Il bello è dato dalla varietà nella semplicità:
questa è la pietra filosofale che gli artisti debbono ricercare
e che pochi di essi riescono a trovare 1.
Vi sono due elementi, a mio avviso, da considerare nell’eterna grandezza di un’opera d’arte: la bellezza e la grazia. Da un lato la ricerca del bello, avvicinandosi alla perfezione della natura, esalta e risalta l’armonia dei sensi, d’altra parte la grazia è una sensibile eleganza. Ed entrambe possono venire da una conquista interiore, dalla conoscenza di noi stessi.
Ma andiamo con ordine e sistemiamo gli appunti che ho preso il giorno della mia visita a Forlì.
Sveglia mattiniera quella del 6 febbraio: ne valeva davvero la pena. Per un amante dell’arte, alzarsi alle 4 del mattino non è mai stato un problema: desideravo visitare la mostra che i musei di San Domenico di Forlì dedicano ad Antonio Canova (1757-1822), maestro neoclassico che mi affascina sempre di più.
Durante il viaggio pensavo alle qualità di un vero artista, a quelle qualità che tutti abbiamo innate, ma che pochi riescono a ben palesare, e quei pochi lo fanno tramite le parole, poeti, scrittori, come Dante, Montale, altri pochi attraverso la pittura, Raffaello, van Gogh, altri pochi ancora attraverso la scultura, Michelangelo, Canova, e via dicendo. Ecco allora uscire fuori quelle particolarità, dono divino, che spesso, per forza naturale, per forza dell’ispirazione hanno il bisogno di materializzarsi, prendere forma fisica.
Ancor più, codesto regalo della natura viene meglio manifestato se l’artista ha la capacità dell’introspezione, di quell’introspezione che lo porta all’armonia della coscienza, a un’euritmia che, alla semplice vista di noi comuni mortali, diventa appagamento dei nostri sensi. E Canova possedeva quella magia che gli permetteva esprimere le sue doti artistiche attraverso l’arte del bello e della grazia, due diversi, ma complementari, attributi, che distinguono le sue sculture.
Così pensando giunsi a Forlì, con ben dieci minuti di anticipo: alleluia, avrei avuto più tempo, giacché il mio ritorno era previsto per il primo pomeriggio. 
Entro e scorgo improvviso due mastodontiche figure, Creugante (1795-1806) e Damosseno (1795-1806), che aspettano il visitatore per proteggerlo. Ma l’elemento caratterizzante che mi conquista è il trinomio Francesco Hayez (1791-1882) e Ugo Foscolo (1778-1827) che con Canova vanno mano nella mano e ci accompagnano nel nostro itinerario. Mi soffermo a sbirciare Erma della Filosofia (1818-1819), ricevendomi con un leggero sorriso, un volto dolce e sensibile, così come l’Erma di Maria Luigia d’Asburgo (1822). Seguo, cella dopo cella, angolo dopo angolo, stanza dopo stanza, affascinato da tanto incanto, da tanta piacevolezza, da tanta nobiltà d’animo. E allora ricordo d’aver letto in un Panegirico di Pietro Giordani del 1810, che il Canova era:
La persona sottile e agilissima: gli occhi profondi scintillanti, nobilissimi, danno subito la certezza dell’attivo e veloce ingegno che non riposa mai, nella fronte vedi l’uomo sublime, sulla bocca l’Affettuoso; come anima sommamente sensitiva e sincera, mutabilissimo il volto 2.
L’anima sensitiva e sincera si rivela, altresì, in Ebe (1816-1817), che quasi in volo, sembra poggiare e non poggiare sulla fugace Terra. Osservo i piedi, le mani dalle affusolate dita, mi allungo un po’ per avvisare i dettagli delle unghie. Non meno mi attrae Amore e Psiche stanti (1800-1805), in cui Amore adagia soavemente una farfalla sulla mano sinistra di Psiche: che grazia! Che dire del suo braccio che avvolge delicatamente le spalle di Amore! Ecco il sublime dell’arte, ecco la magnificenza del Canova: coinvolgerci nella sua pace interiore, pace che placa i nostri grezzi pensieri affinché possiamo godere del bello. L’amore non è carnale, non è fisico, mai lo è stato, l’amore è puro, è spirituale, è parte di un’armonia che racchiude e pregna l’universo. Solo colui che conosce i suoi più intimi segreti riesce a raggiungere tali livelli, e Canova ci riesce. Lo stesso Flaubert, quando vide quest’opera, sembra avesse detto: Non ho più guardato altro.
Ugualmente in Amore che risveglia Psiche con un bacio (1787-1793) o in Danzatrice con le mani sui fianchi (1812) si ha bellezza e grazia, si ha una sapiente eleganza, si ha stile, si ha equilibrio dei sensi.
I miei occhi si riempivano come calice di buon vino, di buon vecchio vino, estasiati, desiderosi di andare avanti, ma nello stesso tempo volevano fermarsi per ore ad ammirare ogni singola opera. Mi ero addirittura dimenticato di avere due amici con me, Hayez e Foscolo, che di tanto in tanto attiravano la mia attenzione su un dettaglio, su un particolare. Hayez mi commosse mostrandomi la sua Maddalena, proprio accanto alla Maddalena (1805-1809) scolpita dal Canova, mentre il poeta incantato dalla Venere Italica (1811) scriveva a Isabella Teotochi Albrizzi in una lettera del 15 ottobre 1812:
… quando io la rividi a Parigi [la Venere de’ Medici], l’adorai per più giorni e non sapeva staccarmene: nondimeno era divota e meravigliosa adorazione, non altro. Ma quando vidi questa divinità del Canova, me le sono subito seduto vicino, con certa rispettosa domestichezza… ho sospirato con mille desiderii e con mille rimembranze nell’anima: insomma, se la Venere de’ Medici è bellissima dea, questa che io guardo e riguardo è bellissima donna; l’una mi faceva sperare il Paradiso fuori di questo mondo, e questa mi lusinga del Paradiso anche in questa valle di lagrime 3.
