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Dopo Gaetano de Sanctis, Jules Michelet e Gregorio de Tours, Alessio Miglietta continua le sue colte dissertazioni sui grandi storici: oggi Henri Pirenne.

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Henri Pirenne, la storia come sintesi
Storia d’Europa, 1916-1918

Mi trovo qui, solo con i miei pensieri, e se non riesco a dominarli, si lasceranno dominare dal dolore, dalla noia e dalle ansie per i miei cari e mi condurranno alla nevrastenia o alla disperazione. Occorre assolutamente che io reagisca. […] L’essenziale è ammazzare il tempo e non farsi ammazzare da lui.
Henri Pirenne, Storia d’Europa(1)

Non esiste, nella storia del mondo, un fatto paragonabile, per l’universalità e l’immediatezza delle sue conseguenze, all’espansione dell’Islam, nel VII secolo.
Henri Pirenne, Storia d’Europa(2)

Quando Jacques Pirenne aprì la porta del severo studio di lavoro dove, sin da bambino, aveva visto il padre chino senza sosta su libri e documenti, intento per ore a scrivere e prendere appunti, fu di colpo pervaso da un intenso odore di carta e inchiostro che lo trascinò in un immediato vortice di ricordi, alcuni sbiaditi dagli anni, altri vivi come se il tempo si fosse fermato, immobile come l’antica pendola che il padre caricava ogni giorno, alle dieci e trenta precise, e che da qualche giorno non muoveva più le sue lancette.
Henri Pirenne, il celebre storico autore della Storia del Belgio, si era infatti spento da pochi giorni: era l’inizio di novembre del 1935. In quei giorni, ad Uccle, si respirava un’atmosfera cupa e opprimente, segnale inquietante di un’imminente tragedia che, proveniente dall’irrequieta Germania, investiva il piccolo stato belga e l’Europa intera. Già si era avvertita nel 1914, quando i Prussiani ignorarono la neutralità dei Belgi e ne invasero il territorio per poter poi accedere all’obiettivo finale: la Francia. Ma essere Belga nel Novecento significava vivere tra due fuochi, la Francia e la Germania, in un paese orgoglioso della propria neutralità ma incapace di mantenerla a causa dei continui attacchi ai confini. Le due potenze, i due fuochi, rappresentavano per un giovane storico non solo due forze politiche e militari contrapposte, e, ovviamente, due modi di vivere e pensare completamente differenti, ma anche due scuole di storiografia antitetiche e in concorrenza. Henri Pirenne le aveva frequentate entrambe negli anni ottanta del XIX secolo, grazie alle borse di studio vinte quando era studente. Tra la storia nazionalista tedesca che tanto seguito avrebbe avuto proprio negli anni del potere hitleriano e che pretendeva di parlare di un’Europa germanica dopo la vittoria del 1870, e la scuola classica di de Coulanges, egli scelse decisamente la seconda. Fin da bambino abituato alla tolleranza e all’apertura alle diverse culture e opinioni, aveva sempre avversato l’ideologia della supremazia tedesca e, nello specifico della sua materia, si poneva in maniera estremamente critica nei confronti della scuola storiografica teutonica il cui principio fondante era quello razziale. Jacques ripensava a quando il padre, ricevuta la notizia della promulgazione delle leggi di Norimberga, che sancivano ufficialmente l’esclusione della comunità ebraica dalla vita civile tedesca, fu profondamente scosso e, impotente, assistette amareggiato all’ascesa politica di Adolf Hitler, ormai all’apice della popolarità, in Germania come nel resto del mondo. La morte gli impedì di vedere coi propri occhi come la sua avversione, coltivata non solo attraverso i libri ma anche da una drammatica esperienza personale, fosse giustificata. Infatti, Henri Pirenne, fu internato in un campo di concentramento tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

Jacques guardò con nostalgia i soprammobili disposti con cura su un tavolino: un guerriero Franco e uno Romano, l’uno di fronte all’altro, sembravano fronteggiarsi in una battaglia senza fine, mentre una rana, un leone e un cane occhieggiavano tra gli scaffali pieni di libri. Erano gli oggetti che molto tempo addietro il padre animava in storie fantastiche, per il diletto dei suoi giovanissimi figli; altre volte il padre leggeva loro pagine intere dell’Odissea o i racconti della Tavola Rotonda ed era facile perdersi tra i sogni a occhi aperti ascoltando la sua voce profonda e severa. Si sedette davanti alla scrivania del padre: sul piano di lavoro la bozza con le ultime correzioni del Maometto e Carlomagno, pronta per la stampa. Un lavoro a cui il padre aveva dedicato molte delle sue risorse e che rappresentava il risultato finale degli studi di una vita sull’influenza che l’invasione islamica del VII e VIII secolo ebbe nell’area del Mediterraneo. Il lavoro raccoglieva e riadattava la serie di lezioni tenute a Bruxelles nel 1930; sfogliandolo, Jacques scorse centinaia di minute correzioni e di brevi glosse a matita, di una scrittura frenetica ma chiara. Era seduto proprio lì, davanti alla scrivania del padre, dove tante volte lo aveva distolto dai suoi studi per chiedergli la traduzione di un passo particolarmente difficile di un autore latino; egli, con fare comprensivo ma sempre un po’ autoritario, non negava mai il suo aiuto. Ma solo la domenica si poteva veramente parlare e trascorrere un po’ di tempo con lui: Henri Pirenne era un uomo abitudinario e legato inderogabilmente ad orari precisi e solo la domenica si concedeva il riposo dal lavoro di storico. Quella giornata, infatti, era dedicata alla corrispondenza e alla visita mattutina al caffè della facoltà di filosofia e di scienze dove incontrava colleghi e studenti, e dove spesso si fermava ben oltre l’ora di pranzo, unico ritardo che si permetteva nella sua scadenzata esistenza, provocando spesso l’ira della moglie. Dopo pranzo s’immergeva in qualche romanzo, di preferenza di Balzac o Hugo, poi si metteva a giocare ai soldatini con i figli fino a sera. Quando il figlio Pierre divenne più grande trascorreva volentieri ore ad ascoltarlo suonare il pianoforte, soprattutto l’amato Beethoven.

Jacques aprì un cassetto della scrivania nel cui fondo trovò due pacchi involti nella carta. Il primo conteneva decine di quaderni di scuola che presto riconobbe: erano i compiti suoi e dei suoi fratelli, insieme ai loro disegni dal tratto incerto che evidentemente il padre aveva conservato e che aveva deciso di avere vicino a sé, nei momenti faticosi della ricerca. Nell’altro pacco, ancora quaderni: la grafia che si muoveva sulla carta ingiallita, però, questa volta non apparteneva ad un ragazzo ma ad una mano sicura, adulta; era la mano di Henri Pirenne ad aver vergato quelle pagine. Jacques guardò l’intestazione del primo quaderno, lesse: “Storia d’Europa”. Nella prima pagina poche righe d’introduzione e una data, il 31 gennaio 1917: “A Holzminden, gli studenti russi ai quali facevo, improvvisandolo, un corso di storia economica, mi esprimevano il desiderio – e lo vedevo sincero – che pubblicassi quelle lezioni. Perché non tentare di schizzare qui, a grandi linee, quella che potrebbe essere una “Storia d’Europa?(3)” ”. Jacques ritornò col pensiero a quegli anni di distacco e di dolore, quando il fratello Pierre perdeva la sua giovane vita sull’Yser e il padre veniva deportato in Germania per le sue posizioni in difesa dell’autonomia del suo paese e della sua università.

