May 272015
 
Famiglia di contadini, Le Nain, 1640 ca.

Famiglia di contadini, Le Nain, 1640 ca.

Con la Rivoluzione industriale del Settecento si ebbe una serie di fenomeni sociali che interessarono non solo l’Inghilterra del tempo, ma anche, successivamente, buona parte dell’Europa. Cominciarono a declinare poco a poco le vecchie “consuetudini” che reggevano i rapporti fra gli uomini, quei comportamenti che Francesco Bacone diceva essere inerti, provocati e abituali (»»qua), e che, per migliorare, era necessario iniziare a cambiare la mentalità di un giovane fin dalla tenera età.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie e la conseguente forte domanda di manodopera favorì una certa migrazione dalle campagne verso le città o i luoghi di produzione di massa, sconvolgendo e perdendosi, in tal modo, usi e costumi che legavano la memoria storica delle famiglie. Non più, per esempio fra gli agricoltori, una donzella veniva educata nelle obbligazioni domestiche dalla mamma e/o dalla nonna, o il figlio nei lavori dei campi dal padre e/o nonno o dai vicini. Presero così forma le prime specializzazioni che caratterizzeranno l’epoca.

La trasmissione orale iniziava la sua decadenza, quella comunicazione piena di esempi, aneddoti, racconti che provenivano da lontano e reggevano le abitudini di determinati gruppi sociali. Libri libelli fogli e opuscoli prendevano il sopravvento sulla voce trasmettendo nuovi modelli di convivenza, di relazione, che talvolta arrivavano da lontano.

Fin dai primi decenni delle innovazioni tecniche, le nuove generazioni avranno sempre meno legami di apprendimento dalle vecchie, si scioglieranno quei vincoli comunicativi che li tenevano dipendenti. Una legittimazione del quotidiano, tradizioni fatti di gesta e parole non scritte relegate e accettate dalla memoria collettiva, una lenta accumulazione di tacite leggi, spesso diverse da regione a regione, che tentano ora resistere alle accelerazioni del progresso.

Industria e ozio, William Hogarth, XVIII sec.

Industria e ozio, William Hogarth, XVIII sec.

Il riconoscimento delle usanze un tempo era diritto richiesto e privo di discussione, motivo per cui bastava un piccolo cambio per impugnare i giustificanti della tradizione. Pensiamo solo quando nel 1718 i negozianti di tessuti del sud-ovest dell’Inghilterra tentarono allungare i pezzi di stoffa di mezza yard (457 cm.), i tessitori si ribellarono dicendo che era “contrario al diritto, all’uso e alla consuetudine da tempo immemorabile” (1). E tali implicite abitudini erano perpetuate nei ricordi testimoniati dagli anziani, di coloro i quali erano tramite fra l’ieri e il presente.

Non di rado, la cultura conservatrice del popolo resiste, nel nome della consuetudine, alle razionalizzazioni e alle innovazioni economiche (come recintare le terre, la disciplina del lavoro, i mercati di grano «libero» e non disciplinato) che cercano di imporre i governanti, i mercanti o datori di lavoro. L’innovazione è più evidente nell’alto della società che nei suoi strati inferiori.” (2)

La pressione riformista che veniva dall’alto e dai repentini cambi economici della Rivoluzione industriale dunque incontrerà una resistenza dura da sconfiggere, catene ancestrali perpetuate, rafforzate e legittimate dal timbro consuetudinario dei secoli, quello status quo difficile da combattere e lasciarsi alle spalle, un gioco a carattere europeo che, se sconvolto, era visto dal popolo come una violenta espropriazione dei loro diritti, quei diritti acquistati e conquistati gradualmente. Un cammino storico in cui le nuove esigenze dettate dal tempo e le antiche tradizioni culturali coesisteranno tuttavia per lungo tempo.

Le vecchie usanze che ancora esistono negli oscuri anfratti e angoli della nostra patria, o che sono sopravvissuti alla marcia del progresso nella nostra vita frenetica della città.” (3)

scriveva il reverendo Peter Hempson Ditchfield nel 1896.

*****

– 1. Edward Palmer Thompson, Costumbres en comun, ed. Grijalbo-Mondadori sa, Barcelona, 1995, pag. 17.
– 2. E. P. Thompson, op. cit., pag. 22.
– 3. Peter Hempson Ditchfield, Old English Customs Extant at the Present Time, George Redway, London,1896, Preface pag. V.

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May 232015
 
Il viaggio di Magellano, video

Avevano lasciato il Muelle de las Mulas, un po’ più al sud della Torre dell’Oro, nel fiume spagnolo Guadalquivir, il 10 agosto 1519, scendendo lentamente verso Sanlucar de Barrameda per mettersi definitivamente nell’Oceano Atlantico. Erano cinque navi, Trinidad, San Antonio, Concepción, Victoria, Santiago, partite da Siviglia al comando di Ferdinando Magellano (1480-1521) e poi, alla morte di questi, da Juan Sebastián Elcano (1486/87-1526). Li accompagnava un italiano di Vicenza, Antonio Pigafetta (1492 ca.-1531), diventato famoso per aver descritto minuziosamente quel lungo viaggio nel suo Relazione del primo viaggio intorno al mondo. “Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo [segui leggendo]

