Malattia e morte ai tempi di Napoleone

Con la scomparsa delle carestie, salvo il periodo 1811-1813, delle ondate epidemiche, eccezion fatta per il tifo del 1813, con una migliore alimentazione e con un costante aumento dello sforzo medico, la Francia, sotto Napoleone Bonaparte, vede gradualmente migliorare le proprie condizioni di vita. Resta pur sempre vero la precarietà dell’igiene, a stento ci si lavava il viso appena svegli, mentre il corpo raramente veniva pulito, a tal punto che dopo aver defecato si utilizzava una foglia o un po’ d’erba raccolta qua e là. Gli uomini si radevano la barba una volta a settimana, i capelli restavano lunghi e si credeva, in certe regioni, che croste, pidocchi e pulci fossero necessari alla salute dei bambini.
I denti cariati erano all’ordine del giorno, i braccianti dormivano perlopiù vestiti e sudore e pioggia sugli indumenti erano focolai per bronchiti e polmoniti. Le donne partorivano aiutate da una levatrice, se c’era, o dalla vicina di casa più o meno esperta, in un ambiente, lo possiamo immaginare, del niente igienico e in cui lavarsi le mani era ben poco preso in considerazione. Affezioni uterine e complicazioni post parto causavano quantità di decessi, sia fra le donne che fra i nascituri.
Eppure l’Impero si era preoccupato, nei limiti dei tempi e del possibile, di migliorare sia l’informazione sia le condizioni di vita. Nel 1802, nell’Indre-et-Loire, il prefetto Pommereul istituiva un corso per le partorienti, oltre a predisporre una sala parto nell’ospedale della Carità, si crearono inoltre quasi in ogni dipartimento delle associazioni per l’assistenza alla maternità, per venire incontro alle povere donne con figli appena nati.
Malgrado tutto, la mortalità infantile era ancora alta, sebbene non si abbiano vere e proprie statistiche, giacché non sempre la morte di un neonato era denunciata, corpo che veniva sepolto nei campi o fuori la città quasi in anonimato. In ogni caso, se un nascituro superava la prova del parto, si trovava in balia ad altri pericoli, come l’alimentazione, lo svezzamento, le fasciature troppo strette, e gli innumerevoli malanni. Salta alla vista un particolare atteggiamento dell’epoca: se il bambino fosse vissuto, i genitori e tutti si sarebbero rallegrati, se morto si sarebbe semplicemente interrato senza considerarla una grande sciagura.
Infezioni e febbri, insieme alla dissenteria, provocarono durante l’Impero la maggior parte dei decessi. I medici dell’epoca classificavano le febbri in benigne, maligne, putride, infiammatorie, potevano essere febbri d’ospedale, di prigione, dei campi, primaverili o invernali. Dicevamo della dissenteria, principale causa d’infermità, dissenteria causata più da inquinamento idrico che da carenza alimentare e alcoolismo (1). C’è da considerare che le acque dei pozzi, dei fiumi, dei ruscelli, o anche delle fontane, talvolta erano poco potabili per via delle loro vicinanze a pozzi neri o perché talvolta vi si gettavano le carogne degli animali o i rifiuti urbani o scoli vari. Non meno è da riflettere sul fatto che a volte il pane poteva contenere segatura, fecola, sali tossici, o che l’assenzio era colorato con ossido di rame, o nello stesso sale si aggiungeva gesso, terra o salnitro.
Il tifo fece la sua apparizione alla fine dell’Impero, tifo venuto dalla Germania insieme alla sconfitta: eravamo intorno al 1813. Così come il vaiolo, altra causa di morte insieme alla sifilide portata dai soldati, che fece strage. Sebbene i vaccini iniziassero a diffondersi, si aveva spesso a che fare con l’ignoranza e una forte tradizione da vincere, oltre con innumerevoli ciarlatani senza esperienza che girovagavano per campi e paesini vendendo pozioni magiche.
I medici, pochi come i farmacisti, lottavano contro le credulità popolari e i loro auto-medicamenti naturali, non sempre efficaci contro le malattie. La professione medica si disciplinò con una legge del 19 Ventoso XI, medici usciti dalle scuole e, nella maggior parte dei casi, legati ancora ai salassi e all’esame delle urine (2).
Accanto alle chiese di campagna c’era un cimitero che raccoglieva i cadaveri, cimitero poco o del nulla visitato e curato, così come nelle città ci si lamentava della scarsa manutenzione di questi luoghi. I defunti erano vestiti con la camicia più vecchia, magari puliti un’ultima volta, e avvolti in un drappo anch’esso logoro, per essere sepolti direttamente in un fosso.
Così sia!