Quei tempi terribili erano confusi nella memoria dell’allora poco più che ventenne Jacques, ma il padre Henri l’aveva ricordati mille volte nei suoi discorsi e ne aveva lasciato testimonianza in un suo libro di memorie. Il 4 agosto 1914 la Germania invase il Belgio, e già il 3 novembre la famiglia Pirenne veniva colpita dal lutto: Pierre Pirenne, infatti, moriva sull’Yser contribuendo eroicamente a fermare l’avanzata nemica che, effettivamente, da quel punto non riuscì più a continuare la conquista. All’università di Gand, intanto, pressioni sempre più forti del nemico invasore spingevano affinché le università belghe aprissero le porte ai docenti tedeschi, ma i colleghi indigeni, tra cui lo stesso Henri, rifiutarono con decisione negando ogni compromesso. Giunse l’invito formale del governo tedesco, ma ancora tutti i componenti dell’ateneo rifiutarono di obbedire e sospesero addirittura i corsi. Per ritorsione, i due più illustri professori di Gand, Paul Frédériq e Henri Pirenne, furono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Crefeld. Il 19 marzo 1916, alle nove del mattino, Jacques vide arrivare in rue Neuve Sainte-Pierre, l’abitazione sua e della sua famiglia, un ufficiale dell’armata di occupazione tedesca che si presentò e prese in consegna il padre. Lo avrebbe rivisto solo dopo più di due anni.
Al campo di Crefeld, dove erano già imprigionati ottocento ufficiali inglesi, belgi, francesi e russi, giunse immediatamente, senza neppure salutare un’ultima volta la famiglia. Henri si trovò, così, a contatto con diverse culture e da subito fraternizzò con gli altri prigionieri, instaurando amicizie e dialogando con tutti. Con gli ufficiali russi nacque subito una reciproca simpatia e non tardò il principio di una collaborazione e di uno scambio di conoscenze che risultarono ad entrambi estremamente utili. Henri Pirenne prese lezioni di russo da un colonnello zarista, il quale lo istruì anche sui costumi e i principi della civiltà islamica, e, nel contempo, tenne una serie di lezioni di storia economica europea sia al colonnello che agli altri ufficiali. Lo storico belga ben si adattava all’ambiente multiculturale del campo, grazie anche ad una formazione improntata alla tolleranza e all’apertura alle idee altrui. Il padre di Henri era un progressista molto attivo nella vita politica della propria città, fondatore del giornale Le Progrés, colto lettore, e fu anche un noto imprenditore locale; la madre, di idee opposte, era una fervente cattolica e trasmise al figlio il rispetto per la Chiesa ed una spiccata sensibilità religiosa che gli fu estremamente utile per una profonda comprensione del Cristianesimo, soprattutto nello studio del periodo medievale. Coltivò durante l’infanzia, inoltre, la passione per la geografia e per la conoscenza di culture e costumi lontani: trascorreva ore nella biblioteca del padre a leggere intere annate della rivista Tours du monde, celebre periodico illustrato di resoconti di viaggio. Non poteva immaginare, però, che l’incontro più importante con l’alterità lo avrebbe vissuto in un campo di prigionia.
Il governo tedesco era convinto che la detenzione dei due professori non si dovesse protrarre per molto tempo, fiduciosi com’erano che l’università di Gand riaprisse i corsi; ma così non avvenne. Mai l’università cedette. Dopo due mesi di prigionia a Crefeld, Henri fu trasferito nel grande campo di concentramento Holzminden, che allora conteneva ben diecimila prigionieri; una sorta di inasprimento della punizione, per premere sull’università di Gand. Intanto la notizia della deportazione di uno studioso così illustre fece il giro del mondo: il presidente degli Stati Uniti d’America e il papa reclamarono la sua liberazione, invano. Jacques e la famiglia, intanto, non potevano che aspettare a casa, soli.

Le lettere del padre di famiglia giungevano puntuali a casa Pirenne, ragguagliandola sulla sua esperienza di prigioniero dei tedeschi. Henri descrisse minuziosamente il campo dove si trovava: diviso in ottantaquattro baracche di legno delimitate da strette vie di collegamento, era tagliato a metà dalla principale di queste stradine, dove una folla di prigionieri di tutte le lingue e culture s‘incontravano in una sorta di moderna agorà. Pian piano quell’agglomerato di capanne si trasformò in una città, con le sue botteghe, i suoi ritrovi, i suoi caffè, le sue chiese, le sue biblioteche. Si costruì anche una piccola capanna che venne nominata “Università”, dove erano custoditi i libri che provenivano dalle donazioni della beneficenza privata e dove alcuni professori cominciarono a tenere lezioni a chiunque volesse ascoltare. Tutto ciò, però, non deve portare a pensare che nel campo di Holzminden si facesse una vita tutto sommato spensierata: i controlli erano rigidissimi, come la disciplina, e ogni prigioniero era sottoposto a continue perquisizioni e controlli. Spesso venivano inferte punizioni terribili e crudeli e lo stesso Henri dovette sperimentare la durezza del carcere all’interno del campo a causa di leggere infrazioni del regolamento.
Henri Pirenne tenne un corso di Storia del Belgio ai suoi compatrioti, che riscosse un successo straordinario, tale da suscitare preoccupazioni da parte dei tedeschi, timorosi del possibile effetto destabilizzante che tali lezioni potevano esercitare sui prigionieri; le lezioni vennero infatti sospese per alcune settimane, per controlli e perquisizioni, e poterono riprendere alla presenza di un soldato tedesco che fungesse da testimone e dopo una preventiva lettura da parte dei dirigenti del campo. Nel frattempo continuò a studiare numerose fonti russe, che grazie alle lezioni di lingua impartitegli durante l’esilio, poteva leggere direttamente senza intermediari, e proprio lì concepì la possibilità di scrivere una storia d’Europa medievale e moderna. Cominciò anche a tenere lezioni sull’argomento e tali lezioni divennero il preludio del libro che poco dopo avrebbe cominciato a scrivere.
Il 24 agosto 1916 venne trasferito a Iena dove poté finalmente riabbracciare il collega e amico Frédéricq. Lì gli fu permesso di soggiornare in una piccola casa, sempre sotto sorveglianza, ma non più in segregazione. Frequentò le biblioteche della città e proseguì lo studio delle fonti russe. Pochi mesi dopo però, nel gelido gennaio di Iena, fu nuovamente arrestato con l’accusa di complottare contro l’Impero e fu condotto in un piccolo paese nei pressi di Eisenach, Creuzburg, in totale isolamento, senza neppure la possibilità di leggere o consultare libri. Jacques, ripensando a quei momenti, immaginò quale potesse essere stato lo sconforto che aveva dovuto colpire il padre, privato degli affetti e della sua passione di una vita: lo studio della storia. Ma Henri Pirenne non era uomo da arrendersi facilmente e, se mai fosse veramente sprofondato nella disperazione, reagì prontamente, individuando subito qualcosa che lo potesse distogliere dalla sensazione di vuoto che provava. Pochi giorni dopo il suo arrivo, esattamente il 31 gennaio 1917, decise di visitare una vicina bottega dove comperò alcuni quaderni di scuola; tornò nella piccola casetta a lui assegnata e si sedette davanti alla scrivania per cominciare a buttare giù, a memoria e senza l’ausilio di alcun testo o appunto, la prefazione e il primo capitolo di quello che sarebbe diventato il suo libro Storia d’Europa. La dedica fu per la famiglia e per il figlio Pierre che tanto gli mancavano: una temporaneamente lontana, l’altro perso per sempre.

Il risultato di quegli scritti, unici compagni in quell’odioso esilio, erano davanti agli occhi del figlio Jacques, ancora seduto davanti alla sua scrivania, nei giorni tristi immediatamente successivi alla sua morte. Jacques, incurante delle ore che passavano veloci, si mise a leggere il contenuto di quei vecchi quaderni, acquistati venti anni prima in un piccolo paese della Germania. Già il titolo potrebbe sembrare ambizioso: raccogliere in un libro di poche centinaia di pagine tutta la storia d’Europa dalle invasioni barbariche all’inizio del XX secolo è un’impresa che può portare solo a due risultati, la banalizzazione degli avvenimenti e dei processi storici o un capolavoro di sintesi che riesca a delineare il senso e l’importanza dell’esperienza storica occidentale. Raro che si compia il secondo obiettivo, raro ma possibile: fu proprio il caso della Storia d’Europa, mirabile sintesi di storia evenemenziale (forse anche a causa dell’impossibilità di consultare alcuna fonte scritta non poté approfondire più di tanto), di storia dei concetti, di storia culturale ed economica. Sintesi, quindi, non solo come operazione di semplificazione, ma anche come onnipervasività disciplinare e tematica. Egli, infatti, avversava ogni tipo di specialismo, sosteneva l’universalità del sapere e il metodo della storia comparata (non per niente fu il maggiore ispiratore delle Annales). Non solo: sintesi di trentacinque anni di studio e di quelle idee originali che nuove si affacciavano nel lavoro di Pirenne e che sarebbero sfociate nei suoi due lavori maturi La città nel medioevo e Maometto e Carlomagno. Sintesi globale, infine, delle molteplici e disparate voci di un’Europa sempre parcellizzata in mille stati e confini territoriali, grazie alla notevole competenza personale in materia geografica: per Henri Pirenne l’obiettivo della storia era la storia dell’umanità tutta.