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May 182015
 
Colombo, la paprika e il Mercato centrale di Budapest

“pàprica (o pàprika) s. f. [dal serbocr. (ma anche ungh. e ted.) paprika, propr. «peperone», der. di papar «pepe» che risale al lat. piper «pepe»]. – Polvere di colore rosso vivo, ricavata da alcune varietà di peperone, leggermente piccante o fortemente acre a seconda che si utilizzino i pericarpi e i semi lavati in acqua, oppure il frutto intero con i semi non lavati; è detta anche pepe rosso, pimento rosso, capsico”: così recita il vocabolario Treccani alla voce paprica. Ma andiamo con ordine. Sicuramente Cristoforo Colombo non avrebbe mai immaginato che i prodotti vegetali caricati nelle stive dei suoi vascelli nelle terre americane da lui raggiunte a [segui leggendo]

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May 132015
 
Breve storia della carta

I giochi evolutivi dell’essere umano hanno prodotto materiali che sono serviti al suo continuum storico su questa Terra, necessità tecniche che sono cambiate con il trascorso dei secoli. Intorno al 3000-3500 a.C. in Egitto venne impiegato il Cyperus papyrus, una pianta palustre, per preparare un qualcosa di simile a ciò che oggi conosciamo come carta. Gli steli di quella bella specie botanica, tagliati longitudinalmente e disposti uno accanto all’altro, formavano una fine superficie su cui, dopo essersi seccata, si poteva scrivere. Per rendere più robusto e omogeneo il rotolo, si sovrapponeva al primo strato un secondo in modo trasversale. Col [segui leggendo]

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May 072015
 
Il Ponte delle Catene bagnato dal Danubio, Budapest

“Il Danubio è spesso avvolto da un alone simbolico antitedesco, è il fiume lungo il quale s’incontrano, s’incrociano e si mescolano genti diverse, anziché essere, come il Reno, un mitico custode della purezza della stirpe. È il fiume di Vienna, di Bratislava, di Budapest, di Belgrado, della Dacia, il nastro che attraversa e cinge, come l’Oceano cingeva il mondo greco, l’Austria absburgica, della quale il mito e l’ideologia hanno fatto il simbolo di una koinè plurima e sovrannazionale, l’impero il cui sovrano si rivolgeva «ai miei popoli» e il cui inno veniva cantato in undici lingue diverse. Il Danubio è [segui leggendo]

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May 032015
 

Nei giochi della storia a volte ci si imbatte in falsi miti, dicerie, che vengono da ben lontano e che vagliati alla luce delle fonti si scoprono prive di attendibilità, credenze passate di bocca in bocca di libro in libro di autore in autore che hanno acquistato, ingiustamente, il timbro di “verità”. Nel seguente video il prof. Alessandro Barbero ci parla di tre “invenzioni storiche” – i terrori dell’Anno Mille, lo ius primae noctis, l’idea che la terra era piatta – che per secoli si sono creduti esser veri, tre “inesattezze” che hanno pur sempre una loro importanza storica.

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Apr 262015
 
Viaggio a Selinunte, i templi delle divinità

Fra disagi e disavventure, nel suo peregrinare per la Sicilia, un giorno del 1551, il saccense fraticello domenicano Tommaso Fazello (1498-1570) si imbatté in colossi di pietra e imponenti costruzioni distrutte che descrisse nel suo “De Rebus Siculis” pubblicato a Palermo nel 1558, testimonianza scritta in latino che raccoglie la storia dell’isola dalle mitiche origini fino al XVI sec., un’opera storico-geografica di degna nota. «Dentro le sue mura [di Selinunte] si vedono due templi non tanto grandi, uno ha colonne scanalate, l’altro invece lisce, e non è ben certo se sia stato un tempio o la casa del pretore. In [segui leggendo]

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Apr 202015
 
Parole e storia: Lavorare per il re di Prussia

di Ivana Palomba “… Il a travaillé, il a travaillé pour le roi de Prusse…” Oggi certamente la locuzione “lavorare per il re di Prussia” è entrata nel dimenticatoio per quel regno di Prussia disperso nelle nebbie del passato. Un regno che costituiva circa i due terzi dell’Impero tedesco e che durò dal 1701, quando fu creato, fino alla fine della prima guerra mondiale. Il modo di dire, il cui significato è darsi da fare inutilmente, a proprio danno o, peggio, a vantaggio della parte avversa, quindi risente dell’usura del tempo che ne vanifica l’efficacia nel contesto di un discorso. [segui leggendo]

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Apr 142015
 
I caffè sociali nell’Inghilterra del XVII secolo

Grande incidenza hanno avuto i caffè, intesi come locali sociali, nell’Inghilterra del XVII sec., aiutando a modificare quella cultura nazionale che in pochi decenni avrebbe trasformato la nazione. Caffè, prodotto che ai primi del secolo in questione era bene di lusso e riservato a pochi, novità esotica che avrebbe conquistato un ruolo di primo piano, a tal punto che Thomas Rugg affermava esserci una bevanda turca, chiamata caffè, che si vendeva in tutte le strade della città (1). Verso il 1670, e maggiormente verso la fine del Seicento, i caffè erano così diffusi che per un penny era possibile bersene [segui leggendo]

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Apr 072015
 
Bernardino de Sahagún e il Codice Fiorentino

La Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze alberga un risultato che qualche autore considera uno dei primi testi antropologici, manoscritti compilati dal frate francescano Bernardino de Sahagún (1499-1590), il cosiddetto “Codice Fiorentino”. Giunto in Messico nel 1529, pochi anni dopo la conquista di quei territori da parte di Hernán Cortés, il missionario spagnolo tentava convertire al cristianesimo la popolazione indigena devota agli dei “pagani”. Eppure il nostro ammirava, in un certo qual modo, i locali, basta leggere nel prologo al Libro I quando affermava essere, questi, “… in materia di cultura e raffinatezza, sono un passo avanti di altre nazioni che [segui leggendo]

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