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1. Darquenne, La dysenterie en Belgique à la fin de l’Empire, in “Revue du Nord”, luglio 1970, pp. 367-373.
2. Antoine e Waquet, La médicine civile à l’époque napoléonienne, in “Revue de l’Institut Napoléon”, 1976, p. 73.

Vedi inoltre:
Jean Tulard, La vita quotidiana in Francia ai tempi di Napoleone, Rizzoli, Milano, 1996.

La Rivoluzione francese nella vita quotidiana

Che cosa accadeva nel quotidiano popolare durante la Rivoluzione francese? Come cambiavano le abitudini, la vita, le cose?
Salta immediatamente alla vista un maggiore uso di oggetti specifici come le casseruole, le zuccheriere, i macinini da caffè, tazze di varie misure, scodelle e via dicendo. Lo stagno poco a poco scompare dalla tavola popolare, mentre il grès, le terrecotte verniciate e le maioliche prendono il sopravvento: primo accenno di una società che pensa più al consumo che a far durare un oggetto. Si abbassano certi prezzi come quelli dei piatti, delle forchette, dei coltelli; la maiolica bruna da fuoco costa 7 lire contro le 40 di quella bianca. Specchi e rasoi sono adoperati in larga misura dagli uomini che si radono e si lavano più di una volta, sebbene l’acqua costi 3-4 livres il metro cubo. I bisogni qualcuno li fa nei gabinetti collettivi, altri nelle “comode” – per lo più riservate ai ricchi -, altri ancora nei “vasi da notte” il cui contenuto si butta dalla finestra.
Per le strade si smontano o si rompono i vecchi stemmi nobiliari, oramai l’Assemblea ha abolito i titoli aristocratici, non esistono più né conti, né marchesi, né principi, addirittura qualcuno di loro cambia nome. Le insegne dei negozi, una volta poste sotto la protezione di sant’Eligio o di san Dionigi, ora sono dedicate alla “presa della Bastiglia” o “all’Assemblea nazionale”. Il linguaggio popolare è di uso frequente, lavandaie, operai, facchini parlano la lingua di tutti i giorni accettata da chiunque senza riserve.
I giornali, i fogli, le riviste aumentano la tiratura e si vendono quotidianamente con le ultime notizie della rivoluzione, delle decisioni prese, della condotta della guerra, dei problemi di ogni giorno. Vivono pubblicazioni come “Le Patriote français”, Le Journal du soir”, “La Cronique de Paris”. Nel 1790 a Parigi ci sono 335 testate, 236 nel ’91, 216 nel ’92, 113 nel ’93, nascono facilmente e scompaiono se non hanno avuto buona accoglienza, spesso cambiando nome. Dopotutto, la libera espressione di idee e opinioni sta alla base della rivoluzione. Tiratura media di un giornale è sulle 300-500 copie, con punte di 2.000 come “L’ami du Peuple” di Marat, o di 5.000 de “L’ami du Roi” dell’abate Royu, o ancora delle 10 mila copie del giornale di Mirabeau, eccezioni queste ultime, certo, ma che fanno capire il desiderio di aver notizie sempre fresche e di essere parte di un processo rivoluzionario in atto, di un cambio come mai avvenuto, e stavolta prodotto dalla base sociale. (1)
Venditori ambulanti si affannano a vendere latte, caffè, te, tisane, versati in una tazza di terracotta da una caraffa, bastano appena 2 soldi. Altri vendono acquavite urlando: “La vita, la vita a un soldo al bicchierino” o “Alla buona acquavite per tirarsi su!” I più piccoli si avvicinano al venditore di cialde: “Due cialde per pochi soldi”, recitano.
Figura strana e curiosa è “l’ammazzatopi” che, con un cappello a piramide e una giubba oramai logora, porta con sé una scatola con una polvere velenosa. Entra nelle case, nelle cantine, nelle taverne e sparge qua e là, con cura ed esperienza, la sua formula magica. I topi, oramai migliaia, muoiono a decine, ma proliferano ancor più rapidamente.
La vita popolare di tutti i giorni è quella che fa capire la vera essenza di quegli anni.