Cinque volte sintesi, dunque, rivolte ad un lettore non specialista, come furono i soldati russi spettatori di quelle lezioni che furono il preludio al libro; lezioni che ebbero successo, prima di tutto, per la loro semplicità di esposizione e di contenuti (mai più di tre semplici idee a sessione) e per la loro brevità (non superava mai i cinquanta minuti). Non amava riportare date che spesso sfuggivano alla memoria e che poco considerava; preferiva i concetti, i processi di lunga durata, le tendenze umane complessive. Non aveva mai nascosto di detestare la pedanteria e l’erudizione fine a se stessa, preferendo l’applicazione pratica ad astruse teorie, slegate dalla realtà. “Pirenne è il meno accademico degli uomini […]. Nulla vi sa d’effetto, o di tinte forti. Una sola preoccupazione: d’esattezza e di chiarezza. […] È l’espressione spontanea d’un pensiero di storico che, sapendo distinguere l’importante dall’accessorio, vede il paesaggio del passato dall’alto, abbastanza per non ritenerne che le linee guida e i nessi essenziali(4).”

Nella seconda pagina del quaderno, Jacques lesse il piano dell’opera che prevedeva di giungere sino al 1914, alla vigilia della guerra che avrebbe sconvolto la tranquilla esistenza del padre. Già nel primo capitolo, che affronta il periodo delle invasioni barbariche, si percepisce come le ultime tragiche esperienze personali avessero lasciato il segno nella mentalità e nel lavoro dello storico belga. In più riprese, infatti, egli sottolinea come il principio dell’importanza della razza nel dipanarsi della storia e delle forze in campo sia del tutto infondato e indegno di essere preso in considerazione. Ben altro aveva causato il crollo dell’Impero romano e l’ascesa dei popoli nordici, che una vaga e semplicistica supremazia razziale. Non vi sono popoli inferiori e popoli eletti, ma solo popoli diversi. Ancora più stupefacente è la teoria che sottende a tutta la prima parte del testo: la convinzione, ripresa poi in Maometto e Carlomagno, che l’economia e la cultura romane non fossero venute meno con la morte di Romolo Augustolo, ma avessero avuto vita fino al VII secolo e che a distruggere l’impero non fossero state le invasioni barbariche bensì l’offensiva islamica. Era la prima volta che tale teoria veniva esplicitata consapevolmente in un lavoro di storia. Ma altre novità attendono il lettore nella seconda parte dell’opera, sempre redatta a Creuzburg in quei mesi di solitudine.
L’estrema attenzione ai fenomeni economici e sociali fece sì che Pirenne cogliesse, già durante la crisi del Trecento, la genesi di una primitiva classe proletaria, egli che era lontano dal marxismo ma capace di leggere il corso della storia senza pregiudizi ideologici di sorta. Ciò non gli impedì, però, di inquadrare con lucidità un fenomeno come quello delle Crociate, spesso soggetto ad interpretazioni economiche o politiche che risultano fuorvianti e che scaturiscono da una visione che vorrebbe essere sofisticata ma che perde di vista l’oggettività e la giusta collocazione in termini di storia della mentalità: “La causa che muove la crociata è tutta spirituale, svincolata da qualsiasi preoccupazione d’ordine temporale: la conquista dei Luoghi Santi. Solo chi parte senza spirito di lucro partecipa alle indulgenze. Occorrerà attendere fino alle prime guerre della Rivoluzione Francese per trovare combattenti al pari di questi, liberi da ogni altra considerazione che non sia la dedizione a un’idea” (5). Un confronto illuminante che ben esemplifica la semplicità e, al tempo stesso, la profondità del suo pensiero. A dimostrare ancora una volta la sua apertura mentale, sempre nelle pagine della Storia d’Europa, nonostante una formazione giovanile improntata sui valori del romanticismo e dell’idealismo, Henri Pirenne convenne nel considerare la preponderanza delle condizioni economiche e sociali sulle azioni dei singoli, anche quando si fosse trattato di uomini straordinari. Questi uomini, secondo lo storico, possono soltanto interpretare e gestire quelle condizioni esogene e tentare di veicolarle ai propri fini. Queste le posizioni che emergono dallo stile sobrio della Storia d’Europa.
Nel pieno del lavoro, quando ormai la trattazione giungeva agli ultimi anni del medioevo e ai primi della modernità, quando il sole di agosto scaldava le stradine del paesino in cui era costretto in esilio, Henri poté riabbracciare, seppur solo per poche ore, la moglie e il figlio più giovane, Robert, che, con un permesso speciale, riuscirono a superare i blocchi stradali e a raggiungere Creuzburg. Ma la prigionia sarebbe dovuta continuare ancora quattro mesi, durante i quali lo storico belga ebbe la possibilità di continuare a lavorare alla sua Storia d’Europa, sempre senza alcun riferimento scritto. Il 6 dicembre 1918, a guerra già finita, la famiglia Pirenne fu nuovamente tutta unita: Henri raggiunse la sua città in auto, con in mano solo una pila di quaderni, l’ultimo dei quali trattava la monarchia nascente nell’Europa del Cinquecento.

Jacques, proprio mentre ricordava tutti questi avvenimenti, ancora inchiodato alla sedia appartenuta al suo vecchio padre, pose lo sguardo ad una fotografia incorniciata e appoggiata alla scrivania. Era proprio la foto del Natale 1918: intorno ad una tavola apparecchiata, il padre Henri, con uno sguardo dolce e malinconico, così diverso da quello fiero e indagatore che rivelavano le fotografie precedenti all’esilio, e incanutito improvvisamente dalle tristi esperienze di quegli anni, era seduto accanto alla moglie adorata, al figlio minore Robert, alle sue sorelle maggiori, al piccolo nipotino Pierre, lieta novità del ritorno a casa del neo-nonno Henri, e, infine, allo stesso Jacques, ancora molto giovane. Una sedia vuota sembrava ricordare amaramente che da quelle tragiche vicende di guerra la famiglia Pirenne non uscì indenne: lo sguardo triste dello storico più illustre del Belgio era rivolto, più che ai ricordi della lunga prigionia, all’abisso della morte nel quale il figlio Pierre fu risucchiato quella maledetta, ed eroica, giornata sull’Yser.
Jacques si alzò dalla sedia di fronte alla scrivania del padre, appena scorsa l’ultima pagina del manoscritto che era rimasto congelato nella sua redazione a quel 6 dicembre 1918 e che mai più il padre avrebbe proseguito (il testo infatti interrompe la sua analisi al periodo intorno al 1550), forse per i molti impegni che lo travolsero quando riottenne la libertà o forse per i troppi insostenibili ricordi che quei quaderni gli suscitavano. In mano stringeva non solo i quaderni della Storia d’Europa, ma anche la bozza finale del Maometto e Carlomagno, con l’intenzione determinata di pubblicare entrambi i testi al più presto, perché tutto il mondo della cultura potesse godere di quei capolavori di storiografia.
Chiuse dietro di sé la porta dello studio, non prima di aver dato un ultimo sguardo ai due soldati di terracotta, alla rana, al leone e al cane, i muti compagni di quella giornata di ricordi, un tempo complici dei giochi paterni, gli parve che una parte importante di sé fosse rimasta chiusa per sempre tra quelle quattro mura.

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Storia d’Europa di Henri Pirenne fu pubblicata, a cura dello storico Jacques Pirenne, figlio di Henri e anch’egli storico illustre, nel 1936, in un’edizione che integrava al manoscritto date e riferimenti bibliografici che l’autore non aveva potuto reperire durante l’isolamento a cui era stato condannato.

