La storiografia francese ci insegna, fra le altre cose, che per meglio comprendere la storia bisogna interrogare i più disparati documenti, siano essi di origine economica, che politica, che sociale, che culturale e via dicendo. Ebbene, dopo la testimonianza di Marina, stavolta mi rivolgo ad Alessio Miglietta, che conosco oramai da diversi anni, e che trascorre le sue giornate immerso nei libri, investigando, analizzando il passato con una diligenza davvero ammirevole.
Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
Una delle mie ragioni di vita, la mia maestra insieme all’arte e la letteratura. L’unica via che conosco verso la comprensione della realtà umana. Historia magistra vitae, e, come scriveva Gaetano De Sanctis, Vita magistra historiae. Questo non va mai dimenticato.
Credi che in Italia vi sia consapevolezza storica?
A volte sì e a volte no: la “consapevolezza” storica è presente nelle persone, generalmente, solo quando questa sembra avere un particolare carattere, mentre spesso queste stesse persone ne sono prive nel contesto universale. Mi spiego: mentre nella generalità dei casi si tendono a dimenticare le esperienze del passato, in alcuni ambiti e situazioni queste emergono prepotentemente. Si pensi ad esempio alla questione della contrapposizione, obsoleta nei fatti e ormai slegata dall’attuale situazione storica, tra comunisti e anticomunisti o tra fascisti e antifascisti. Checché ne dicano i sostenitori di una o l’altra fazione (che ostinatamente si legano a situazioni storiche che non esistono più come tali, mi riferisco soprattutto alle versioni che respingono le ideologie opposte, in una parola gli “anti”), questo tipo di dispute sono concernenti, anche se inconsapevolmente, fatti e situazioni abbondantemente passati. Sono consapevoli dei fatti drammatici che appartengono al secolo scorso, ma non riescono a razionalizzarli come fenomeni storici e li identificano ancora come punti di riferimento attuali. In realtà i meccanismi storico-politici si sono sviluppati in altra direzione, ma nonostante questo, molti Italiani, in questo caso, continuano ad individuare nella Storia la propria contemporaneità. Non giudico se tutto ciò sia un male o un bene in assoluto (potrebbe benissimo essere più che giusto riproporre il passato per riportarlo in vita), registro solo il fenomeno.
Se la Storia è un corso e ricorso, in quale epoca inseriresti la nostra?
Non credo che la Storia sia un corso e ricorso. Penso che ogni epoca abbia un specificità assoluta e che le vicende umane siano troppo complesse per poter individuare delle “ricorrenze” o dei cicli storici definiti, almeno come concepiti da Vico in poi. Credo che sia importante, in tutte le materie, non solo in quella storica, diffidare delle semplificazioni. La Storia ha più di una finalità: sicuramente ha anche quella di individuare nel passato esperienze e meccanismi che possano aiutare a comprendere il presente, ma ciò non significa che, seppur con molta approssimazione, si possano trovare analogie calzanti in condizioni così complesse.
In sintesi la mia risposta è: non inserirei la nostra epoca in nessun’altra, poiché la nostra è unica ed irripetibile.
Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Dipende da chi ne parla. La Storia la può rivedere solo lo storico, gli altri possono commentarla, tutt’al più. Chi esprime idee di parte, o non è uno storico o è un cattivo storico. Un conto, certamente, è invece possedere un particolare formato culturale, una mentalità propria dell’epoca in cui si opera, influssi ambientali, che, ovviamente, sono ineluttabili. Lo sono per i matematici o per i fisici, figuriamoci se non sono determinanti anche per gli storici.
Il revisionismo storico è non solo importante, ma necessario. Rifiutarlo a priori, di qualunque argomento tratti, significherebbe presupporre le stesse “idee politiche e di parte” di cui si vorrebbe accusare colui che la revisione storica ha proposto.
Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in nazioni, paesi, debba andare oltre?
Dipende da quale periodo storico si parla, soprattutto. Non tutta la Storia si delinea sul concetto di nazione, anzi direi una minima parte. Il discorso, invece, diventa universale quando tocca le culture differenti. In quel caso credo che la Storia debba andare oltre. In particolare, per quanto riguarda la formazione in Italia (dalle elementari alle università), ritengo che non sia accettabile che ancora oggi sussista l’enorme lacuna nei programmi sugli studi storici delle civiltà non occidentali come l’Islamica, le Precolombiane, la Cinese, la Giapponese, l’Africana etc. Qui la Storia avrebbe moltissimo da insegnare, soprattutto in un momento come questo in cui il problema del rapporto con l’alterità è così cruciale.
C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri paesi europei, in generale?