Trascorsi tre indimenticabili ore, sbirciando anche gessi, bassorilievi, bozzetti, disegni e dipinti del nostro artista, di quell’artista che aveva lavorato con le mani ciò che prima aveva lavorato in sé stesso tramite l’introspezione, con un profondo studio intimo. Perché solo conoscendo il proprio intimo si può raggiungere la più alta perfezione artistica. Ecco il mio Canova.
Le mie parole qua si fermano, riempite i vostri occhi di tanto splendore.
Canova è pronto. Grazie Forlì.
*****
1. Johann J. Winckelmann, Il bello nell’arte, Einaudi, Torino, 2008, pag. 46.
2. Mario Micheli, La scultura dell’Ottocento, UTET, Torino, 1992.
3. Marco F. Apolloni, Canova, Art Dossier, Giunti, Firenze, 1992, pag. 25.
- La prima foto è mia.
- La foto di Ebe e della Maddalena penitente sono prese dal bel sito della mostra.












9 febbraio 2009 at 11:04 am
Ottimo post complimenti.
9 febbraio 2009 at 4:21 pm
Straordinario, Rino. Non a caso Antonio Canova è ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo al punto da essere soprannominato il nuovo Fidia. E sempre non a caso è considerato come l’ultimo grande artista della scultura italiana.
Quello che mi colpisce della sua produzione è ciò che tu hai descritto con tanta accuratezza: la grazie e la bellezza.
L’impiego del marmo bianco, reso armonioso mediante una modellatura plastica ed estremamente aggraziata, conferisce finezza e leggerezza alle sue sue figure, che sembrano quasi possedere un movimento proprio e palpitare di vita propria nella loro eterna immobilità.
Un’altra caratteristica che mi colpisce e mi fa incantare è la raffinata levigatura delle opere, che conferisce una straordinaria lucentezza alle stesse. Lucentezza che amplifica la loro naturale e incomparabile bellezza.
Si ritrova nel Canova la rappresentazione della bellezza idealizzata, eterna ed universale.
Grazie Rino per lo splendido excursus.
Baci
annarita
9 febbraio 2009 at 4:55 pm
Melandroweb: benvenuto, grazie a te per passare. Buona serata.
Annarita: c’è una cosa che mi colpisce del Canova, come si evince fra l’altro dal mio articolo, l’armoniosità dell’insieme, la grazia e la bellezza. L’artista riunisce sapientemente il tutto, e li unisce proprio perché nel suo intimo era armonioso, giacché non si può dare ciò che non si ha. Canova possedeva l’arte del bello, e lo trasmetteva, possedeva l’arte della grazia, e lo palesava, possedeva armonia, e la regalava. A me accade, innanzi le sue sculture, fermare i pensieri, ammirare estasiato quasi senza fiato quelle opere che vivono, che parlano, che si agitano in un certo qual modo.
Grazie del tuo bellissimo apporto. Baci.
9 febbraio 2009 at 6:40 pm
Grazie, Rino! Estasiata dalle tue parole…
Tiziana.
10 febbraio 2009 at 5:26 pm
grazie, rino
la bellezza è anche negli occhi di chi guarda. ma certo le sculture di canova aiutano.
qui a como, per l’esattezza a tremezzo alla villa carlotta, c’è una replica dell’ amore e psiche:
http://www.villacarlotta.it/sito/index1.php?page=amore
bello stile di vita il tuo. una vera centratura su te stesso. come in un mandala
e grazie per il giro fra le sale
non dirò che è “come esserci stato”. tuttavia qualcosa di più che una impressione rimane atttraverso le tue parole
amalteo, ammirato
10 febbraio 2009 at 7:42 pm
Tizy: grazie a te. Una buona serata.
Paolo: se non ricordo male, dicevano i nostri padri latini: Nemo transferre potest plerumque habet, e il Canova dava ciò che aveva, appunto bellezza e grazia. In queste due caratteristiche ho centrato e concentrato il presente articolo.
Grazie per l’interessante link, confesso sconoscere Villa Carlotta, spero rimediare in primavera. Un abbraccio serale.
10 febbraio 2009 at 9:04 pm
Grazie Rino mi hai fatto trascorrere una bellissima giornata e mi hai guidato in modo eccezionale in una visita indimenticabile.
Vale
10 febbraio 2009 at 9:06 pm
Ciao rino , grazie per la visita virtuale…
roberta.
10 febbraio 2009 at 9:10 pm
Pier Luigi: grazie a te per passare; il Canova merita tanto. Una buona serata.
Roberta: a buon rendere. Felice serata.
10 febbraio 2009 at 10:47 pm
Una splendida lezione d’arte, di bellezza e di vita.
Grazie.
Stefi
11 febbraio 2009 at 6:10 pm
Stefi: una felice serata.
15 febbraio 2009 at 9:06 am
L’introspezione è una dote molto importante per un artista, direi la superdote. Grazie, Rino, per quanto ci proponi.
U.
Amici di Pirandello, Sciascia, Empedocle.