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1.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Prefazione.
2.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Libro I, Cap. III.
3.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Prefazione.
4.Marc Bloch, Histoire et historiens, Armand Colinm Paris, 1995 (tr. it. G. Gouthier, Storici e storia, Einaudi, 1997, p. 274).
5.Henri Pirenne, Storia d’Europa, Libro IV, Cap. III.

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Un’intervista ad Alessio Miglietta.

Il tema della morte è sempre stato un argomento lungamente e largamente esaminato nella storiografia in generale, tema che ha attratto anche – molto meno oggi – la fantasia e il pennello degli artisti.
Ben sappiamo che la società continuava a dividersi, nel periodo da noi preso in considerazione, il primo Rinascimento, in categorie, e secondo l’appartenenza si avevano privilegi, favori e concessioni. Ne Lo specchio del Mondo di Caxton, del 1481, si legge per esempio:

Quelli che lavorano dovrebbero fornire ai chierici e ai cavalieri il necessario per vivere nel mondo in modo dignitoso; i cavalieri dovrebbero difendere i chierici e i lavoratori affinché non sia fatto loro nessun torto; i chierici dovrebbero istruire e insegnare agli altri, indirizzarli nei loro lavori in modo tale che nessuno faccia qualcosa che debba dispiacere a Dio o per cui debba perdere la Sua grazia (1).

Divisione abbastanza semplificata, cavalieri che combattono, chierici che educano e pregano, contadini che lavorano: per l’epoca, un equilibrio e un’armonia da non sovvertire, conseguenza rivoluzioni, sangue, pene, dolori. Eppure c’era un qualcosa di naturale che li accomunava: la paura per la Morte.
Albrecht Kauw (1621-1681), riprendendo il ciclo di Danze macabre, Totentanz - in tedesco - (1515-1519), di Niklaus Manuel (1484 ca.-1530) che decoravano il cimitero dei frati domenicani a Berna, cimitero a sua volta distrutto nel 1660, ci ha lasciato una rappresentazione davvero grottesca, dove, in una serie di scene, raffigura la Morte che accomuna tutti i ceti sociali e, mano nella mano, li accompagna nell’aldilà.
Niklaus, da parte sua, si dilettava rappresentando la Chiesa con un papa, un cardinale, un patriarca, un vescovo, un abate, un canonico, un frate e un eremita, mentre fra la classe nobile annovera un imperatore, un re, un duca, un conte, un cavaliere, un membro dell’Ordine Teutonico. Poi seguivano i meno nobili: un professore, un medico, un giurista, un avvocato, un astrologo, un consigliere, un mercante, un magistrato, un balivo, un soldato, un contadino, un artigiano, un cuoco, un pittore. Le tre divisioni superbamente ritratte in una dimensione collettiva di un’esperienza a cui tutti sono iscritti.
Ma la Morte, ironicamente e cortesemente, sovvertiva l’ordine umano e interrompeva le attività di ognuno di loro, e senza mezzi termini, forse allegramente, si portava via un’imperatrice, una regina, una badessa, una monaca, una prostituta, oltre a una giovane, una moglie, una vedova, uno scapolo, un pazzo.
Nulla e nessuno sfuggiva, il suo potere era superiore a quello di re e imperatori, nessuna schiera di armati poteva fermarla, nessuna preghiera era tanto convincente da interrompere il suo cammino, ogni momento era valido per lasciare gli affari e la famiglia. Queste sarcastiche decorazioni, pertanto, dovevano ricordare al visitante che la Morte non perdona e che tutti sono in balia di un destino che temevano penoso e insidioso, ma che accettavano come parte della vita.
Il tempo si fermava, l’azione si bloccava, Lei era l’unica a danzare.

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1. John R. Hale, L’Europa nell’età del Rinascimento, 1480-1520, il Mulino, Bologna, 2003, pag. 186.

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Un particolare ringraziamento al mio amico Robert Selinger per avermi fornito preziose informazioni tradotte dal tedesco.

Se la Storia non avesse immagini, sarebbe sterile, poco piacevole, una Storia quasi “sbiadita”. E allora vado sempre in cerca di foto, di figure, di acquerelli, di tele, di affreschi, di schizzi, di disegni, di incisioni, di tutto quanto possa raffigurarla e renderla più visibile e di facile memorizzazione.

Stavolta ci aiuta un inglese, un viaggiatore, un disegnatore che si cimentò a raffigurare uomini, donne, piante, frutti di quell’America scoperta quasi un secolo prima: John White (1540 ca.-1593 ca.).
Inviato da sir Walter Raleigh (1552-1618) col fine di propagandare l’interesse colonialista fra i compatrioti, White viaggiò in Nord America, principalmente nell’odierna Nord Carolina, per ben cinque volte, fra il 1584 e il 1590, accompagnato dal linguista e topografo Thomas Harriot (1560-1521). I due presentarono in Inghilterra una relazione in cui si raffiguravano gli indigeni americani, i loro usi, le armi, la flora e la fauna, le loro terre, immagini e parole che crearono il modello con cui gli europei prenderanno contatto con quel determinato mondo esotico. Il resoconto fu ben presto tradotto in varie lingue e stampato in Francoforte nel 1590 dal tipografo fiammingo Theodor de Bry (1528-1598).
White soffermò la sua attenzione, fra le altre cose, su una tribù chiamata Secotòn, rendendo immortali i suoi uomini mentre danzavano, le donne con i seni scoperti e i loro piccoli legati al corpo con delle semplici stoffe, i campi di mais, frutto base della loro alimentazione, dipingendo una delle mogli del capo indios Wingina, le loro case fatte con giunco, tutti aspetti di una quotidianità che abbozzava con estrema attenzione, forse idealizzandoli. Abbondanza, pace, tranquillità, contatto con la natura, gente sorridente sono dunque le espressioni che caratterizzano gli acquerelli di White.
Eppure la realtà era ben diversa. Gli inglesi, accusando gli indios di attaccarli e derubarli, li combatterono ferocemente, decimando la popolazione e allontanandoli sempre più dalle coste e dalle terre che abitavano da secoli, isolandoli, indios che morivano inoltre per le malattie portate dagli europei.
Di seguito tre acquerelli che descrivono la vita sociale dei popoli nord americani verso la fine del XVI secolo, disegni nitidi, forti, imponenti, e nello stesso tempo squisiti, disegni che tramandano il passato di un popolo scomparso.

Rino, immaginando.

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Images from Virtual Jamestown.

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Villaggio indiano di Pomeiock

Indiani attorno un fuoco

Indiani attorno un fuoco

Uomo e donna indiani mangiando

Prendiamo in esame le carte da gioco di fine medioevo inizi del rinascimento per esaminare la moda dell’epoca, carte in cui venivano rappresentate figure che ci servono per approfondire lo studio del costume. Bianca Maria Rizzoli ce ne fa un interessante quadro.