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1. Jean-Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione (1789-1795), Rizzoli, Milano, 1997, pagg. 120 e segg.

Annotazione storiografica

 

Pre-requisiti dello storico devono essere la curiosità, la passione, il piacere di ricercare nel passato, la pazienza, il tutto condito dall’intuizione.

Analisi intrinseca ed estrinseca di un documento: cenni

Alla base della Storia ci sono le fonti, le notizie che sopportano i fatti, le vicende, gli eventi, che danno vita a un continuum narrativo storico che ci permette avere un quadro più o meno completo del nostro passato. E una delle principali preoccupazioni dello storico è proprio quella di ricercare documenti, confutare la loro veridicità e prendere atto della loro possibile importanza ai fini di una buona stesura storica.
L’analisi, una attenta analisi del “pezzo”, è necessaria, anzi doverosa, un percorso che parte da un esame estrinseco e intrinseco, che ci aiuta a controllare se il materiale in nostre mani corrisponde ai canoni del tempo, se la scrittura, per esempio, è consimile a quella che sappiamo essere dell’epoca, se cioè parole, frasi, espressioni essere in linea di massima tipiche del periodo. Ma andiamo con ordine e offriamo brevemente qualche cenno di analisi estrinseca:

1. Materia o sopporto: se abbiamo fra le mani un papiro e stiamo leggendo un editto o una cronaca del 1300, chiaramente c’è qualcosa che non va, giacché sappiamo che generalmente dall’uso del papiro si passa all’uso della pergamena intorno la fine del VII secolo principio dell’VIII, e successivamente alla carta quando gli arabi la introdussero prima in Sicilia e poi, pian piano, in Spagna ed Europa nei secoli XII, XIII, più diffusamente ancora nel XIV.

2. Scrittura: non potremmo mai immaginarci una corrispondenza in volgare italiano nel X secolo, o parole in un inglese moderno nel XV secolo, né tantomeno una “minuscola carolina” nel VI secolo, giacché si sa che questa cominciò a essere praticata intorno l’VIII secolo, o, per continuare, un libro del 1590 stampato in caratteri bodoni, caratteri del XVIII secolo.

3. Formule: per esempio le formule di saluto, i sistemi di datazione e altre particolarità tipiche dei periodi in questione. “Servus servorum Dei” iniziò a essere adoperata come formula alla fine del VI secolo, con Gregorio I detto Gregorio Magno.

4. Stile: ovvero il periodare, i vocaboli scelti, la costruzione delle frasi e via dicendo, servono a riscontrare anacronismi glottologici. Determinate parole o espressioni non si adoperarono prima di una certa data che sappiamo con un buon margine di sicurezza, per cui bisogna vagliare con attenzione questa quarta ipotesi di lavoro.

