Qualche settimana fa, il mio amico Alessio mi invitò a scrivere su un grande artista francese dell’800, un artista poliedrico e originale. Sia lui che io siamo ammiratori delle sue opere, consapevoli della sua forza d’espressione e del carattere unico e originale che rappresentava nei sui lavori.
L’idea nacque proprio dall’anniversario di Daumier, i 200 anni dalla sua nascita, 1808.
Tutti lo conoscono per le sue litografie, per i suoi personaggi buffi, per le sue caricature, ma meno famoso è per i suoi quadri, dove rispecchia una tragica realtà, la realtà della Francia dell’Ottocento.
Daumier, che mi piace definire uno dei padri del naturalismo, dipinse circa 200 quadri nel trascorso della sua vita. Espose, per la prima volta, nel Salone di Parigi nel 1849 con il celebre dipinto: Il mugnaio, suo figlio e l’asino.
Fu influenzato da Millet e da Corot, pittori realisti, molto apprezzati in quell’epoca. Stilisticamente i dipinti sono simili alle sue litografie, hanno in più un appropriato impiego del colore.
Il tema principale era la povertà in tutte le sue sfaccettature, dedicandosi talvolta anche a beffeggiare la società borghese del suo tempo. La peculiarità di Daumier è quella di essere riuscito a servirsi di un’elegante mescolanza di chiaroscuri, con l’uso di tonalità calde che danno passionalità e vigore all’insieme, il tutto con somma armonia, armonia che ben si palesa ai nostri occhi.
Nei tre dipinti che propongo c’è da notare il fascino dei colori pastello, le luci ben accese e definite, e il perfetto dosaggio delle ombre che danno risalto a quelle parti che l’autore desiderava mostrare. I quadri sono di tre periodi diversi, uniti da un tema: la vita quotidiana.
Rino, ammirando Daumier.
Il primo dipinto s’intitola: L’artista (1868-1870),
il secondo: Il vagone di terza classe (1860-1863),
il terzo: Le lavandaie (1860-1861).
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Di seguito riporto un intervento di Alessio.
Un fattorino a Parigi.
“Hai scritto tutto?” Un uomo sulla sessantina, gli occhi e il naso sporgenti, gli angoli della bocca innaturalmente rivolti verso il basso, troneggiava dietro ad uno scrittoio pieno di scartoffie.
“Come desidera, signor Artaud.” Rispose un ragazzino intimidito, davanti a lui, ancora con il viso da bambino.
“Avvocato.” Riprese piccato il signore dietro alla scrivania. “Avvocato Artaud, Principe del Foro.” Ruggì la “erre” di “Principe” come un leone davanti a una gazzella. Il ragazzo pensò tra sé: “Qui ci vuole una pernacchia.” Ma il buon senso glielo sconsigliò.
“Maledetto idiota! Hai dimenticato la data! Scrivi: 26 febbraio 1822.” La voce roca dell’anziano e brutale signore si camuffava dentro l’alto colletto inamidato che gli copriva buona parte del mento.
“Sissignore.” Il ragazzino, appoggiando il foglio che aveva tra le mani, su una pila di volumi impolverati, scrisse la data in calce. Tremava.
“Correre! Correre!” Sbraitò il signore, “Questo è uno studio legale, non un parco giochi! Correre!” Si alzò in piedi, preso da un’ira incontrollabile, strabuzzò gli occhi, che letteralmente fuoriuscirono dalle orbite, inarcando le sopracciglia.
Al giovane Honoré, perché così si chiamava quel piccolo fattorino dell’ufficio legale Artaud & figli, parve un indemoniato, una grottesca figura degna dell’Ade. Il ragazzo prese subito l’uscita, a gambe levate; scese le scale saltando numerosi gradini e, appena in strada, girato l’angolo, lontano dalla visuale del suo terribile padrone, riprese la solita flemma, lo sguardo perso e l’aria sorniona.
