinghi. Ti confesso che non ho letto il libro che dici, l’ho avuto fra le mani, ma non c’è stato feeling. Chissà un giorno. Una buona serata.
14 ottobre 2011 at 6:18 pm
Peccato che i Turchi non abbiano occupata Roma, nel mondo occidentale vi sarebbe stato un afflusso di “letterati e studiosi” romani.
Quanto al rapporto armi-guerra mi permetto di citare Reagan, vituperato presidente degli USA, il quale sosteneva: “Non sono le pistole a uccidere gli uomini ma altri uomini” . Una buona serata.