Federico da Montefeltro, il codice, il libro, la stampa

In questi giorni avrete certamente letto una serie di lettere scambiate tra Alessio Miglietta e il sottoscritto, lettere che raccolgono le nostre riflessioni sull’invenzione della stampa, su Gutenberg e sulle conseguenze. Ebbene, vi propongo questo bel dipinto eseguito dal pittore spagnolo Pedro Berruguete (Paredes de Nava, Palencia 1450 ca. – Avila, 1503) per indicare un dettaglio che ci interessa.

Pedro lavorò per un periodo di tempo alla corte di Federico da Montefeltro (1422-1482) a Urbino, dove incontrò Piero della Francesca, Francesco di Giorgio Martini e tanti altri artisti dell’epoca rinascimentale italiana.

Raffigurati in questo quadro – a piè di pagina – troviamo il duca e suo figlio Guidobaldo, fanciullo elegantemente vestito, con lo scettro in mano. Risaltano immediatamente alla vista il drappo rosso e l’ermellino, segni e simboli di potere, nonché l’armatura, la spada, l’elmo sempre pronti a sostenere l’arte della guerra, ma nello stesso tempo c’è un codice, un manoscritto, uno dei tanti che Federico alloggiava nella sua preziosa biblioteca. Sottolineo manoscritto e non libro a stampa, giacché il duca, come altri personaggi dell’epoca, non accettava ancora la nuova invenzione gutenberghiana. E difatti scriveva il libraio Vespasiano da Bisticci: “In quella libraria i libri tutti sono belli in superlativo grado, tutti iscritti a penna, e non ve n’è ignuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato” (1).

Federico amava la cultura, gli piaceva leggere e ascoltare la lettura di particolari testi. Nei periodi che non era impegnato nelle sue campagne militari e risiedeva nel suo bel palazzo, durante il pranzo o la cena, usualmente, un lettore lo intratteneva leggendo pagine che allietavano i suoi convivi. Nella sua biblioteca v’erano testi sacri, dei Padri della Chiesa, letteratura classica, umanistica, opere tecniche e scientifiche, tutti esemplari riccamente decorati. Erano opere che venivano altresì dalla bottega di Vespasiano da Bisticci, miniate da personaggi come Franco de’ Russi, Bartolomeo della Gatta, Francesco del Chierico e tanti altri. I copisti spesso alloggiavano nel suo palazzo, dedicandosi a trascrivere quei libri che più lo appassionavano e interessavano.

Solo col passare degli anni la stampa prenderà forza nei confronti dei codici.

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Pedro Berruguete, Federico da Montefeltro e il figlio Guidobaldo, 1476-77

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1. Federico da Montefeltro, Lettere di Stato e d’Arte, Edizioni di Storia e letteratura, Roma, 1949, pgg. VIII-IX.


16 Risposte to “Federico da Montefeltro, il codice, il libro, la stampa”

  • Alessio Miglietta

    Da un’intervista a Le Goff: “Ho scoperto che una società non può essere avvicinata, compresa e spiegata se non si tiene conto delle immagini w delle opere d’arte che essa ha prodotto”

    Un caro saluto

  • Marmott79

    Proprio a luglio sono andata a Urbino per vedere l’esposizione “Ornatissimo Codice”, mi ero lasciata sedurre dalle descrizioni dei codici contenuti nello studiolo del duca di Urbino, dalla vastità della raccolta che, si diceva, doveva essere una delle più imponenti del rinascimento.
    Che delusione.
    I codici veri saranno stati si e no una decina, il resto riproduzioni (del resto molto ben eseguite). Solo una piccola nota a margine dell’esposizione: il resto dei codici originari era conservato presso la biblioteca vaticana. Due sensazioni:
    - la tristezza nel vedere come uno dei più importanti ducati italiani abbia subito tanta decadenza alla successione di Guidobaldo, impotente di fronte allo strapotere dei Medici (che avevano tra i loro anche il Papa… ed ecco perché i tesori della biblioteca si trovano oggi a Roma)
    - l’amarezza nel constatare che i curatori della mostra non erano riusciti a ottenere dal Vaticano un prestito più sostanzioso… sotto i pochi originali una scritta: “per gentile concessione dello Stato del Vaticano”.
    Per fortuna il biglietto comprendeva anche il resto del Palazzo ducale, mi sarei sentita davvero presa in giro altrimenti.

  • babilonia61

    Alessio: certo, il buon Le Goff ha proprio ragione. A mio avviso nei quadri c’è tanto, basto solo saper dettagliare e si scoprono storie spesso poco note. Per esempio, in un quadro di Domenico di Bartolo, Cura e governo degli ammalati, 1440-1447, ho scoperto la moda delle scarpe dell’epoca, nulla da invidiare a quella nostra. Un caro saluto.
    Marmott: il Vaticano possiede opere davvero preziose, spesso nascoste gelosamente, peccato non visibili al pubblico. In ogni modo, Urbino e il Palazzo di Montefeltro merita essere visto, anche perché l’aria che si respira nella cittadina è davvero unica. Guidobaldo non era all’altezza del genitore, Federico aveva un genio tutto particolare, riusciva a unire diligentemente l’arte della guerra con la letteratura, la pittura, la cultura in generale. I suoi incaricati girovagavano per l’Italia, ma non solo, per cercare opere da alloggiare nella sua preziosa biblioteca. Un abbraccio.

