Seguiamo con la serie dedicata agli storici. Dopo aver parlato di Gaetano De Sancits e di Jules Michelet, Alessio Miglietta ci regala ora un prezioso articolo sul vescovo Gregorio di Tours.
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Gregorio di Tours, la storia di un popolo
Storia dei Franchi, 573-592 d.C.
Mentre in tutte le città della Gallia va scomparendo la conoscenza delle lettere ed anzi è ormai vicina alla fine, continuano ad accadere fatti giusti o maledetti, l’asprezza dei popoli si fa più crudele, diventa più acceso il furore dei re […]. E sempre più spesso molti si lamentano dicendo: “Guai ai nostri giorni!”
Gregorio di Tours[1]
Ricordo in modo sparso e confuso sia le virtù dei santi che le stragi dei popoli. Non credo sia irrazionale narrare la felice vita dei beati fra i massacri dei miseri, poiché ciò è imposto non da una comoda scrittura ma dalla successione dei tempi.
Gregorio di Tours[2]
Nella tenebra dell’istante vissuto. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli avvenimenti che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale emergevano talvolta brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei ed innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente “alle stragi di popoli” ai quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà ad individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, di indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. E allora perché il destino dei giusti, cioè dei cattolici ortodossi, seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava l’indifferenza divina? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui aveva compreso.
No, non fu Dio ad essere assente, ad impedire allo storico di poter saldamente appoggiarsi alla sua idea e a seguire la sua Luce come traccia sicura; ciò non era possibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, il disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. Si arrese quando le forze gli mancarono per proseguire il proprio lavoro che non aveva approdato ad un senso concreto, e chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? Cerchiamo di dare una risposta ripercorrendo la sua vita e la sua opera.
Il piccolo Gregorio crebbe a Clermont, ove visse serenamente la propria infanzia insieme alla famiglia di rango senatoriale, appartenente all’antica romanitas ereditata dagli antenati Galli. Ma la Gallia, ormai dominata dai Merovingi, non era più una tranquilla provincia dell’Impero romano, ma una terra testimone del passaggio, ricco di tensioni, tra le antiche tradizioni imperiali e la nuova mentalità e l’emergente classe dominante barbara. Gregorio finì per non appartenere né all’una né all’altra, fu, per questa ragione, personaggio esemplare del momento di incertezza e precarietà che si respirava nei primi secoli dell’alto medioevo. In tutte le sue opere Gregorio ricorderà con affetto quegli anni trascorsi insieme alla madre e ai parenti, soprattutto nei momenti più difficili del suo impegno come vescovo della non lontana città di Tours. Quando Clermont, con la sua pianura bianca di Sole e il generoso verde delle colline che la circondavano, era ormai soltanto un bel ricordo, come già lo erano i visi delle persone che riempirono i suoi primi anni di vita, Gregorio giungeva a Tours, terra di confine, per insediarsi come vescovo della città, nel cinquecentosettantatreesimo anno dalla nascita di Cristo. Ad attenderlo una chiesa distrutta da uno spaventoso incendio[3] e una città in preda alla paura. Posta all’incrocio di cinque strade romane, la città sorgeva sulle acque placide della Loira, allora arteria commerciale di fondamentale importanza per l’economia della zona. Le strade da secoli non erano più oggetto di manutenzione e stavano progressivamente divenendo impraticabili: i fiumi rimanevano le sole vie di comunicazione ancora affidabili. Qualcuno ancora si azzardava a percorrere le impervie strade costruite dai valorosi condottieri romani, e spesso non lo faceva con le migliori intenzioni, anzi: predoni, assassini di ogni genere, assaltavano di continuo i poveri pellegrini indifesi che si dirigevano ad adorare le reliquie di Martino, il santo vissuto a Tours. Gregorio, chiuso tra le mura della sua basilica, cercava prima di tutto di sopravvivere, difendendosi dai mille pericoli e dall’incertezza di un luogo privo sostanzialmente di reale protezione e in un’epoca che non dava alcuna garanzia per la generale incolumità. Spesso nemmeno una figura carismatica e sacrale come quella del vescovo poteva nulla contro la violenza cieca degli uomini. Talvolta, nell’esercizio delle sue funzioni di vescovo, Gregorio lasciava Tours per recarsi ai sinodi e alle congregazioni ecclesiastiche, spingendosi anche fino a Parigi, dove trascorreva gran parte del suo tempo il re dei Franchi. Il suo lavoro di vescovo cominciò con la ricostruzione della basilica divorata dalle fiamme; solo allora poté dedicarsi anche ai viaggi e agli incontri ufficiali.