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Le carte da gioco, probabilmente arrivate in Europa dall’Oriente durante il Medio Evo, dettero il via ad una curiosa variante: i Tarocchi. Formati da 78 carte, erano suddivisi in due sottogruppi: il primo di 22 carte illustrate con figure simboliche, anticamente chiamate Trionfi, e dall’Ottocento Arcani maggiori, l’altro in 56 carte suddivise in 4 serie che in Italia avevano come insegna coppe, danari, bastoni e spade, con quattro figure per ciascuno, comprese quindi le Regine. I documenti più antichi che testimoniano la presenza di questo tipo di mazzo di carte sono due inventari datati 1442, del ducato Estense di Ferrara. Si trattava di carte costosissime, perché dipinte a mano e rivestite di foglia d’oro e, sfatando una leggenda che li vuole nati in Egitto a scopi divinatori, erano adoperate solo per giocare. L’uso cartomantico dei Tarocchi risale al XIX secolo.
Il mazzo più completo che ci sia pervenuto fu realizzato non prima del 1450. Viene comunemente chiamato di Visconti-Sforza, perché le due famiglie erano legate nel governo del ducato di Milano, ed è conservato in tre gruppi separati all’Accademia Carrara di Bergamo, alla Pierpont Morgan Library di New York, mentre 13 carte sono di proprietà della famiglia Colleoni di Bergamo.
La moda contemporanea si dispiega nei costumi delle figure dei Tarocchi ed evidenzia in modo chiaro la differenza per classi sociali nel Quattrocento, tra dame e cavalieri, famiglie, religiosi, ricchi e poveri. Molti personaggi indossano abiti sontuosi che si inseriscono bene nello stile allora imperante del Gotico internazionale, un momento di passaggio tra Medioevo e Rinascimento in cui l’arte e la moda conservavano le forme allungate caratteristiche dello stile gotico, pur temperandole con la tendenza all’equilibrio tipica del nascente Rinascimento.
Nel periodo menzionato per la donna erano obbligatori lo strascico e le maniche lunghe fino a terra. Un tipico esempio di questa moda si trova nella figura dell’Imperatrice, seduta in trono con un velo giallo e una corona in testa, con una sopravveste interamente in tessuto d’oro ricamata, le maniche ad ala foderate di blu sopra una veste anch’essa blu. I guanti che la donna porta erano considerati un simbolo di nobiltà e un accessorio precluso alle classi più basse, perché costosissimi. Conosciuti fin dall’antichità (ne sono stati trovati un paio anche nella tomba del Faraone Tutankhamon, 1341–1323 a.C.) rinacquero nel Medioevo con la cavalleria e vennero portati anche dal clero. Solitamente in tessuto, a volte riccamente ornato di gemme, potevano essere fabbricati in cuoio pesante per sostenere gli artigli adunchi dei falconi usati per la caccia. Li si donava alle donne come pegno nuziale. Sulla veste dell’Imperatrice dei Tarocchi compaiono lo stemma e il motto Visconteo à bon droyt assieme ai simboli araldici della famiglia, come il sole raggiante, tre anelli con diamanti intrecciati, il biscione. L’anello era un simbolo importante d’eternità noto fin dai tempi dei romani, ed era usato anche dal Pontefice, nel qual caso era detto Anello Piscatorio o del Pescatore. Veniva rotto dopo la sua morte. Al diamante invece si attribuiva il potere magico di rendere invincibili.
Un’altra figura emblematica dei Tarocchi, e ancora misteriosa nel suo significato, è il Bagatto o Giocoliere. L’uomo dai corti abiti vivacissimi è seduto davanti a un tavolo con un bicchiere, un coltello e un altro oggetto di non facile interpretazione. L’enorme cappello che porta è in linea con la grandezza dei copricapi del periodo: qualche secolo più tardi, nei Tarocchi Marsigliesi, di probabile origine italiana, il Bagatto indossa l’identico esagerato cappello, in cui alcuni hanno voluto leggere un simbolo dell’infinito. Il rosso e il verde erano tipici colori diffusi tra Medioevo e Rinascimento. Il simbolismo cromatico era importante: in un contemporaneo “Trattato dei colori, nelle armi, nelle livree e nelle divise”, l’oro, il bianco, il cremisi, il verde e l’azzurro erano considerate tinte nobili. Nello stesso periodo che qui si tratta, mille combinazioni diverse potevano essere presenti sulla stessa veste con righe, doghe (strisce larghe) scacchi. Rispetto all’imperatrice il costume del Bagatto è più povero, anche se non misero, visto che la corta giacca è foderata di pelliccia. Un giocoliere di strada? Un re del carnevale? Non sappiamo. La parola ha forse origini latine e significa “figura da poco, bagatella”; non a caso nel gioco del Tarocco questa era la carta di minor valore.
Un’altra figura dei Trionfi ricorda individui più sfortunati relegati ai margini della società: emblematico è il Matto, un mendicante gozzuto, evidente allusione all’ipertrofia della ghiandola tiroidea, allora tipica malattia dei montanari delle zone prealpine con scarsa presenza di iodio. Il matto indossa una camicia rattoppata, allora unico indumento della gente povera, un paio di mutande, delle calze sfondate.
La figura più curiosa dei Trionfi è quella della Papessa, una donna seduta sul solito trono, con saio marrone cinto da un cordone a tre nodi (forse appartenente all’ordine delle Umiliate) e in testa un velo bianco, sormontato dal copricapo papale a forma ogivale detto Triregno, al giorno d’oggi non più in uso. Esso era cinto da tre corone che rappresentavano la sovranità della Chiesa universale. Questa strana carta che attribuisce il potere femminile sulla Chiesa cattolica è tuttora presente nei Tarocchi marsigliesi col significato divinatorio di introspezione e saggezza.

Bianca Maria Rizzoli

Desideriamo, Alessio Miglietta e il sottoscritto, ringraziare tutti coloro che hanno comprato, letto, commentato il nostro libro, Dal codice al libro stampato, e, al passo con lo sviluppo tecnologico, informare che adesso il testo è anche disponibile in e-book, basta scaricarlo con un semplice click qua.
Vari lettori, tramite mail, ci hanno chiesto di cosa trattano esattamente le quasi 300 pagine della nostra ricerca, per cui pubblichiamo di seguito l’Indice generale, sperando di fare cosa gradita.

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Indice generale

Prefazione p. 5

Capitolo I: Uno strumento innovativo
I.1 La nascita del codice p.11
I.2 La genesi di un nuovo modo di comunicazione p.13
I.3 Cultura cristiana e cultura pagana p.22
I.4 Un nuovo modo di leggere p.25
I.5 Il codice e il potere: la cultura giuridica p.27

Capitolo II: Un oggetto elitario
II.1 L’età dei codici manoscritti p.29
II.2 I monasteri come centri di produzione libraria p.31
II.3 Le rinascite altomedievali p.41
II.4 La questione della valutazione quantitativa p.46
II.5 Il codice miniato, un’opera d’arte p.51
II.6 La nuova cultura delle università e degli ordini mendicanti p.53
II.7 Censure ed eresie p.62
II.8 Gli umanisti e le biblioteche pubbliche p.64

Capitolo III: Un oggetto rivoluzionato
III.1 Una nuova età p.69
III.2 Gutenberg e la stampa nel 1400 p.71
III.3 La grande invenzione della stampa p.81

Capitolo IV: Un oggetto da perfezionare
IV.1 Il secolo XV p.95
IV.2 Gli incunaboli e i prototipografi p.97
IV.3 La geografia del libro stampato nella seconda metà del 1400 p.107
IV.3.1 Germania p.110
IV.3.2 Italia p.115
IV.3.3 Francia p.121
IV.3.4 Inghilterra p.123

Capitolo V: Uno strumento di erudizione e propaganda
V.1 Il codice durante i grandi conflitti religiosi p.127
V.2 Il codice e la riforma: un rapporto simbiotico p.130
V.3 Il codice e la Controriforma: un rapporto conflittuale p.133
V.4 Il codice e il potere secolare: permessi e privilegi p.139
V.5 Il codice e la Repubblica delle lettere: una premessa alla rivoluzione scientifica p.143
V.6 Il grande sviluppo del mercato editoriale p.149
V.7 L’arretramento del latino p.161

Capitolo VI: Un mezzo di comunicazione fra dotti
VI.1 Il XVII secolo p.165
VI.2 Il codice nel Seicento p.169

Capitolo VII: Uno strumento di libertà
VII.1 Il codice tra Antico regime e Illuminismo p.187
VII.2 Il potere assoluto e la censura p.190
VII.3 L’editore e il mercato p.200
VII.4 I nuovi ruoli dell’autore e del lettore p.207
VII.5 Il nuovo sapere degli Illuministi p.213
VII.6 Le enciclopedie e l’Encyclopédie p.216

Capitolo VIII: Un prodotto popolare
VIII.1 L’Ottocento p.225
VIII.2 Le tre rivoluzioni p.227
VIII.3 Il potere e i libri p.235
VIII.4 L’editore industriale e le pubblicazioni popolari p.237

Capitolo IX: Un prodotto di massa
IX.1 La stampa nel Novecento p.249
IX.2 Ancora la censura p.263

Capitolo X: Verso un prodotto immateriale
X.1 Dopo il libro p.267
X.2 Il futuro del libro classico p.269

Bibliografia p.283

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Argomenti correlati:
- Dal codice al libro stampato.
- Dal codice al libro stampato: prefazione.