Inevitabilmente, visto come è trattata la ricerca scientifica nel nostro paese. Alcune eccezioni individuali (di grandi storici ne abbiamo a decine oggi in Italia) non sono sufficienti per poter parlare di una grande scuola storica in Italia, negli ultimi anni. In Europa è forse superfluo segnalare la scuola francese (la patria della Storia) che, non solo, è molto più supportata dal governo, ma è anche molto apprezzata dal pubblico colto che (cosa inimmaginabile nel nostro Bel Paese) addirittura può trovare gli ultimi numeri delle Annales nelle librerie.
Perché proporre ai giovani studiare maggiormente Storia, a cosa potrebbe servirgli?
Se studiare significa fare ricerca, ai giovani sarà utile per qualunque esperienza di vita o di lavoro dovranno affrontare. Se studiare significa ripetere le lezioni, affrontare delle interrogazioni, memorizzare date e nozioni slegate dai concetti e da una visione ampia e consapevole, ciò non serve a nulla; meglio trascorrere il tempo in modo più produttivo. La Storia si studia negli archivi, nelle biblioteche, nei musei, nelle città, nei siti archeologici come negli edifici storici. In aula ci si dovrebbe andare solo per trovarsi insieme, studenti e professore, e uscirne immediatamente… Il Sapere è fuori.
Come si dovrebbe analizzare la Storia?
Senza pregiudizi, o almeno con meno pregiudizi possibili. Con rigore e sempre sulla base di documenti, che devono essere vagliati e presi per quello che sono: una fonte che dice delle cose, ma che in realtà ne sottende ben altre e diverse.
Un libro che consiglieresti, oggi, così, senza pensarci due volte.
Risposta difficile, poiché tenderei a consigliare un libro piuttosto che un altro a seconda di chi dovrebbe leggerlo.
Un libro scritto chiaramente, e magistralmente realizzato, che aiuta a rimuovere i tanti luoghi comuni sul Medioevo è: Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Einaudi.
Può dire molto sui nuovi metodi storiografici, in particolare sulla Nouvelle Histoire delle Annales, sulle nuove idee e, naturalmente, dà un’idea precisa delle conoscenze che attualmente possediamo sul Medioevo.












2 dicembre 2008 at 11:08 am
Interessante intervista dalla quale si evince come la conoscenza della Storia sia una conquista lenta fatta di passione, ricerca e studio costanti.
Un abbraccio caro Rino e un incitamento a non fermarti mai in questo viaggio a ritroso nel tempo.
E non per cristallizzare il passato, ma per comprendere in pieno il presente.
2 dicembre 2008 at 12:31 pm
bellissima intervista, mi ha insegnato qualche cosa
marina
2 dicembre 2008 at 1:21 pm
Chirieleison: grazie, Alessio è un vero appassionato, uno studioso meticoloso e preciso.
Cercherò di non fermarmi e continuare, almeno sino a quando tempo e forze me lo permetteranno. Un caro abbraccio.
Marina: anche a me ha insegnato, e tanto, specialmente il suo essere scrupoloso e attento sia al passato, ma anche al presente, presente frutto di ieri. Un abbraccio, forte.
2 dicembre 2008 at 5:18 pm
Grazie Rino e grazie ai tuoi commentatori.
Come già scrivevo nei commenti della precedente intervista, sarà molto interessante confrontare le varie risposte e, magari, tentare di discuterne assieme.
Un caro saluto
2 dicembre 2008 at 10:37 pm
Un’altra interessante intervista, ricca di spunti di riflessione, ma fra tutti mi ha colpito la risposta sulla consapevolezza storica. Leggendo mi è sorto il dubbio che il fenomeno descritto da Alessio (“contrapposizione”) in ambito storico sia da attribuire alla tendenza dell’essere umano a far parte di un “gruppo” (sociale, politico, culturale, religioso, ecc.) e questa prepotente inclinazione al senso di appartenenza a tale “gruppo” impedisce una visione oggettiva, oltre che rappresenta una sicurezza d’identità, un sicuro punto di riferimento. E si sa quanto gli esseri umani siano poco propensi alle trasformazioni ai cambiamenti, quanto siano conservatori…
Spero di non aver detto delle sciocchezze!
Comunque grazie a Rino e ad Alessio
Un abbraccio ad entrambi
Stefi
3 dicembre 2008 at 9:51 am
Alessio: grazie a te per aver collaborato. A presto.
Stefi: siamo il prodotto di ciò che pensiamo, di come vediamo la vita, siamo il prodotto della nostra società, dei nostri tempi, e ognuno di noi analizza la storia a suo modo. Ciò non significa non diversi sforzare, bisognerebbe essere ex partis, chissà poi se il vero storico ci riesce! Un abbraccio.
4 dicembre 2008 at 8:45 am
Molto interessante. Bravi.
4 dicembre 2008 at 11:34 am
Artemisia: a buon rendere. A presto.