Analisi, questa estrinseca, che ci permette appurare se il contenuto del documento può da noi essere adoperato o no, se è nella norma di quando generalmente accadeva in quella data epoca. Certo, non sempre si può chiarire con facilità l’autenticità del documento, bisogna continuare l’indagine, magari verificando – e qui entriamo nell’analisi intrinseca – se i fatti riportati non siano in contraddizione con quando generalmente è noto. E bisogna pur aprire gli occhi, in quando può accadere che in un documento ritenuto veritiero vi sia stato aggiunto a posteriori un passo, una riga, una nota, per cui, pur sapendo di possedere una testimonianza valida, il contenuto può essere stato manomesso per una o più ragioni. O ancora, che un altro documento sia stato preparato con passi di altri tutti veri, cosicché il falsario è riuscito a creare un nuovo “pezzo” sulla falsariga degli originali, adoperando le formule di saluto, le espressioni, lo stile dell’epoca. Se poi ci troviamo in presenza di due uguali testimonianze che riportano all’incirca lo stesso contenuto, ma una delle due è più scorrevole limata, precisa, pulita, generalmente quella più rozza o meno fluente è la veritiera, giacché l’autore, si suppone, per un motivo o un altro, aver scritto di getto.
L’anacronismo, il contrasto cronologico, deve essere anche elemento di analisi: una lettera firmata da Carlo V il 15 aprile 1535 e recante come luogo di origine Napoli, è sicuramente un falso, perché l’imperatore in quel periodo era a Barcellona, sapendo che giunse nel napoletano solo il 25 novembre.
Eppur bisogna far particolare caso ai lapsus calami, errori che tutti possiamo commettere involontariamente, errori di datazione, errori possibili dovuti a una svista, a un soprappensiero. O, attenzione!, desiderati appositamente da parte di un governo, di una istituzione, di un re: aspettando la scadenza di un precedente contratto d’alleanza, il sovrano ne aveva già firmato un altro con il nemico, ma, per ragioni diplomatiche, si doveva aspettare la conclusione del primo per convalidare pacificamente il secondo… intanto l’accordo era stato già preparato e concordato con anticipo.
Tutto quanto sopra – accennato semplicemente e nella maniera più possibile elementare – non esclude che un falso non debba venir studiato, in quando anch’esso può rivelarci la mentalità di un’epoca, le tendenze, gli atteggiamenti. La Costituto di Costantino, che oramai sappiamo da secoli essere falsa, in cui Costantino, fra le altre cose, donò la città di Roma alla Chiesa cattolica, rispecchia, anche ma non solo, le aspirazioni del papato a un potere temporale.
Insomma, come ci dice Marc Bloch: “[…] i testi o i documenti archeologici, anche se fossero i più chiari a prima vista e i più facili da interpretare, non parlano se non quando li si sappia interrogare”. (1)
Dunque la bravura, l’esperienza, le tecniche adoperate entrano all’unisono in un gioco da realizzare con somma cura e diligenza. Ma c’è una cosa di cui bisogna tener in conto, che cioè, pur esistendo un cammino scientifico, più o meno valido, nell’individuare un falso, bisogna pur sempre avvalersi del proprio istinto, della propria intuizione, quel sesto senso che ci permette entrare in contatto con il lato palpitante dei fatti.

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1. Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998, pag. 51.

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Piccola bibliografia:

- Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Milano, 1998.
- Marc Bloch, Storia e storici, Einaudi, Milano, 1997.
- Federico Chabod, Lezioni di metodo storico, Laterza, Roma-Bari, 2006.
- Angelo d’Orsi, Piccolo manuale di storiografia, Bruno Mondadori, Milano, 2002.
- Jerzy Topolski, Narrare la storia, Bruno Mondadori, Milano, 1997.
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a cura di Sergio Luzzatto, Prima lezione di metodo storico, Laterza, Roma-Bari, 2010.

Jacob Burckhardt e il Medioevo

Liberiamoci dalle illusioni: in primo luogo che l’umanità fosse ansiosa di uscire dal medioevo come da una condizione oscura e infelice. Il Medioevo fu forse, in complesso, un’epoca di salutare indugio. Se avesse sfruttato la superficie terrestre come noi, forse noi non esisteremmo. (E sarebbe un male?) Convinciamoci piuttosto che ogni epoca sia esistita (almeno agli inizi e prima di tutto) per sé, piuttosto che per noi”.