Qualche mese fa scrissi, in questo blog, un breve post intorno l’importanza delle tradizioni.
Ve lo propongo, con l’invito di partecipare con un commento, una vostra opinione.

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Un popolo civile è – anche, ma non solo – un popolo che ricorda il passato senza criticarlo, accettandolo così come è avvenuto, servendosi degli eventuali errori per correggere il presente e preparare un futuro migliore per sé stessi e per i propri figli.
E le tradizioni rivestono un’importanza davvero necessaria per tramandare la memoria di mestieri, professioni, usi e costumi di una volta, memoria da rinfrescare spesso affinché non si perdano valori che fanno parte del nostro bagaglio storico-culturale.
Ben vengano, dunque, rappresentazioni, raffigurazioni, eventi che specificano, risaltano e trasmettono particolari di un passato che spesso dimentichiamo e che è stato parte del nostro sviluppo, parte del continuum storico al quale apparteniamo.

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Di seguito, i commenti ricevuti sino alla data del 26 gennaio 2010 (ore 21:00) su Facebook, e nello stesso tempo invito anche i lettori del blog a esprimere la loro opinione.

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- Angela Graziano: Grazie Gaspare di averci coinvolti. Credo che le tradizioni siano molto importanti per diversi motivi. Tu dici per tramandare la memoria di mestieri, professioni, usi e costumi di una volta affinché non si perdano valori che fanno parte del nostro bagaglio storico-culturale. Sono pienamente d’accordo con te, ma vorrei precisare che spesso servono anche per interpretare correttamente (oppure a volte fare solo delle ipotesi) la vita di tempi ancora precedenti. Mi riferisco all’evolversi delle tradizioni, ai suggerimenti che possono darci per l’interpretazioni di fonti antiche e per la comprensione di avvenimenti lontani. Inoltre lo studio delle tradizioni è indispensabile per un confronto tra persone, attività, luoghi ed epoche diverse

- Alberto Cane: Bello, sarebbe bello. Ma sono questi tempi di smemoratezza abissale. Ci sono, è vero, eccezioni, con tentativi ammirevoli di ricordare il mondo che fu, con le sue attività e le sue abitudini, ma quando vedo una città come Milano che ha completamente stravolto certi quartieri che rappresentavano la memoria viva della città, sono pessimista.

- Susanna Franceschi: Ho già detto che,secondo me,la memoria è tutto ciò che siamo.Il ricordo ha permesso alla specie bipede di sopravvivere,evolversi e predominare.
Il ricordo ci permette di muoversi nella realtà attuale e di progettare per la futura.
In quest’ottica tutto ciò che è memoria,comprese le tradizioni ed i costumi sociali,hanno una finalità produttiva e funzionale

Falegname con apprendista

- Stefania Bertelli: TRADIZIONE, nel suo significato filologico, significa trasmettere, dare a qualcuno per custodire…
In sé rappresenta un aspetto positivo: la memoria è un elemento costituente della nostra civiltà; su ciò credo che nessuno potrebbe obiettare. Tuttavia, un appello alle tradizioni potrebbe essere fuorviante per una società che si sta evolvendo; perché una tradizione può essere interpretata in tanti modi diversi.
Il riferimento era però relativo a fenomeni, eventi…che ricordano avvenimenti del passato, anche su questo ci possono essere modalità diverse di approccio: farò degli esempi per semplificare la mia visione sull’argomento.
Nella mia città ci sono delle manifestazioni che hanno questi scopi: alcune fanno parte integrante della nostra cultura e identità, altre si sono via via svuotate del significato “tradizionale” per divenire “ad usum” turistico…

- Emanuela Vacca: Grazie per avermi taggato,confermo e condivido tutto ciò che è stato detto prima di me con l’augurio sentito che gli italiani, come tutti gli altri popoli civili,non dimentichino mai la loro identità quindi non solo ciò che hanno fatto o subito,ma ciò che sono.grazie

- Sabrina Suadoni: …un popolo senza memoria è destinato a finire. In questo senso,purtroppo sono un po’ pessimista…e guardo all’Italia,al nostro bel Paese e penso che la memoria la stia piano piano perdendo. Io ho quasi 42 anni,nata in città di provincia e cresciuta in una grande città e girato il mondo fin da piccola…Alle spalle dei saggi nonni contadini piemontesi…devo a loro la mia memoria…nel mio piccolo,spero di tramandare a mia figlia quei sapori,quei colori,quelle tradizioni che lei purtroppo non vivrà in prima persona…….
Grazie Gas…

- Emilia Peatini: Interessante suggestione Gaspare.
Un tempo nemmeno considerate dagli studi storiografici, le espressioni delle cultura popolare: riti, tradizioni, comportamenti hanno assunto dignità alla pari di altri tipi di fonti per la conoscenza.
Rappresentano forse l’anello di congiunzione con la storia, quello che ci permette di trovare un filo di continuità tra il presente e la ricostruzione storica. In questa dimensione trovo molto stimolante dedicare anche didatticamente uno spazio privilegiato a tutti gli stimoli che possano produrre conoscenza. Gli esempi potrebbero essere moltissimi e non arretrerei davanti ad approfondimenti eventuali.
Temo gli usi impropri della memoria, delle tradizioni, dei riti.
Quando sono sollecitati e progettati per dare un’idea falsata ed escludente di identità.

Donne asciugando panni

- Silvia Zanotto: Grazie Rino per l’invito e grazie a coloro che hanno aperto il dialogo sul valore della memoria, della tradizione e della loro rappresentazione.
Quando sento la parola “storia” penso al trasferimento della memoria nel pensare, alla filosofia, alle correnti politiche o culturali, al “noi” sociale, testa e cuore.
Se fosse cinema?
Uno sguardo ampio d’insieme sulla vita in esterno giorno, fino all’orizzonte.
Quando sento la parola “tradizione” penso al trasferimento della memoria nel “fare”, all’artigianato, alla poesia e fatica del quotidiano, al “noi” nucleo sociale- famiglia, mani e viscere.
Se fosse cinema?
Uno zoom lento e preciso in un interno domestico, stacco sapiente su primi piani o sguardi di maturità e di infanzia, di uomini e donne, visti da molto vicino.
Ecco, per me storia e tradizione sono parte di uno stesso sguardo che la regia sapiente in ciascuno di noi trasforma e trasferisce nella originale storia della propria vita, testimoniata giorno per giorno.
Uno sguardo interiore che ci fa vivere il presente con consapevolezza, ricordando il passato sentendo il presente- futuro che pulsa attorno e dinanzi a noi.

- Silvia Zanotto: Sulla memoria mi soffermo qui: i miei nonni e i miei insegnanti mi trasferirono memoria della guerra e degli orrori accanto ai valori della storia dai greci-romani, passando per tutti i secoli e movimenti artistici, letterari, culturali fino alla storia recente.
I nostri figli, spesso, vivono con un solo genitore, affannato, pochi i fratelli, nonni e zii lontani o con i quali i contatti sono pochi.
Il corpo insegnante non sempre preparato e coeso, a parte le vocazioni e gli illuminati, spesso con grandi turnover, non sempre pronto a questo trasferimento di coscienza.
Corpo docente spesso stanco, con le difficoltà di trovarsi casa lontano dalla propria terra e con basse retribuzioni, maltrattato da “riforme” di chi governa che, se non per i nobili valori cui dovrebbe aderire per guidare su mandato dei cittadini, dovrebbe almeno trovare la convenienza dello sguardo del marketing al customer care per trovarsi un tessuto sociale preparato e pronto al cambiamento, anzichè disadattato o insofferente.
Ho provato a far vedere qualche film o video su Auschwitz a mio figlio, ormai giovane uomo di 21 anni e ad offrire il corpo e la memoria dell’orrore della guerra e delle deportazioni contenuti in “Un anno sull’altipiano” di Lussu e “Se questo è un uomo” di Primo Levi.
Libri al posto dei nonni e di grandi maestri di formazione.
La tradizione orale sta scomparendo.
Vigiliamo e prendiamoci un po’ di tempo: non lasciamo ai megafoni del vuoto della peggior televisione troppo spazio nella formazione della loro identità e coscienza.
Ah, mi ha molto colpito un link visto stasera su come si trasformeranno i libri delle storie per bambini e quelli scientifici e storici per ragazzi (al minuto 1.14):

qua

Se penso a quanto isolamento, pur nella piacevolezza e puntualità dello strumento educativo in forma ludica, c’è in queste proposte…il bambino e ragazzo solo fra altre solitudini in apprendimento…dove resteranno il calore delle carezze sui capelli finchè ci raccontano una storia, come si atrofizzerà l’immaginazione nutrita dal trasferimento orale, dove finirà il lavoro e la sperimentazione di gruppo con tutte le valenze di crescita critica e sociale dei valori e degli skills comportamentali dei ragazzi?