Forse fu proprio di ritorno da un viaggio da Parigi, lì dove ebbe la possibilità di trovarsi a contatto con la corte merovingia, che a Gregorio balenò l’idea di accompagnare alla ricca sua produzione di testi agiografici e teologici, una storia del suo popolo e della dinastia dei suoi re; una ricapitolazione, per meglio dire, dei tempi passati, dalle origini del mondo agli ultimi fatti che avevano coinvolto il giovane popolo dei Franchi. L’opera avrebbe avuto due significati distinti: avrebbe costituito un utile calcolo, che ormai non veniva più eseguito da molto tempo, degli anni intercorsi dalla Genesi fino ai suoi giorni, computo fondamentale per poter riconoscere il momento più probabile dell’avvento dell’Apocalisse[4], e, nel contempo, avrebbe consentito alla dinastia dei Merovingi di avere una propria storia scritta. Sì, finalmente il suo popolo sarebbe stato degno delle grandi civiltà del passato che conservavano la propria storia per tramandarla alle generazioni future. Si trovò, quindi, nuovamente a Tours, tra le mura amiche della basilica a dettare al suo copista le prime pagine della sua opera storica; aveva trentacinque anni.
Il suo latino era rozzo, e di questo si scusò col lettore, lontano dalla grazia dei poeti antichi, immensamente distante dall’eleganza dello stile di Virgilio, la cui opera aveva almeno in parte letto e che reputava sublime nello stile ma menzognera nel contenuto. Gregorio si sentì in imbarazzo, probabilmente avvertiva di non possedere i mezzi necessari per realizzare un lavoro di valore letterario, ma i tempi non consentivano troppe raffinatezze intellettuali e, comunque, uno stile rustico più si avvicinava alla sensibilità della sua gente[5]. Più importante, invece, dichiarare esplicitamente e senza equivoci la propria ortodossia in tema religioso e, quindi, la profonda distanza dagli eretici e dai pagani. “[…] Io credo in Dio onnipotente. Credo in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, nato dal Padre, non creato, non venuto dopo il tempo, ma prima di tutti i tempi, che è stato sempre insieme con il Padre.” Chi non condivideva questi sacri principi, che fosse eretico, ebreo o ariano, non era degno di considerazione nella sua Storia, doveva essere soltanto eliminato, le sue idee estirpate dal mondo, in quanto sacrileghe. Su questo nessuna remora, nessun indugio. Tutte queste parole, dettate nella prefazione al primo libro, furono in realtà apposte da Gregorio molti anni dopo il resto del libro e di altri successivi; forse le numerose incongruenze che i fatti storici sollevavano sul concetto di provvidenza e di immanenza divina, lo spinsero a precisare con veemenza la sua posizione, in modo che chi avesse letto le sue Storie non potesse dubitare della sua fede e del suo rigore contro gli eretici.