Il documento che il giovane fattorino aveva in mano, doveva essere consegnato al Palazzo di Giustizia entro le undici del mattino. Erano le dieci e mezza: si poteva concedere anche una piccola deviazione; e Honoré sapeva bene dove andare: dal vecchio mercante d’arte nella Quai du Marché Neuf. C’erano più quadri e vecchie sculture lì che al Museo del Louvre; e poi il vecchio mercante Coligny gli voleva bene, lo trattava con rispetto, e, soprattutto, apprezzava i suoi disegni.
Girato l’angolo, giunto nell’immensa strada che costeggia la Senna, già scorgeva da lontano i cavalletti e le tele accatastate appena fuori l’entrata della piccola bottega. Quando la raggiunse, vide l’amico Coligny, dietro a quattro ammirati avventori, tessere le lodi di un refusé del Salon, che da almeno dieci anni cercava inutilmente di piazzare. Una crosta ignobile, piatta come un’icona russa da quattro soldi e incerta come il disegno di un infante. I quattro barbuti signori erano estasiati davanti all’infame dipinto. Uno di loro, seduto davanti al cavalletto, aveva lo sguardo perso, quasi sognante. Nemmeno un Caravaggio avrebbe ricevuto un giudizio più entusiasta e commosso, da parte del vecchio mercante. Honoré si godeva la scena, ridendo tra sé.
Il ragazzo fece un cenno al mercante che gli restituì uno sguardo d’intesa. “Signori, continuino pure ad ammirare il capolavoro di questo nuovo e incompreso Rubens, io mi assento pochi istanti, non ve ne andate.”
Lasciò gli intenditori a bearsi di quello spettacolo e si avvicinò al ragazzo. “Il mio buon caro fattorino, benvenuto!” Lasciò partire una pacca sulla sua spalla che quasi lo fece cadere. “Oggi siamo più vecchi, carissimo. Bisogna festeggiare!”
Il mercante era il primo a fargli gli auguri di compleanno; i genitori non li aveva ancora visti, perché alle cinque del mattino, quando era uscito di casa, dormivano ancora; all’ufficio legale non era neanche da pensare che qualcuno lo salutasse, figuriamoci se gli avrebbero dato gli auguri.
“Ho preparato per te qualcosa che sicuramente ti piacerà.” Tirò fuori da una grossa tasca una risma di fogli bianchi ripiegati in due e tre carboncini. Honoré era al colmo della felicità. “Così potrai copiare le tue statue greche e disegnare i tuoi pupazzi!” Poi si rivolse ai quattro avventori: “Questo giovane e scapestrato fattorino, egregi signori, un giorno sarà un grande pittore. Non dimenticatevi questo nome: Honoré Daumier!”
“Sono solo un fattorino, signore, e so appena scarabocchiare…”
Coligny scosse la testa: “La modestia non ti aiuta, ricordalo. Ambizione, ci vuole; ambizione!”
Il signore seduto davanti al quadro volse lo sguardo verso il piccolo Honoré e intervenne: “Ragazzo, dimmi un po’… come lavora un fattorino? Si guadagna il pane passeggiando per le vie di Parigi?” Gli altri risero sguaiatamente, come se fosse stata la battuta più esilarante del mondo.
Honoré rispose compito: “Il fattorino mangia poco, corre molto, bighellona anche di più, e torna più tardi che può all’ufficio, dove è la vittima di tutti.” Mentre parlava sentì le campane della chiesa di Saint-Barthélémy suonare le undici. Era in ritardo, come sempre.
“Grazie, signor Coligny, lei è sempre molto gentile, ma io devo scappare in tribunale, ho una scadenza improrogabile.” E cominciò a correre. Il mercante d’arte lo salutò da lontano, sorridendo; poi riprese ad incensare la vecchia crosta, con più slancio di prima.
Raggiunse in pochi minuti il Palazzo di Giustizia e si precipitò su per le scale, a perdifiato. Appena in tempo: il grasso e unto cancelliere si stava avviando, con in mano un cartella carica di pratiche, verso le aule del tribunale. Senza nemmeno degnarlo di uno sguardo, afferrò il foglio che gli porse Honoré e proseguì per la sua strada.

