Il Pinturicchio ritorna a Perugia

I viaggi abbelliscono la vita, accrescono la cultura, migliorano il corpo, diceva qualcuno dei miei avi. Accompagnato da queste parole, qualche mese fa andai a Perugia, città ricca d’arte e di storia, a visitare la mostra dedicata al pittore Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio (1458 c.-1513).

Zaino in spalla, libro in una mano e ombrello nell’altra, dedicai l’intero giorno a bighellonare, come un flâneur, per le strade della città, oltre ad assaporare i dipinti del nostro artista, dipinti presentati nella Galleria Nazionale dell’Umbria.

Di lui scriveva Giorgio Vasari ne “Le vite dè più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”:    

                                                                                                                         

“Molti sono aiutati dalla fortuna, che non hanno virtute in loro, et infiniti que’ virtuosi che la mala sorte sempre perseguita, dimostrando apertissimamente conoscere per suo figliuolo chi depende tutto da lei senza aiuto alcuno di virtú, e che sommamente le piace di inalzare la dappocaggine di certi che senza il favore di lei non sarebbono pure conosciuti; come avvenne del Pinturicchio, il quale ancora che facesse molti lavori aiutato da diversi, ebbe certo piú nome assai, che per le opere sue non aveva meritato. Tuttavolta egli era persona che ne’ lavori grandi aveva molta pratica, e che teneva di continovo molti lavoranti nelle sue opere.”                                                                                                               

Ben critico il Vasari che lo sottovalutava!

Il fascino del Pinturicchio sta nell’eleganza dei tratti, nell’armonia delle tinte, nei giochi di luce, nella forza dei caratteri. L’artista accosta in modo esemplare i colori e nello stesso tempo riesce a trasmettere energia e vitalità tramite gli splendidi elementi paesaggistici spesso suggestivi e particolareggiati.

Ogni suo quadro palesa in modo inequivoco la sua vena artistica, dal semplice Autoritratto al San Gerolamo penitente, dalla Crocifissione all’incantevole Pala di Santa Maria dei Fossi. Le sue opere sembrano narrazioni.

Perugia in quegli anni viveva un momento di grande fervore artistico, era luogo di riferimento nell’Italia centrale, sebbene tormentata da violenti contrasti con i papi e da lotte intestine. Ricordiamo che lì convergevano nomi quali Gentile da Fabriano, Beato Angelico, Giovanni Boccati, Domenico Veneziano.

Così, fra un quadro e un altro, fra una via e un’altra, mi dilettai d’arte e di storia, di dipinti e di avvenimenti, di colori permanenti e colori cangianti, colori di quella natura che benevolmente rinverdisce le colline perugine. E nel frattempo pensavo alla sua sorte, quello di essere diventato agiato in tarda età, di essere vissuto solo, abbandonato dalla moglie: un’infelice e solitaria fine per un pittore sordo, piccolo e di poco aspetto, che ebbe un ruolo di primo piano nel panorama artistico rinascimentale. Eppure, eppure seppe essere grande, tanto grande quanto Raffaello Sanzio (1483-1520), con cui ebbe rapporti.

Vi lascio una raccolta di foto organizzate in un videoclip che cercano di riprodurre alcuni ritagli della bella città.                                                                                                                                                                                   

 


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