Lo studio delle lettere, sia dei personaggi famosi che non, sia degli artisti che dei semplici viaggiatori o cittadini o cronisti, ci è utile per capire, anche, il tipo di mentalità e i costumi di una determinata epoca storica, di una società.
Nel 1494, Albrecht Dürer (1471-1528 ), poliedrico artista, in quanto pittore, incisore all’acquaforte, xilografo, così come scrittore, viene in Italia per la prima volta, e ne sarà tanto affascinato che ritornerà a Venezia fra il gennaio 1506 e il gennaio 1507. Accolto benevolmente, conoscendo perfino Giovanni Bellini, sarà incaricato di dipingere La festa del Rosario (1506) per il Fondaco dei Tedeschi, una grossa comunità di origine germanica insediata nella zona di Rialto. In quel momento Venezia godeva di un buon periodo di sviluppo economico, grazie ai commerci con l’Oriente.
Dalla città lagunare, l’artista scrisse una serie di lettere, alcune indirizzate al fedele amico d’infanzia Willibald Pirckheimer di Norimberga.
In una di queste, datata 7 febbraio 1506, possiamo leggere l’opinione di Dürer per i veneziani:
“Vorrei foste qui a Venezia. Ci sono tanti compagni gentili tra gli Italiani che sempre più si accompagnano a me, cosa che a uno, poi, dovrebbe intenerire il cuore: studiosi, intelligenti, buoni suonatori di liuto, flautisti, intenditori di pittura, e molte menti nobili, gente di vera virtù, e mi dimostrano molto onore e amicizia. Ma vi si trovano anche i manigoldi più infidi, più bugiardi, più ladri, che credo non ce ne siano di simili al mondo.
… Io stesso debbo ridere con loro quando parlano con me. Sanno che si conosce la loro malizia, ma non se ne preoccupano. Fra gli Italiani ho molti buoni amici che mi avvertono di non mangiare e bere con i pittori. Molti di loro mi sono anche nemici e copiano nelle chiese le mie opere e dovunque possano venirne a conoscenza. E poi le criticano e dicono che non sono di genere antico e perciò non buone.” (1)
Nelle lettere di Dürer risalta un uomo franco, aperto, pronto a raccontare all’amico Willibald ogni particolare dell’avventura e a soddisfare i desideri di quest’ultimo. Per lui il pittore ricercava libri, anelli, smeraldi, tappeti preziosi, a lui confidava il difficile rapporto con gli artisti veneziani, ma anche l’intesa avuta con il già vecchio Giovanni Bellini, uno dei pochi che lo capiva e lo apprezzava, e che aveva già raggiunto l’età di 74 anni.
Raccontava a Willibald l’otto marzo 1506:
“Vi ho spedito un anello con zaffiro, sul quale mi avete scritto con premura… Tutti dicono si tratta di una pietra trovata [N.d.R.: vuol dire buon affare], e che in Germania costerebbe cinquanta fiorini.” (2)
Confessandosi, in un’altra missiva del 18 agosto 1506 annotava: “… a Venezia sono diventato un gentiluomo” (3), mentre il 13 ottobre 1506: ”Qui sono un signore, a casa un parassita” (4). In effetti, in Italia era trattato come artista, era famoso, le sue incisioni si vendevano con facilità.
Fu tanta l’influenza della cultura italiana che alcune delle lettere contengono parole addirittura in dialetto veneto.
Da Venezia, il pittore si muoverà per Bologna e poi per Ferrara, in cerca della segreta prospettiva. Il suo sogno era conoscere il vecchio Andrea Mantegna, ma giungerà tardi al capezzale dell’artista da lui amato.
*****
1. Albrecht Dürer, Lettere da Venezia, Electa, Milano, 2007, pag. 32.
2. op. cit. pag. 39.
3. op. cit. pag. 47.
4. op. cit. pag. 64.
*****
(Rivisto e aggiornato 13 Ottobre 2011)

La corrispondenza epistolare offre sempre importantissime informazioni per tratteggiare la personalità di un individuo…
un bacione, caro Rino
bellissimo questo ritratto di dùrer
ho avuto la fortuna di lavorare 7 anni a venezia
è il pezzo più memorabile del mio ciclo vitale
questa tua memoria mi fatto affiorare molti ricordi
ciao
Maria: grazie. Vengo spesso a leggere di te, ma non posso commentare perché è chiuso a coloro i quali non sono iscritti a Splinder, peccato! In ogni modo, un sincero abbraccio e a presto leggerci.
Amalteo: grande personaggio il nostro pittore, aveva una forza unica, forza che palesava perfettamente nei suoi dipinti e nelle sue opere. Un saluto.
Io amo molto gli epistolari, anche concorrere a crearne di altri ;-)
Aveva uno sguardo acuto Durer, ma anche indulgente direi. O siamo peggiorati?
grazie per le tue visite e per alimentare di continuo il mio bisogno di conoscenza. Sai che cosa mi piace molto del tuo blog? Che ogni volta che passo potrei trovare una cosa completamente nuova, e ho quella specie di curiosità infantile che si prova di fronte ai prestigiatori.
buona giornata e buon blog, marina
Marina: grazie. Del tuo blog mi piace l’imprevedibile essenziale, dopotutto vivo di ciò che continuamente cambia. Concordo e condivido con te l’infantile curiosità, giacché solo curiosando si scoprono nuove e belle cose. Un abbraccio, di quelli forti e duraturi.
Beh, Durer lo aveva capito che non si deve fare di tutta l’erba un fascio.
Artemisia: certo, giustamente Dürer aveva capito con chi stare, chi frequentare. Dopotutto era venuto a Venezia anche per dipingere, poi s’era addirittura innamorato della città e vi restò per un buon periodo di tempo, conoscendola, vivendola, disfruttandola. Buona serata, mia cara.
Caro Rino,
non mi stancherò mai di ripetere quanto siano utili e piacevoli le tue riproposizioni. Mi accorgo di rileggere oggi articoli di più di un anno fa con un’attenzione diversa, con una consapevolezza ed una percezione migliore, cogliendone nuovi aspetti.
L’epistolario cui ti riferisci è rintracciabile in qualche pubblicazione?
Un abbraccio e felice domenica.
Stefi
Stefi: ti confesso che anch’io spesso devo andare a sbirciare cosa ho scritto, pena la ripetizione di certi argomenti. Più si legge di qualcosa, in questo caso di storia, più si inizia ad avere una visione più completa e particolareggiata e, spesso, a distanza anche di pochi mesi, un certo evento riletto acquista corposità, identità e sostanzialità.
Puoi trovare qualcosa in: Albrecht Dürer, Lettere da Venezia, Electa 2007.
Buona serata.
Grazie per segnalazione.
Buona serata a te
Stefi