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Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE ed., Milano, 2009, pag. 85.

Lutero, il protestantesimo e i governi locali

Con l’affissione delle sue 95 Tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg nel 1517, Lutero mise in dubbio una istituzione millenaria, scavando un profondo solco tra sé e la Chiesa cattolica e preparando il terreno a una riformata concezione religiosa. Nell’intimo di molti si desiderava più la distruzione dell’intero organismo che una semplice revisione, l’abolizione del culto e di numerosi sacramenti. Quasi tutti gli scritti dell’epoca, gli scritti dei riformatori, reclamavano lo sterminio della vecchia istituzione, ricordiamo Zwingli affermare che l’uccisione dei vescovi e degli ecclesiastici fosse opera comandata necessariamente da Dio o le parole di Martin Butzer che nei suoi Dialoghi del 1535 insisteva in un universale sterminio del papa, dei vescovi e di tutto il loro seguito.
Ogni mediazione, ogni contatto con il passato doveva essere rimesso in dubbio per porre le basi alla nuova fede. La predicazione da sola non poteva né sarebbe riuscita a rimuovere la vecchia e creare una nuova coscienza religiosa, e allora i governi locali dell’epoca svolsero un ruolo determinate, importante, decisivo, senza loro, senza un appoggio politico statale non sarebbe stata possibile la vittoria sul cattolicesimo. Sostenuti, è vero, anche dal fatto che alla popolazione avrebbe fatto piacere rompere con il passato, abbandonare la confessione, i digiuni, le penitenze, liberarsi dei voti, delle indulgenze: tutto ciò era una forza attraente.
Le nuove Chiese territoriali nacquero sulle ceneri delle vecchie, sui beni materiali acquisisti con la forza, con la confisca, spesso con la lotta e l’uso delle armi. Il saccheggio, azzarderemo affermare, era tollerato, le guerriglie urbane e contadine all’ordine del giorno, talvolta più per odio verso la Chiesa che non per amore al Vangelo, più per lotte tribali e personali che per vera e propria riforma. Nella Germania di quei tempi c’era più pericolo per chi restava legato al vecchio culto che non al nuovo.
Ai governi premeva una fede salda, una fede che loro stessi avrebbero adoperato per arricchirsi e per stordire la massa. Certo, le dovute eccezioni erano palesi, basti pensare alla corrente di Münzer, all’anabattismo, a Zwingli che desideravano un riconoscimento politico e poter governare. Dove c’era divisione territoriale era più facile per i protestanti prendere il sopravvento, cosa contraria in Francia dove la forza cattolica e l’appoggio del re non permise una sicura penetrazione delle nuove dottrine luterane.
Lutero non organizzò mai la sua Chiesa, si rimise ai governi laici dei luoghi che ben volentieri lo appoggiarono sia per potenziarsi sia per ampliare i propri possedimenti. Lui, Lutero, era più propenso a insegnare, a scrivere, a predicare, difeso inoltre da Federico il Savio, elettore di Sassonia, suo ammiratore, a tal punto da farlo rapire per proteggerlo dall’editto di Carlo V che lo considerava oramai un eretico e lo scacciava fuori dai suoi territori.
Il protestantesimo, dice Burckhardt, è nato come Chiesa di Stato, e quando lo Stato diventa indifferente, esso si trova in una posizione precaria” (1), i sovrani dunque avranno una funzione fondamentale e, senza che Lutero lo desiderasse, i governi diventarono così autorità religiose.

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1. Jacob Burckhardt, Lezioni sulla storia d’Europa, SE edizioni, Milano, 2009, pag.125.