Il giovane fattorino, ansimante, si appoggiò al muro per riposarsi e, come accadeva ormai da molto tempo, si mise ad osservare gli uomini in toga conversare tra loro, coi loro menti aguzzi, i loro nasi adunchi, le loro facce gialle e rugose, la loro espressione piena d’alterigia.
Un cavillo, s’incaponivano per un cavillo, per un dettaglio formale, futile per la giustizia, decisivo per la giurisprudenza. Corrotti fino al midollo, difendevano assassini e rapinatori, appellandosi a incomprensibili vizi di procedura.
Maschere, erano solo maschere grottesche; figure bizantine, zanzare capaci solo di suggere il sangue del popolo, ma in fondo solo persone ridicole che qualcuno, prima o poi, avrebbe sbeffeggiato.
“Questa non è giustizia!” Urlò il giovane Daumier, all’improvviso; nessuno lo degnò d’attenzione. Arrossì per la sua bravata, poi si mise a ridere, di gusto.
Pensò tra sé: “Presto! Alla galleria d’arte! Chissà se il vecchio Coligny è riuscito a vendere quel suo brutto dipinto, magari ci scappa un carboncino extra.”
Si allontanò dal Palazzo di Giustizia, che detestava con tutta l’anima, e si rintanò nuovamente tra le strade di Parigi, la città che cullava compiaciuta quel giovane genio.
©Alessio Miglietta
Brevi postille
Il racconto prende liberamente l’ispirazione dai due dipinti di Daumier, riprodotti nel testo: Visitatori nell’atelier di un pittore e Un avvocato che scende da uno scalone.
Il mercante Coligny, come l’avvocato Artaud sono personaggi di mia fantasia. Honoré Daumier ha effettivamente svolto il lavoro di fattorino presso un ufficio legale intorno al 1822. Le considerazioni sulla giustizia, che chiaramente riguardano solo le condizioni in cui essa versava a quei tempi in Francia, sono state da me inserite perché fedeli alle idee dell’artista. La definizione che Daumier, nel racconto, dà del fattorino è fedelmente riprodotta dal testo di una sua vignetta (Tipi francesi: il Fattorino).











Rino, da grade voglio diventare saggio e sapiente come te!
Aspetto un post a riguardo…
E rilancio: Nicolas Flamel…
[...] Aprile, 2008 di babilonia61 A parte che di litografie e dipinti, Honoré Daumier si occupò anche di [...]
Grazie per avere pubblicato i due dipinti e la storia romanzata del piccolo Daumier. Per come è stata racconato lo sento molto vicino nel modo di osservare il mondo.
Bel post!
M’Cristina
Fabio: grazie, mi lusinghi. Spero in un futuro parlare dell’alchimista francese Flamel, che si dice aver tramutato il piombo in oro! Buona serata.
M.Cristina: grazie. Il mio buon amico Alessio è riuscito a cogliere la vera essenza giovanile del Daumier. Un caro saluto.
ciao, sono una ragazza di napoli e sto preparando la tesina sulla giustiza per l’esame di stato..avrei bisogno di un analisi circa uno dei quadri di daumier nei quali siano rappresentati gli uomini di legge (so perfettamente il suo punto di vista ed è propri ciò che vgl far emergere)..spero che tu possa aiutarmi perchè sinceramente c’è davvero poco su internet circa le analisi dei suoi quadroi..spero tu possa rispondermi in un paio di giorni alla mia e-mail.grazie in anticipo,ele
Ele: grazie per contattarmi; ma in pochi giorni mi è impossibile preparare uno scritto approfondito su un quadro di Daumier, anche perché sto lavorando su ben altre cose. Ciò che posso fare, se desideri, è dare una svista a ciò che hai preparato e magari aggiungere qualcosa… così sul momento, così spontaneamente. Il mio mail è nella pagina About me. Buona domenica.
Ele: fossi in te, invece di cercare su internet, andrei in una buona biblioteca. Lì troverai senz’altro ciò che cerchi.
Un saluto