Preparando ceste e canestri.

- Silvia Zanotto: Ed ecco un flash sul valore della rappresentazione della tradizione.
Vi propongo un presepio comparato, di due epoche lontane ma in fondo così vicine nella rappresentazione dell’umanità, del nucleo e del calore della famiglia, nella trasmissione dei valori della tenerezza e compassione.
Lascio a voi il piacere di “ascoltare” e “toccare” con gli occhi e il cuore queste due immagini:

qua

qua

Ho occupato un paio di posti nel tuo salotto, Rino…mi farò tascabile la prossima volta!

- Giuseppe Fraccalvieri: La memoria è fondamentale, e a maggior ragione a poche ore dal 27 di gennaio. Trovo interessanti e ponderate le considerazioni di tutti e vorrei dare un piccolo contributo segnalando un articolo che ho letto ieri. Il pezzo apparentemente sembra aver poco a che fare con l’argomento, ma in realtà riflette l’altro aspetto della memoria e della tradizione: quello dell’interrelazione tra singoli e popoli portatori di diversi bagagli culturali. L’articolo è di Jacques Beauchemin, “Au sujet de l’interculturalisme. Accueillir sans renoncer à soi-même.”

qua

l’articolo si conclude con la seguente considerazione: “Je dirai, en termes sans doute choquants au regard de l’orthodoxie pluraliste ambiante, qu’il faut inviter ceux qui se joignent à elle à consentir à ce désir de durer et à accepter la présence d’une communauté d’histoire majoritaire qui souhaite légitimement poursuivre son aventure collective. Il faut pour cela que la majorité franco-québécoise affirme sans complexe qu’elle forme le cœur de la nation et que, forte de cette conviction, elle accueille, sans jamais renoncer à elle-même, ceux qui viennent la rejoindre avec leurs espoirs et leurs talents.”

- Giuseppe Fraccalvieri: Il punto di Beauchemin si ritrova soprattutto nel “voler durare” di una comunità, nel “consentir à ce désir de durer et à accepter la présence d’une communauté d’histoire majoritaire qui souhaite légitimement poursuivre son aventure collective”. Ancora, mi chiedo però, se in un paese come l’Italia, il principale ostacolo al voler proseguire una nostra storia non sia da ritrovarsi nei comportamenti e negli atteggiamenti che ormai prevalgono all’interno del nostro paese. Disinteresse, disprezzo e anche intolleranza per le culture altrui e persino per la propria, in favore di una concezione consumistica ed edonista, totalizzante e a conti fatti disumana. Il pericolo oggi viene soprattutto da noi stessi, dall’incapacità di rivederci e di riconoscerci protagonisti in un’avventura comune.

- Gaspare Armato: c’è una cosa che mi sorprende favorevolmente, ed è il fatto che le tradizioni, la memoria, la storia riveste una certa importanza nella vostra-nostra vita, come una porta attraverso la quale spesso guardiamo per riconoscerci. Mi domando: come sarà per i meno giovani, per coloro che oggi si affacciano alla vita? Riescono i genitori, la scuola, le istituzioni a farli partecipi di quel passato che li impregna?

- Annarita Verzola: Concordo su quanto hai detto in apertura nel dare il via a questi commenti. La memoria e le tradizioni sono importanti, ma spesso c’è chi se ne serve, strumentalizza ciò che che fa parte del nostro patrimonio per fini poco puliti o poco civili. C’è un lato negativo anche nella ttradizione, quando diventa ottusa difesa di privilegi o di consuetudini superate. Quando sento il politico di turno fare appello ai valori della tradizione, oggi mi insospettisco sempre un po’. Credo di essere molto pessimista, ma i tempi che viviamo non lasciano ben sperare. Grazi, Rino, per aver aperto questa discussione.

Colombo fra due mondi

La storia di Cristoforo Colombo (1451-1506) più o meno la sappiamo tutti. A scuola ci dicevano che salpò dalla Spagna in cerca di una rotta per le Indie, raggiunse invece nuove terre.
Il nostro navigante, scoperta la futura America, ebbe, dai re cattolici Ferdinando d’Aragona (1452-1516) e Isabella di Castiglia (1474-1504), autorità assoluta sui quei territori e la decima parte di ciò che si sarebbe ricavato. Eppure sembra che l’amministrazione del genovese non fu ben preparata e i risultati furono modesti: Colombo dimostrò poca attitudine politica.
Di seguito, qualche avvenimento ricorso fra il primo viaggio del 1492 e l’ultimo.

- Dicembre 1492: Colombo sbarca a Hispaniola, l’attuale Haiti, edificando un forte, La Navidad, come base di partenza per le successive esplorazioni terrestri e marittime, lasciandovi 39 persone.

- Novembre 1493: ritornato a gennaio in Spagna, salpa per le nuove terre, impegnandosi in un secondo viaggio, con una flotta di 17 navi colme di coloni desiderosi di avventure e ricchezze, 1200 persone fra soldati, artigiani, preti e qualche donna. Giunto a Hispaniola il 27 novembre trova il forte distrutto dalle popolazioni locali.

- Dicembre 1493: La Isabella è la prima colonia spagnola che Colombo fonda, sempre a Hispaniola, è il 10 dicembre, colonia abbandonata nel 1495.

- Ottobre 1495: incaricato dalla corona, Juán de Aguado, giunto nelle nuove terre, prepara una prima relazione sulla situazione. Trova malati, affamati, disorganizzazione generale e, nello stesso tempo, indios che si ribellano costantemente.

- Agosto 1498: Colombo è già al terzo viaggio, sbarcando a Santo Domingo il 31 del mese con circa 1600 uomini. Deve affrontare varie insubordinazioni dai suoi stessi uomini capitanati da Adriano de Moxica e Francisco Roldán.

- 1500: Cristoforo e i suoi due fratelli, Bartolomeo e Diego, sono rimossi dai loro compiti, imprigionati e inviati in Spagna dall’incaricato dei re, Francisco de Bobadilla, che aveva carta bianca.

- Giugno 1502: liberato dai sovrani, ottiene il permesso di ritornare a esplorare le nuove terre, raggiungendo ancora una volta Santo Domingo: è il quarto e ultimo viaggio. Rientra in Spagna nel 1504.

Fama e gloria abbandonano Colombo, che muore a Valladolid nel 1506.

Cristoforo Colombo ritratto nella Sala de los Almirantes, all'Alcazar di Siviglia

Tre mappe della seconda metà del XVI secolo che rappresentavano la Nuova Terra.