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Tavola che illustra Lutero e gli eroi della Riforma

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Altri articoli correlati:
- Censura, roghi e libri clandestini nel XVI secolo.
- Zwingli e il protestantesimo in Svizzera.
- La rivolta dei contadini tedeschi del 1524-26, Münzer e Lutero.
- Il Sacro Romano Impero nell’epoca di Martin Lutero.
- L’Europa religiosa del XVI secolo.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Il risveglio dell’uomo nel Rinascimento, l’essere consapevole delle proprie capacità, le ferventi attività economiche, l’espansione europea e una prima forma di capitalismo che prendevano fermezza e potere agli albori dell’età moderna, potrebbero essere considerati, alla luce degli insegnamenti di Braudel, come semi che abbiano poi dato origine alle scoperte scientifiche del XVII secolo, un secolo colmo di attività, basti pensare a Nepero, a Galileo, a Newton, a Bacone, e via dicendo.
Tutti uomini, tutti maschi. E le donne?
La professoressa Annarita Ruberto, che fra le altre cose conosciamo per un’intervista di qualche mese fa, ci propone una figura poco nota di quel XVII secolo: una donna laureata, la prima nel mondo.

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Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nacque a Venezia nel palazzo dei Cornaro, che si affaccia sul Canal Grande a Rialto, in una famiglia di nobile casata, il 5 giugno 1646. Era, infatti, quinta figlia di Giovanni Battista Cornaro Piscopia, procuratore di San Marco (la più alta carica dello Stato dopo quella del doge) e stimatissimo veneziano.
I Piscopia erano un ramo di quei Cornaro che dettero alla Serenissima una regina, Caterina di Cipro (1434-1510), quattro dogi e nove cardinali.
La madre di Elena, Zanetta Giovanna Boni, non era invece un membro della classe privilegiata prima del matrimonio. Il bisnonno di Elena, Giacomo Alvise, era stato un grande amico di Galileo Galilei. La sua biblioteca, che raccoglieva un gran numero di opere scientifiche di chiara ispirazione galileiana, fu ereditata da Giovanni Battista e costituì un punto di riferimento per gli studi di Elena. Secondo il Montfaucon, che vide la biblioteca alla fine del secolo, non ve ne era un’altra che avesse “tot codices ad historiam Venetianam spectantes” anche se per lo più non superavano “trecentos annos“. Egli vide “Oratorum Reipublicae diaria bene multa, historiae bellorum, et alia huiusmodi pene innumera
A partire dall’età di sette anni, Elena Lucrezia ricevette un tutoraggio nelle lingue classiche latino e greco, nello studio della grammatica e della musica. Oltre a parlare il latino e il greco correntemente, Elena padroneggiava l’ebraico, lo spagnolo, il francese e l’arabo.
La sua padronanza delle lingue le valse il titolo di Oraculum Septilingue. Elena dimostrò, inoltre, una meravigliosa capacità di ragionamento. Studiò le scienze e le lingue, la matematica e l’astronomia oltre alla filosofia e alla teologia, e amò in particolare le ultime due. Nel 1672, Giovanni Cornaro consentì alla figlia di continuare gli studi all’Università degli Studi di Padova.