La storia che si dipana nel primo libro non è rivolta, come si potrebbe pensare, a rivisitare il remoto passato dell’umanità per analizzarlo, più o meno approfonditamente, ma esclusivamente al fine di un calcolo cronologico, di mera ricapitolazione, che aiuti a determinare la fine dei tempi, forse imminente: non una storia per il passato ma una storia per individuare il futuro, per leggere la volontà di Dio attraverso i suoi messaggi profetici e spesso enigmatici. Le sue fonti non furono gli storici latini classici, ma i padri della Chiesa: Gerolamo, Eusebio, Orosio i più utilizzati. Versioni molto partigiane, in effetti, della storia passata (Storia contro i pagani è il titolo delle storie di Eusebio) che contenevano descrizioni stereotipate (come quelle di Nerone e Diocleziano, nemici dei Cristiani), ma di grande impatto per la mentalità medievale e che permarranno a lungo (forse ancora oggi) nell’immaginario della civiltà occidentale. Circa cinquemila e seicento anni vennero riassunti nel primo libro delle Storie dei Franchi, poche righe dedicate a Cristo, altrettante a Costantino e Teodosio. La rassegna era serrata, precipitosa in più punti, rassomigliava più ad un elenco di date che a un discorso; qualche frenata ogni tanto per riferire episodi che appaiono a noi moderni del tutto insignificanti. Gregorio era ancora un acerbo scrittore e la struttura della sua opera ne risentì, tanto era sproporzionata e spesso incoerente. Più i tempi si avvicinavano ai suoi, più la storia si concentrò nell’ambito della Gallia, più il discorso si metteva a fuoco, e fatti e personaggi non sfilavano più come fugaci maschere nel teatro della Storia, ma diventavano progressivamente attori più credibili e dal carattere meglio definito. Il primo grande eroe che si presentò nella Storia dei Franchi fu il re Clodoveo, convertito al cristianesimo e vincitore dei Goti, assistito dal santo vescovo Martino. Gli stessi antenati di Gregorio dovettero assistere alla presa di Clermont, nel 507, che lo stesso Clodoveo strappò ai Visigoti. Dio partecipò e portò al trionfo il re Merovingio che non lesinava di certo stragi e tradimenti. Gregorio omise qualsiasi giudizio morale sui crimini di questo despota barbaro, poiché di fatto li giustificava in nome dell’affermazione del Cristianesimo e dell’ordine politico e militare; tali valori erano da preferire sopra a tutto e il loro raggiungimento poteva ben valere l’utilizzo di mezzi anche contrari ai principi cattolici. Il Dio che traspare da queste pagine non è quello dell’Antico né del Nuovo Testamento, ma un Dio barbaro, guerriero, epico, immorale[6].
I primi quattro libri delle Storie si concludono con l’assassinio di Sigeberto I, l’ennesimo debole re, negli anni in cui Gregorio giungeva a Tours, quando ormai i gloriosi tempi di Clodoveo erano da molto svaniti e i suoi successori insanguinavano le terre divise senza mai ottenere ordine e unità e offrendo il fianco alle invasioni di altri popoli. E davvero pare che, secondo Gregorio (che comunque esplicitamente non lo ammette), il merito di Clodoveo risiedesse soltanto nel fatto di aver sterminato tutti i parenti e gli avversari[7] pur di mantenere ordine e unità del regno, e che i successi ottenuti altro non fossero che il giusto premio ricevuto da Dio. Si avvicendavano, nei racconti di Gregorio, re e regine sanguinari, martiri e santi, e caldi ricordi della sua infanzia, in quei giorni “peggiori di quelli delle persecuzioni di Diocleziano[8]”. Il padre Florenzio, morto troppo presto, fece in tempo a trasmettergli l’amore e il rispetto per le reliquie, che significavano, tutto sommato, conforto morale in un mondo di incertezze. Alla sua morte Gregorio ereditò dal padre alcune di queste reliquie, che conservò gelosamente fino alla morte. La madre (mater venerabilis), invece, ricordata più volte, rimase tutta la vita a Clermont e le rare volte in cui la incontrava erano per lui motivo di grande gioia, e ciò traspare chiaramente sia nella Storia che in altri scritti suoi[9]. Nelle stesse pagine Gregorio ricordò con affetto il tutore Nicezio[10] e lo zio Gallo vescovo di Clermont (poi diventato santo), che lo visitò quando, ancora bambino, giaceva a letto malato. Ricordi, quindi, che rari appaiono nella trama del passato che il vescovo di Tours rievoca in questi primi quattro libri. Il successivo libro non è più un’opera di storia, ma una cronaca dei tempi presenti. Gregorio dettò al suo copista non più avvenimenti passati recuperati da fonti scritte o da ricordi personali, ma i presenti avvenimenti di cui fu diretto testimone, spesso da protagonista; con l’ultima prefazione scritta al quinto libro, sembra accomiatarsi dalla storia per cominciare la cronaca. Un’ultima esaltazione di Clodoveo e del suo regno servì ad esempio per l’esortazione che Gregorio fece ai nuovi regnanti, per rinverdire i fasti di quel glorioso e antico condottiero. Dopodiché i tempi presenti; nient’altro che una confusa rete di voci e di episodi slegati che non portano a nulla, ma che ci donano il Gregorio di Tours più limpido, testimone esemplare del suo tempo.