Sebastian Münster, Mappa d'America, 1561

Girolamo Ruscelli, Terra Nova (Sud America), 1562

Giovanni Battista Ramusio, Mappa d'America, 1565

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Su Madame de Pompadour, Jeanne-Antoinette Poisson Madame de Pompadour (1721-1764), si è detto tanto: si è scritto che fu l’amante ufficiale di Luigi XV (a partire dal 1745), si è scritto che aveva una notevole influenza nelle decisioni di corte, si è scritto che, di origini borghesi, in poco tempo seppe essere all’altezza dello stile e della moda in quella Francia di metà XVIII secolo, Francia a volte lontana dalla vera vita popolare quotidiana.
Madame de Pompadour si era conquistata un posto d’onore negli ambienti reali grazie al suo saper fare e alla sua dolcezza, riuscendo finanche essere amica della sovrana Maria Leszczyńska (1703-1768).
Per sua causa, vari ministri furono destituiti e diversi nobili allontanati da certi salotti perché contro la marchesa.
Famosi personaggi aperti all’illuminismo si affezionarono a lei, ricevendo appoggio e favori. Fra tutti ricordiamo Voltaire, D’Alembert, Diderot, che spesso si riunivano nel suo salotto, trovando in lei una buona conversatrice che riusciva a dirigere in maniera armoniosa un dialogo.
Amante del ballo, delle danze, del canto, ma anche del teatro, fu sia un’abile ballerina che una brava cantante, organizzando addirittura spettacoli in cui partecipava lei stessa.
Scrive Benedetta Craveri:

Madame de Pompadour sapeva divertire il re, rendere interessante una conversazione, presiedere con uguale grazia e gaiezza alle cene per pochi intimi che si tenevano nei petits appartements, inventare a beneficio esclusivo del sovrano ogni sorta di sorprese e divertimenti. A cominciare da una iniziativa memorabile – il théatre des cabinets -, che aveva visto la marchesa, alla testa di una compagnia di nobili dilettanti, esibirsi per quattro anni, dal 1747 al 1750, nelle vesti di attrice, cantante, capocomico: approdava così anche a Versailles la passione della buona società di cavalcare le scene.1

Amareggiata da un ambiente viepiù corrotto e vizioso e continuamente sottoposta a critiche, con una salute malferma, Madame de Pompadour poco a poco si ritirò a vita privata, spegnendosi di congestione polmonare all’età di 42 anni.

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1.Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano, 2001, pag. 351.

Le parrucche? Ce ne parla Bianca Maria Rizzoli.

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Nella storia della moda la parrucca non aveva le connotazioni ridicole che molti oggi le attribuiscono, ma era un accessorio portato fino dall’antico Egitto da uomini e donne, non necessariamente per compensare la perdita dei capelli, ma principalmente come segno di status. In Europa ebbe il suo massimo splendore nei secoli XVII e XVIII, quando trionfarono Barocco e Rococò: se si pensa alla teatralità e al fasto di questi due stili artistici (avete presente la reggia di Versailles?) la parrucca si trovava perfettamente a suo agio tra gli stucchi, i marmi, le decorazioni, la grandiosità che essi comportavano.
La moda iniziò durante la Guerra dei Trent’anni, durata dal 1618 al 1648, che determinò un netto cambiamento del vestire maschile. A partire dagli anni Trenta del Seicento infatti, tutti gli uomini predilessero abiti in stile militaresco, portando con pose spavalde cinturoni, lunghe spade, pesanti stivali in cuoio. Trionfò la mascolinità bellicosa, e si voleva a tutti i costi esibire un rude aspetto guerresco, oltre che nel vestito anche nell’abbondante peluria, segno evidente di virilità. Parecchi aneddoti raccontano come la parrucca sia entrata nelle case reali e da qui abbracciata da quasi tutta la popolazione che – dati i costi – se la poteva permettere; le parrucche più care erano infatti fabbricate con capelli veri, mentre la gente più modesta doveva accontentarsi di peli di pecora e capra, crine di cavallo o coda di bue.
Nel Seicento e nel Settecento la Francia era considerata il centro del buon gusto europeo e sembra che sia stato proprio un monarca francese, Luigi XIII, a favorire l’uso delle parrucche per nascondere la precoce calvizie causata da una malattia. Il suo successore Luigi XIV, il Re Sole (1638 – 1715) portò quest’accessorio alla sua apoteosi. Nel 1655 il sovrano concesse la licenza di aprire bottega a 48 fabbricanti parigini di parrucche. Alla fine del Seicento, in perfetta armonia con la bizzarria del gusto Barocco, la parrucca maschile si trasformò in una monumentale torre di riccioli, con due bande che scendevano sul torace e un’altra dietro la schiena. Il peso eccessivo la rendeva molto scomoda da indossare, per cui la si portava solo a corte, mentre nel privato si preferiva la ben più comoda berretta. La circonferenza della parrucca impediva l’uso del cappello, che si portava semplicemente sotto braccio. Tuttavia oltre agli svantaggi, essa aveva vantaggi fisici e soprattutto psicologici non trascurabili: indossata sul cranio rasato, favoriva una maggior pulizia in un’epoca in cui pullulavano cimici e pidocchi. Inoltre rialzando la statura, dava alla figura maschile un senso di imponenza regale che aumentava il prestigio dell’individuo.
Durante il Settecento fino alla Rivoluzione francese, la moda della parrucca continuò a contagiare gli uomini e successivamente le donne e i bambini. Particolarità del periodo fu l’uso pressoché universale di imbiancarla cospargendola di cipria solitamente composta di polvere di riso. Un servitore la soffiava sul paziente in un apposito stanzino polverizzandola con un piccolo mantice, mentre il volto e il corpo erano protetti con un accappatoio e un cono che copriva la faccia. Oltre al riso si usavano l’amido mescolato con polvere profumata, e per quelli che non se lo potevano permettere, calcina, gesso, legno tarlato, osso bruciato, il tutto passato con cura al setaccio.
Più frequente per l’uomo che per la donna, la parrucca serviva a coprire teste pelate vuoi dall’età, vuoi da qualche malattia che causava la caduta dei capelli come il vaiolo, allora piuttosto diffuso. La tipica parrucca maschile settecentesca, di moda soprattutto verso la metà del secolo, aveva un ciuffo alto e arricciato sulla fronte, riccioli sulle orecchie e un codino avvolto in un sacchetto di seta nera. Ma i modelli erano molti di più e avevano bisogno di lavorazioni elaborate. I capelli erano impomatati, arricciati, poi, con una specie di permanente avanti lettera, bolliti e infine cuciti a una reticella e fermati da nastri nascosti.
Le donne si accostarono a questo accessorio con un certo ritardo. Una sera Leonard, il parrucchiere personale di Maria Antonietta d’Austria (1755 – 1793), moglie di Luigi XVI di Borbone e re di Francia (1754 – 1793), acconciò la regina con capelli rialzati artificiosamente più di mezzo metro sul capo, frammischiandoli con sciarpe di velo. Questa acconciatura, che crebbe in altezza fino a diventare mastodontica, fu di moda dal 1770 per circa 10 anni, ed era anche detta pouf o tuppè. Il tuppè era una vera e propria parrucca, fatta solo in parte coi propri capelli; aveva un’armatura nascosta di filo metallico ed era imbottito da un cuscinetto di crine. Era scomodo e malsano, sia perché portato su capelli non lavati ma tenuti in piega da oli e pomate profumate, sia perché attirava inevitabilmente ogni tipo di parassita. Ma l’aspetto più sconcertante erano le incredibili decorazioni che vi venivano appoggiate sopra. La fantasia non aveva limiti: palme, pappagalli, frutta, ghirlande d’amore, scale a chiocciole di pietre preziose, navi con le vele al vento spiegate (à la belle poule). Nomi e nomignoli francesi distinguevano i diversi modelli: à la monte du ciel, di altezza vertiginosa, il pouf à sentiment, con usignoli imbalsamati, alla cancelliera, alla flora, piena di fiori, al vezzo di perle (ovviamente circondata da giri di perle) ecc. L’acconciatura fu studiata per meravigliare gli altri, sfruttando persino la cronaca del giorno e la manifestazione dei propri sentimenti pur di attrarre teatralmente l’attenzione. Per fare un esempio, quando i fratelli Montgolfier nel 1783 alzarono per la prima volta su Parigi il primo pallone aerostatico, la moda diventò la “parrucca alla mongolfiera”.
Identificata dal popolo con l’odiata aristocrazia, la parrucca decadde con la Rivoluzione Francese. Nel periodo del Terrore addirittura, anche solo girare con una parrucca incipriata poteva portare alla ghigliottina. In Italia e nelle corti europee che rimasero fedeli alle vecchie idee, essa fu portata ancora per qualche anno. Ma già dopo le conquiste di Napoleone Bonaparte fu abbandonata e rimase a decorare le teste della servitù, o di qualche nostalgico che per scherno era chiamato “codino”.

Bianca Maria Rizzoli.

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