A Elena Lucrezia furono affiancati tutori d’eccezione, tra cui don Giovanni Battista Fabris, parroco a San Luca, che per primo le insegnò il greco e segnalò al Cornaro Piscopia il talento della figlia di sette anni.
Giovanni Cornaro era orgoglioso della figlia e teneva molto al fatto che fosse riconosciuto il suo naturale talento. Così, dietro sua insistenza, Elena Lucrezia seguì un dottorato in Teologia presso l’Università di Padova. La sua candidatura incontrò però una forte resistenza: i Funzionari della Chiesa cattolica romana si rifiutarono, infatti, di assegnare il titolo di Dottore in Teologia a una donna.
La Teologia era stata materia fino ad allora mai approfondita da una donna, all’epoca ritenuta incapace di ragionamenti difficili soprattutto sulle verità della fede.
Il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e cancelliere dell’Università, oppose un netto rifiuto al quale non venne meno neanche in ossequio alla Patavina libertas.
Per i meriti straordinari riconosciuti alla giovane donna e per l’appoggio influente del potente padre, Elena Lucrezia riuscì però ad ottenere il permesso di laurearsi in filosofia.
Si presentò il sabato mattina alle ore 9 del 25 giugno 1678 e discusse davanti al Collegio dei filosofi e medici i due puncta, due tesi di Aristotele, che le erano stati comunicati soltanto il giorno prima, affinché si preparasse.
La sua prova fu talmente brillante che i membri del Collegio decisero di tralasciare la solita votazione segreta e di acclamare all’unanimità la candidata magistra et doctrix in philosophia tantum.
Avvenne così che Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che aveva da poco compiuto trentadue anni, sfidando le convenzioni e la mentalità dell’epoca, diventò la prima donna al mondo a ricevere, all’Università di Padova, il titolo di doctor, aprendo la strada ad altre donne che vennero dopo di lei.
Il 9 luglio 1678, Elena Lucrezia fu aggregata al Collegio dei filosofi e medici dell’Università; il 15 del medesimo mese partecipò alla seduta solenne organizzata dall’Accademia dei Ricoverati di Padova (cui era stata aggregata nel 1669) per celebrare la sua laurea.
Oltre che ai Ricoverati di Padova, fu aggregata agli Infecondi di Roma, agli Intronati di Siena, agli Erranti di Brescia, alle due accademie veneziane dei Pacifici e Dodonea.
Nel 1679, si trasferì definitivamente da Venezia a Padova
Elena non insegnò mai, ma divenne membro di varie accademie e intrattenne rapporti epistolari con i maggiori studiosi italiani e stranieri del secolo. Votata alla castità, non volle mai sposarsi; visse in ritiro, diventando un’ablata benedettina e dedicandosi ai poveri.
Elena Piscopia fu anche considerata un’esperta musicista sin dall’età di diciassette anni. Durante la sua vita, oltre a padroneggiare lo scibilis del suo tempo, il che significa che dominò quasi l’intero corpo di conoscenze, Elena Lucrezia suonò con maestria il clavicembalo, il clavicordo, l’arpa e il violino, strumenti con cui accompagnava le sue composizioni musicali.
Gli ultimi sette anni della sua vita furono dedicati intensamente allo studio e al ministero per i poveri.
Elena Lucrezia Cornaro Piscopia morì all’età di trentotto anni, il 26 luglio 1684, probabilmente minata dalla tubercolosi. La sua dipartita causò un grande lutto a Padova, dove era stimata quale donna di notevole valore. Il suo ultimo desiderio fu di essere sepolta nella chiesa padovana di Santa Giustina.
Nel 1685 l’Università di Padova coniò una medaglia in onore della sua grande allieva.
I suoi scritti sono stati pubblicati nel 1688 a Parma, dopo la sua morte. Anche oggi Elena Lucrezia Cornaro Piscopia è ampiamente citata da altri studiosi e scrittori.
Patrizia Carrano le ha dedicato il romanzo Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro, pubblicato alcuni anni fa da Mondadori.
Di questa grande donna resta poco: una statua a Palazzo Bò, sede storica dell’università padovana; una vetrata policroma al Vasser College, negli Stati Uniti; un affresco all’Università di Pittsburg; una lapide nel suo palazzo, a Venezia.
Ma lei, che visse lontano dalle luci della ribalta, dedicandosi allo studio e alla carità verso i poveri, sarà sempre ricordata come la “prima scandalosa donna” ad aver conquistato un territorio riservato in precedenza solo agli uomini, segnando così una vittoria molto importante nella storia delle conquiste femminili.