5 dicembre 2008 at 11:08 am
…quante considerazioni avrei da apportare,ma so che non mi sarà difficile poter scrivere tutto quanto. Bellissima intervista, condivido quanto viene affermato in materia di mancanza di studio sulla conoscenza di cultura di etnie che oggi sono sempre più presenti nel nostro territorio e poco o quasi nulla di loro sappiamo. Ma è anche vero l’esatto contrario, la conseguenza l’ignoranza reciproca, la difficoltà di comunicazione. E per quanto il Sapere si possa vivere Fuori molti giovani “poveri di strumenti” non sono pronti e così il pregiudizi si inasprisce sempre più.Mi riferisco al lavoro che svolgo dove il confronto con minori adolescenti provenienti da culture diverse trovano molta difficolta al confronto e spesso arrivano ad adoperare atteggiamenti aggressivi per far valere la “supremazia” verso il “diverso”.
Tiziana, che vi abbraccia!
5 dicembre 2008 at 1:54 pm
Tiziana: grazie. A volte penso che siamo troppo immedesimati in noi stessi per vedere e capire le altre realtà, siamo egoisti e crediamo di sapere tutto. Ma la Storia è ben altra cosa, la Storia è l’insieme dello studio degli esseri umani e del loro fare, il tutto visto con umiltà. Un abbraccio.
5 dicembre 2008 at 3:46 pm
Grazie Rino per ciò che scrivi, riesci a comprendere quel confine che segna l’emozione degli inividui, la storia e la propria cultura. Scendere verso l’altro non è semplice, ma è forse questo che ti permette di vedere un opera in modo differente: più profondo? Credo che sia cos,ì come ti poni essere capaci di vedere oltre.
Un abbraccio, Tiziana.
5 dicembre 2008 at 4:10 pm
Tizy, carissima, prima di capire gli altri bisogna capire se stessi, punto d’inizio per lavorare serenamente nel campo storico. Un abbraccio.
7 dicembre 2008 at 12:04 pm
Sono vicepresidente della Società Agrigentina di Storia Patria, recentemente rifondata, che trova difficoltà a crescere per l’incomprensione delle istituzioni. Mi ha molto interessato questa tua intervista, Rino, perchè Miglietta mette il dito sulla piaga relativamente alle manchevolezze del sistema politico italiano e degli enti locali, da sempre latitanti per le problematiche di questa disciplina, che le abbraccia tutte. Se non c’è ricerca, in special modo da parte dei giovani e degli studenti, si finirà per chiudere i battenti. Altro che historia lux veritatis
U.
Amici di Pirandello, Sciascia, Empedocle
7 dicembre 2008 at 12:40 pm
Ubado: è un vero peccato le istituzioni non si interessino della nostra, loro storia, sembra quasi la schivino, o non vogliono rendersi conto che siamo il prodotto del passato. Buona domenica.
7 dicembre 2008 at 7:20 pm
Ha ragione Ubaldo. Ma se vogliamo che i giovani si occupino di più di ricerca, a tutti i livelli, occorrono professori che siano in grado di aiutarli in questo processo. E oggi in Italia sono molto rari.
Un saluto
8 dicembre 2008 at 8:31 am
Alessio: è indubbio, se i giovani non hanno una spinta, una buona spinta, la ricerca si fermerà con i vecchi, con coloro i quali spesso si anchilosano o sono stanchi per la loro età. E allora la storia ha bisogno di nuove idee, nuovi spunti, nuove forze per essere meglio studiata… Felice lunedì festivo.
8 dicembre 2008 at 11:18 am
cari alessio e rino
è confortante leggere riflessioni abbastanza concidenti. vuol dire che un approccio rigoroso conduce a conclusioni simili.
sul tema della “consapevolezza storica” e dell’esempio portato da milgietta mi è venuto alla mente questa analisi di Sergio Luzzatto:
“confusione che oggi si fa tra memoria condivisa e storia condivisa; più in generale tra bisogno di memoria e bisogno di storia…. Occorrerebbe spiegare che la memoria collettiva sulla quale si affaticava la mente geniale di uno studioso come Marc Bloch non equivale necessariamente alla memoria condivisa” (pag. 15) di cui tessono l’elogio i revisionisti da strapazzo.
“L’una (la storia) rimanda a un unico passato, cui nessuno di noi può sottrarsi, mentre l”altra (la memoria condivisa) sembra presumere un’operazione più o meno forzosa di azzeramento delle identità e di occultamento delle differenze. Il rischio di una memoria condivisa è una smemoratezza patteggiata, la comunione nella dimenticanza” (pag. 25).