  • Damiani

    Interessante osservare i primi attegiamenti nei confronti della stampa…

    dopo il “carteggio” un gustoso approfondimento!

    grazie Rino!

  • Tiziana

    Questa frase mi ha incredibilmente colpita:
    “Federico amava la cultura, gli piaceva leggere e ascoltare”.
    I mondo che mi circonda non ama le culture, legge poco e non sa ascoltare.
    Ogni volta che entro nel tuo blog ho un fanastico trasporto, grazie Rino come sempre!
    Baci Tizy

  • babilonia61

    Damiani: certo, la storia è un continuum, un tutto collegato, per cui bisogna conoscere l’insieme per meglio capire un dato sviluppo, in questo caso della stampa. Un caro saluto.
    Tizzy: oggi tutti parlano e nessuno ascolta, caratteristica dei nostri tempi! In ogni modo, nei secoli passati, in questo caso dell’età moderna (ma non solo), v’era un lettore che intratteneva re, principi, eccesiastici e via dicendo. Il libro veniva ascoltato – il contenuto entrava per le orecchie – anche perché le copie erano poche e non tutti avevano la possibilità economica di comprare un codice. Grazie. Un abbraccio.

  • Dona

    Leggendo questo post, ma del resto un po’ tutti gli altri, mi vien da fare questa riflessione… ma che la storia sia caratterizzata, condizionata, creata, impressa solamente da personaggi importanti, duchi, imperatori, re , regine persone di cultura?… che il popolo non abbia lasciato traccia?
    Un caro saluto
    Dona

  • El Eternauta

    …anche da Urbino manco ormai da troppo tempo!

  • babilonia61

    Dona: purtroppo chi aveva e ha il potere è colui che detta legge, è colui che ha più notorietà rispetto a un Giuseppe da Settignano – muratore vissuto nel 1265- ? -, e se poi il popolo insorge, vedi per esempio il Masaniello nel 1647, be’, dietro di lui vi sono altri potenti… Buona serata.
    El Eternauta: rimediare al misfatto :-) Un caro saluto.

  • Stefi

    …questa sera è il momento di perdersi nelle immagini dei quadri più che nei racconti!
    Molto luminoso il quadro nonostante i toni dell’insieme.
    Il giovin Guidobaldo, un “quasi” Bagatto dei tarocchi (ma lo scettro solo non ne auspica infatti una futura figura da Bagatto), un po’ troppo dolce nei lineamenti rispetto al padre.
    L’imponente Federico che, con parte dell’armatura indossata e pronta all’uso…, in realtà stringe la Cultura fra le mani…
    Si sa che è un manoscritto piuttosto che uno dei primi libri stampati… e qui mi chiedo: ma ci sarà stata, all’epoca, una competizione, una sorta di “guerra pubblicitaria” ante litteram, forse anche attraverso i quadri (strumenti mediatici dell’epoca???), per sostenere, affermare, un sistema editoriale, quello dei manoscritti, rispetto ad uno nuovo emergente, quello della stampa a caratteri mobili??
    un caro saluto a presto con altre esplorazioni di quadri.
    Stefi assai fantasiosa.

  • babilonia61

    Stefi: rispondendo alla tua domanda riguardante la guerra pubblicitaria: certo, come sempre; per esempio, agli esordi dei torchi gutenberghiani, alcuni umanisti erano contrari, lo stesso Lorenzo de’ Medici la considerava poco nobile, così come il nostro Federico da Montefeltro, che diceva che la sua biblioteca non avrebbe mai contenuto libri stampati. Vespasiano da Bisticci, poi, la rifiutava, anche perché lui aveva una bottega di copiatura. Si credeva, forse giustamente, che un’opera avrebbe perso valore intrinseco, avrebbe perso carattere e forza, giacché i libri erano anche considerati come oggetto di valore, di potere. E non dimentichiamo che, proprio qualche secolo prima della stampa, i copisti erano aumentati di numero, le università avevano una sezione dedicata a copiare manoscritti, la quantità dei volumi in circolazione era, in un certo qual modo, aumentata.
    Insomma, ci sarebbe da scrivere un libro. Grazie. Un sincero abbraccio.

  • ubaldo riccobono

    Interessante davvero, Rino. Certo, un signore di tal fatta che rifiuta la stampa, appare un controsenso.

  • babilonia61

    Ubaldo: le novità non sempre venivano e vengono accettate subito, l’uomo è più sicuro con e nelle tradizioni. Buona serata.

  • Artemisia

    Ti leggo sempre con interesse anche se spesso non riesco a scriverti un commento. Grazie, Rino, per essere un lettore cosi’ fedele del mio blog.
    Un caro saluto,

  • ghearts

    Ciao. Attenzione, uno studio di Giovanni Carlo Federico Villa e Mauro Lucco (G. Poldi, G. C. F. Villa, Dalla conservazione alla storia dell’arte. Riflettografia e analisi non invasive per lo studio dei dipinti, Pisa 2006, pp. 413-508) stabilisce, sulla scorta dei confronti con i dipinti noti dell’artista nella città natale, che Pedro Berruguete difficilmnte può essere l’autore del dipinto montefeltrino. Scusami la precisazione

  • babilonia61

    Ghearts: benvenuto, doverosa e puntuale la tua precisazione, dopotutto la storia è fatta di revisioni e correzioni. Buona giornata.

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