Con la scomparsa delle carestie, salvo il periodo 1811-1813, delle ondate epidemiche, eccezion fatta per il tifo del 1813, con una migliore alimentazione e con un costante aumento dello sforzo medico, la Francia, sotto Napoleone Bonaparte, vede gradualmente migliorare le proprie condizioni di vita. Resta pur sempre vero la precarietà dell’igiene, a stento ci si lavava il viso appena svegli, mentre il corpo raramente veniva pulito, a tal punto che dopo aver defecato si utilizzava una foglia o un po’ d’erba raccolta qua e là. Gli uomini si radevano la barba una volta a settimana, i capelli restavano lunghi e si credeva, in certe regioni, che croste, pidocchi e pulci fossero necessari alla salute dei bambini.
I denti cariati erano all’ordine del giorno, i braccianti dormivano perlopiù vestiti e sudore e pioggia sugli indumenti erano focolai per bronchiti e polmoniti. Le donne partorivano aiutate da una levatrice, se c’era, o dalla vicina di casa più o meno esperta, in un ambiente, lo possiamo immaginare, del niente igienico e in cui lavarsi le mani era ben poco preso in considerazione. Affezioni uterine e complicazioni post parto causavano quantità di decessi, sia fra le donne che fra i nascituri.
Eppure l’Impero si era preoccupato, nei limiti dei tempi e del possibile, di migliorare sia l’informazione sia le condizioni di vita. Nel 1802, nell’Indre-et-Loire, il prefetto Pommereul istituiva un corso per le partorienti, oltre a predisporre una sala parto nell’ospedale della Carità, si crearono inoltre quasi in ogni dipartimento delle associazioni per l’assistenza alla maternità, per venire incontro alle povere donne con figli appena nati.
Malgrado tutto, la mortalità infantile era ancora alta, sebbene non si abbiano vere e proprie statistiche, giacché non sempre la morte di un neonato era denunciata, corpo che veniva sepolto nei campi o fuori la città quasi in anonimato. In ogni caso, se un nascituro superava la prova del parto, si trovava in balia ad altri pericoli, come l’alimentazione, lo svezzamento, le fasciature troppo strette, e gli innumerevoli malanni. Salta alla vista un particolare atteggiamento dell’epoca: se il bambino fosse vissuto, i genitori e tutti si sarebbero rallegrati, se morto si sarebbe semplicemente interrato senza considerarla una grande sciagura.
Infezioni e febbri, insieme alla dissenteria, provocarono durante l’Impero la maggior parte dei decessi. I medici dell’epoca classificavano le febbri in benigne, maligne, putride, infiammatorie, potevano essere febbri d’ospedale, di prigione, dei campi, primaverili o invernali. Dicevamo della dissenteria, principale causa d’infermità, dissenteria causata più da inquinamento idrico che da carenza alimentare e alcoolismo (1). C’è da considerare che le acque dei pozzi, dei fiumi, dei ruscelli, o anche delle fontane, talvolta erano poco potabili per via delle loro vicinanze a pozzi neri o perché talvolta vi si gettavano le carogne degli animali o i rifiuti urbani o scoli vari. Non meno è da riflettere sul fatto che a volte il pane poteva contenere segatura, fecola, sali tossici, o che l’assenzio era colorato con ossido di rame, o nello stesso sale si aggiungeva gesso, terra o salnitro.
Il tifo fece la sua apparizione alla fine dell’Impero, tifo venuto dalla Germania insieme alla sconfitta: eravamo intorno al 1813. Così come il vaiolo, altra causa di morte insieme alla sifilide portata dai soldati, che fece strage. Sebbene i vaccini iniziassero a diffondersi, si aveva spesso a che fare con l’ignoranza e una forte tradizione da vincere, oltre con innumerevoli ciarlatani senza esperienza che girovagavano per campi e paesini vendendo pozioni magiche.
I medici, pochi come i farmacisti, lottavano contro le credulità popolari e i loro auto-medicamenti naturali, non sempre efficaci contro le malattie. La professione medica si disciplinò con una legge del 19 Ventoso XI, medici usciti dalle scuole e, nella maggior parte dei casi, legati ancora ai salassi e all’esame delle urine (2).
Accanto alle chiese di campagna c’era un cimitero che raccoglieva i cadaveri, cimitero poco o del nulla visitato e curato, così come nelle città ci si lamentava della scarsa manutenzione di questi luoghi. I defunti erano vestiti con la camicia più vecchia, magari puliti un’ultima volta, e avvolti in un drappo anch’esso logoro, per essere sepolti direttamente in un fosso.
Così sia!
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1. Darquenne, La dysenterie en Belgique à la fin de l’Empire, in “Revue du Nord”, luglio 1970, pp. 367-373.
2. Antoine e Waquet, La médicine civile à l’époque napoléonienne, in “Revue de l’Institut Napoléon”, 1976, p. 73.
Vedi inoltre:
Jean Tulard, La vita quotidiana in Francia ai tempi di Napoleone, Rizzoli, Milano, 1996.
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