Come vedeva, come considerava, come analizzava un inglese della metà dell’800 la Rivoluzione industriale?
Per nostra fortuna esistono vari autori che hanno parlato della loro epoca, da Adam Smith (1723-1790) a David Ricardo (1772-1823), da James Mill (1773-1836) a Arthur Young (1741-1820). La mia attenzione, ultimamente, si è fermata su uno storico economista morto all’età di appena 30 anni, Arnold Toynbee (1852-1883). La sua repentina morte non gli permise pubblicare alcuna opera. Ciò che ci rimane è una serie di lezioni date a Oxford che sono state raccolte in un libro dal titolo La rivoluzione industriale, un libro che ritengo importante nello studio della stessa.
Arnold introduce il concetto di “rivoluzione industriale” nella storiografia economica non marxista, dando un certo peso all’economia nella ricerca storica. La sua analisi di quel periodo pieno di sviluppi e contraddizioni parte da lontano, iniziando addirittura nel medioevo, per esempio quando osserva le Poor Laws, per continuare fino ai suoi giorni con i Trade Unions. E sebbene prima del XIX secolo non si abbiano dati certi e confermati, riesce a dare un’ampia visione economica dell’Inghilterra prima della rivoluzione.
Parlando dello sviluppo inglese affermava:
“Uno dei grandi segreti del suo progresso stava nella facilità del trasporto su acqua consentito dai suoi fiumi, dal momento che tutte le comunicazioni via terra erano in pessime condizioni. Un secondo motivo era l’assenza di barriere doganali interne, come esistevano in Francia, e in Prussia fino al tempo di Stein. In Inghilterra il commercio interno era completamente libero.”1
I cambiamenti che avvennero in quegli anni, iniziando più o meno dal 1760, hanno modificato la struttura sociale inglese. Se una volta il lavoro veniva svolto principalmente nelle famiglie, con l’avvento delle nuove tecniche questa sarà quasi smembrata per andare a cercare lavoro nelle città. Si avrà quindi una migrazione verso i grandi agglomerati urbani, con le conseguenti problematiche e difficoltà. L’agricoltura passerà dai grandi pascoli demaniali a essere recintata e in mano a proprietari terrieri, proprietari che avranno, a differenza che in Francia e in Prussia, un peso politico a volte forte e decisivo. I cosiddetti freeholders saranno danneggiati enormemente. 
Nel ’600 il salario medio giornaliero di un agricoltore era, dice Toynbee, di 10 pence e ¼, mentre il prezzo medio del grano era di 38 scellini e 2 pence. Nei primi sessant’anni del XVIII secolo, la sua paga ascendeva a 1 scellino e il prezzo medio del grano 32 scellini. In quel lasso di tempo il suo potere di acquisto era aumentato. Tutto ciò dovuto a una serie di buoni raccolti e alla conseguente caduta del prezzo del grano. Dopo il 1771, la condizione economica dei salariati venne meno, con la conseguente difficoltà di trovare il sostentamento diario.
Nelle sue lezioni Toynbee affrontava il problema delle colonie americane, a cui era vietato produrre. Ogni cosa doveva essere importata dall’Inghilterra, dai cappelli agli stivali, dal ferro alla lana, ogni articolo doveva sbarcare da navi inglesi. Tutto ciò sino alla loro Dichiarazione d’Indipendenza, causata, fra le altre cose, anche per questo tipo di proibizioni.
Per il nostro storico:
“L’essenza della rivoluzione industriale è la sostituzione della concorrenza alle norme medievali che in precedenza avevano regolamentato la produzione e la distribuzione della ricchezza. Per questa ragione essa non è solo uno dei più importanti fatti della storia inglese, ma l’Europa deve ad essa lo sviluppo di due sistemi di pensiero – la scienza economica, e la sua antitesi, il socialismo.” 2
Il libero scambio seppur conveniente, diceva, non sempre si rivelava vantaggioso, così come lo stato doveva intervenire con accertate leggi a secondo della situazione economica del momento.
L’importanza dei Trade Unions era da lui risaltata quando affermava che avevano migliorato i rapporti fra le classi: gli imprenditori iniziavano a riconoscere le necessità degli operai e questi il vantaggio di associarsi per meglio trattare. Le due categorie imparavano dunque, tramite un confronto civile e dialettico, a rispettarsi a vicenda.
Il suo corso chiudeva dando la dovuta attenzione al futuro delle classi lavoratrici, parlando del libero scambio, dell’incremento della ricchezza globale del paese, alla concorrenza dei mercati, del rapporto fra operai e padroni, e nello stesso tempo accennava alla depressione del 1877. Infine si domandava come assicurare la completa indipendenza materiale dell’operaio.
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1. Arnold Toynbee, La rivoluzione industriale, Odradek editore, Roma, 2004, pag. 35.
2. A. Toynbee, op. cit. pag. 71.
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Inf. seconda immagine: qua.
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