“Credo sia venuto il momento di dire ai cattivi maestri – votino a destra o a sinistra – una cosa semplicissima, ma di dirla forte e chiara: la guerra civile combattuta tra il 1943 e 45 (o 46) non ha bisogno di interpretazioni bipartisan che ridistribuiscano equamente ragioni e torti, elogi e necrologi. Perché certe guerre civili meritano di essere combattute. E perché la moralità della Resistenza consistette anche nella determinazione degli antifascisti di rifondare l”Italia anche a costo di spargere sangue” (pag. 29). “Ripeto: si può condividere una storia – e si può condividere una nazione o addirittura una patria – senza per questo dover dividere delle memorie. Dico di più: una nazione e perfino una patria hanno bisogno come del pane di memorie antagonistiche, fondate su lacerazioni originarie, su valori identitari, su appartenenze non abdicabili né contrattabili”.
“Oggi, con il mio collega storico – nonchè mio ex professore alla Normale – Roberto Vivarelli io certamente condivido, da cittadino italiano, tutta una storia. È quella stessa storia (a posteriori cosi straziante, e infatti cosi poco studiata) che fece in maggioranza degli ebrei italiani, e forse di mio nonno, altrettanti volenterosi ammiratori di Mussolini.
Ma se parliamo di memoria, io desidero e pretendo che la mia e quella di Vivarelli restino memorie divise. Si tenga pure, lui, la memoria di suo padre squadrista, marciatore su Roma, volontario in tutte le guerre del duce; si tenga la memoria di se stesso, imberbe volontario delle brigate nere. Io mi tengo la memoria del nonno che non ho mai conosciuto: del medico che perse, dopo la cattedra universitaria, ogni diritto di curare pazienti «ariani», prima di nascondersi a Lucca come un topo braccato per sfuggire ai risultati estremi della persecuzione razziale. E mi tengo la memoria di mio padre bambino, che dovette celare tra i monti della Garfagnana la sua originaria condizione di «mezzo» ebreo, cosi da sottrarsi al treno per Auschwitz.
Inoltre, sostengo che è assurdo pretendere di versare il sangue di mio nonno, di mio padre, o di qualunque altro ebreo fortunosamente scampato alla Soluzione finale, nell’improbabile calderone di un sangue dei vincitori in tutto e per tutto distinto dal sangue dei vinti.
No, davvero non riesco a pensare a mio nonno come a un vincitore: lui che nel 1915, da fervido irredentista triestino, si era arruolato volontario nella Grande Guerra per combattere sotto le insegne di Casa Savoia; lui che, vent’anni più tardi, ha letto la firma del suo maestro Pende in calce al «Manifesto della razza»; lui che il io giugno del 1940 – ormai da ebreo perseguitato – è nondimeno sceso con suo figlio (mio padre) in piazza De Ferrari, a Genova, per raccogliere dall’altoparlante la voce di Mussolini che annunciava stentorea l’entrata dell’Italia fascista nella seconda guerre mondiale; lui che, nell’Italia della Repubblica, non avrebbe comunque più ritrovato lo scranne della sua cattedra universitaria. (Pag. 24-25)
Tra i due schieramenti vi era incompatibilità di valori:
“La qualità etica dei valori in nome dei quali le brigate partigiane (anche le Garibaldi) fecero la Resistenza risiede precisamente nella loro incompatibilità con i valori in nome dei quali le brigate nere spalleggiarono la Wehrmacht e le SS nell’opera di repressione del banditismo antifascista”(pag. 31).
“Mi riesce più gradito riconoscere nella guerra partigiana la carta di identità del paese in cui sono nato e mi riesce necessario pensare all’Italia della Resistenza come al terreno dove gli Italiani devono tracciare ‘ora e sempre’ i confini non negoziabili della loro identità, la soglia del non rinunciabile da sé” (pag. 33).
da Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi 2002
una sola storia , due memorie
mi sembra un approccio sensato sul piano psicologico della persona e su quello storico/sociale
buoni giorni
e grazie per i pensieri da voi sollecitati
8 dicembre 2008 at 1:29 pm
Amalteo: grazie per il tuo intervento, mirato, preciso.
Indubbio, la memoria storica è l’insieme delle memorie personali, di ognuno di noi, dei nostri fatti e misfatti, di ogni regione, ogni stato, ogni ceto sociale, che arredano e corredano la prima. E la storia è anche storia della psicologia, di quella psicologia che influenza invariabilmente gli avvenimenti. Lo storico, più di ogni altro, non può essere di parte, né deve esserlo, non può affrontare determinati aspetti negativi con occhio di condanna, no, la storia va analizzata, studiata, per quella che è, l’analisi critica serve solo a far risaltare certi aspetti che caratterizzarono o caratterizzano un’epoca. Coloro i quali disprezzano un evento, lo attaccano non hanno capito nulla di come ci si avvicina alla storia: la mala critica non porta altro se non a una chiusura mentale.
Un abbraccio, sincero.