A quarant’anni Gregorio, vescovo di una importante città, cominciava a trovarsi meno smarrito tra i pericoli e i tranelli che affioravano da ogni angolo e ad ogni strada. Aveva compreso che in tale situazione l’elemento più importante era l’informazione, la conoscenza, e per questo motivo raccoglieva notizie di ogni genere sia a corte, sia nelle vie di Tours, sia nei sinodi ecclesiastici; non tanto per arricchire la sua storia, ma semplicemente per garantire a sé la propria sopravvivenza. Che poi le informazioni ottenute fossero riversate nella seconda parte delle sue Storie, ciò era del tutto marginale. E nelle dense pagine dei successivi cinque libri, trovarono spazio tutte le informazioni, attendibili o meno, raccolte in giro nei quindici anni successivi.
L’odiato re Chilperico, capace solo di originare discordie e guerre civili, esempio di cattivo condottiero, contrastava il pupillo di Gregorio, l’unico che apparve ai suoi occhi degno delle gesta del mitico Clodoveo, il re Gontrano, proprio colui che bussò alla basilica di San Martino per chiedere rifugio dalla furia omicida dei suoi nemici. In quell’occasione Gregorio ebbe la possibilità di approfondire la conoscenza di Gontrano, aumentandone la fiducia e l’entusiasmo, riconoscendo in lui il protetto da Dio. Ma ben presto anche il progetto di Gontrano, all’alba dell’ultimo decennio del secolo, dovette fallire e a Gregorio non rimase nemmeno la speranza, mentre inesorabili e caotici, proseguivano uno dopo l’altro gli avvenimenti, dei quali ancora una volta non riuscì a decifrare il senso.
È vero che forse, nelle ultime pagine della sua opera[11], affiora la vaga sensazione di Gregorio che il mondo si avvicinasse alla fine, che tutto sommato un percorso coerente sembrava ripresentarsi: si moltiplicavano, infatti, epidemie, pestilenze, carestie, inquietanti segni del cielo, eclissi di Sole annunciatrici di terribili disgrazie; Gregorio citò il Vangelo: “Ci saranno carestie e terremoti ovunque[12]”. Erano davvero quelli i primi segni dell’avvento dell’Apocalisse? Anche qui Gregorio non prese posizione, preferì solo testimoniare, non azzardò ipotesi. Ma se della fine del mondo imminente non aveva certezze, della sua fine sentiva l’approssimarsi. Occorreva chiudere al più presto l’opera storica che aveva composto lungo gran parte della sua esistenza. Uno sguardo ancora alle preziose reliquie che egli stesso aveva ritrovate per caso nell’antica basilica qualche anno prima[13], e a quelle che aveva ereditato, lo avrà forse riportato all’amata Clermont e al ricordo del padre, così devoto a quei sacri tesori.
Stanco, ormai vecchio e malato, cosciente della indecifrabilità del senso delle vicende umane e della volontà divina, smarrito in un’oscurità che in tutta la sua vita non accennò a schiarirsi, si accontentò di lasciare testimonianza di quell’inquietudine, di quei suoi tempi incerti e senza senso, rinunciando a qualsiasi interpretazione. No, nemmeno un epilogo avrebbe avuto una funzione, una qualche utilità, in una storia del non-senso. Meglio chiudere così, ex abrupto, proprio allora che le forze fisiche e mentali venivano meno. Il momento ormai era giunto; dettò, allora, al proprio copista, con flebile voce le ultime parole: “Ho scritto dieci libri di Storie, sette di Miracoli, un libro intorno alle Vite dei Padri…”
[1] Historia Francorum, Prefatio, tr. it. Massimo Oldoni, Storia dei Franchi, Napoli, Liguori, 2001, p. 7.
[2] Historia Francorum (II,1) traduzione dell’autore.
[3] Historia Francorum (X, XVIII).
[4] Historia Francorum (I,1).
[5] Historia Francorum, Prefatio.
[6] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 39.
[7] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 38.
[8] Historia Francorum (IV, 47).
[9] Vedi ad esempio il Liber in Gloria Confessorum 3.
[10] Historia Francorum, (IV, 36).
[11] Historia Francorum, (X, 25) e (X, 30).
[12] Matteo, 24, 7-8.
[13] Historia Francorum (X, XVIII).