Qualcosa che si legge su di lei:
«Quivi mentre sfogliavo le opere di Archimede, che stavano sul tavolo, m’imbattei nel teorema dell’applicazione di una retta tirata tra la circonferenza e il diametro [d’una sfera]. Quand’ecco apparire in biblioteca una giovane, bellissima in volto, ben proporzionata nelle membra, di colorito delicato, con il capo maestoso, dignitosa nel tratto, e cominciò a parlare su quel teorema. Restai stupefatto tanto che mi mancò la parola, […]»
[Racconto di Carlo Rinaldini del 1668 che racconta il suo primo incontro con Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nella biblioteca Cornaro, cit. in Maschietto, 1978, pp. 86-7]

«Studiò le lingue greca, latina, ebraica, spagnola, francese, ed un poco l’arabica. Conobbe la filosofia, la matematica, la teologia, l’astronomia, e fu laureata nel duomo di Padova nel 1678. Fu dotta altresì nella musica, e s’accompagnava cantando i suoi versi. Va annoverata fra le più illustri donne Italiane […]»
[Canonici Fachini, 1824, p. 159]

(di Annarita Ruberto)

La Polonia fra il Cinque e Seicento, cenni

Poco conosciute nel nostro occidente sono le vicende della Polonia, paese dalle mille risorse, dove la storia, sembra, sia stata particolarmente accanita.
Nel Cinquecento, il regno polacco-lituano era uno dei più vasti stati europei, andando dal mar Baltico al mar Nero, includendo la Livonia, l’Ucraina, la Russia Bianca. Estinta la dinastia dei Jagelloni, di cui Sigismondo II Augusto (1520-1572) fu l’ultimo rappresentante, il potere dell’aristocrazia terrestre si rafforzò ulteriormente. Ricordiamo che sotto il regno di Sigismondo, la Polonia ebbe un buon periodo di fioritura culturale, contrassegnato dal rinascimento delle arti in generale.
Nel 1505 i sovrani avevano ceduto all’assemblea dei nobili, al Sejm, il potere legislativo e, alla morte di Sigismondo, lo stesso Sejm elesse Enrico di Valois (1551-1589) sovrano (dal maggio del 1573 al giugno 1574) – futuro re di Francia col nome di Enrico III -, che approvò i cosiddetti Articuli Henriciani, concedendo alla nobiltà autorità politica, libertà di elezione e scelta del culto. Potevano costoro inoltre dare l’ultima parola sulle leggi e sulle tasse, in materia economica e politica estera.
Con Sigismondo III di Vasa (1566-1632), re di Polonia dal 1587 al 1632 e re di Svezia dal 1592 al 1599, si ebbe una inversione di tendenza, ponendo, fra le altre cose, fine al pluralismo religioso, allora caratterizzato dalle confessioni luterane e calviniste, ma anche da una serie di culti minori, vedi anabattisti e antitrinitari. La religione cattolica riprese il suo ruolo predominante e i Gesuiti saranno coloro che daranno una mano a Sigismondo III di Vasa a ricattolizzare la Polonia.
Malgrado tutto e col passare degli anni, l’elezione del sovrano divenne uno strumento di contrattazione, dove l’assemblea dei nobili, insieme ai grandi proprietari terrieri e alla szlachta, cioè alla piccola nobiltà, giocavano un ruolo determinante e in cui corruzione, pressioni, indecisioni e via dicendo, destabilizzavano la situazione.

Nobildonne polacche, XVI secolo

Nobiluomini polacchi, XVII secolo

Quiz fotografico: la Rivoluzione francese

Chi sono i personaggi delle seguenti immagini relativi alla Rivoluzione francese?

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Alcuni articoli che potrebbero aiutare:

- Abolizione dei diritti feudali in Francia.

- La Rivoluzione francese, un video.

- Alcune immagini della Rivoluzione francese.

- Le donne della Rivoluzione francese.

- Augustin Robespierre, un rivoluzionario sconosciuto.

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La Bastiglia, anonimo, stampa dell'Ottocento

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Risposte:
- Maria Antonietta e i suoi figli.
- Charlotte Corday.
- Maximilien Robespierre.

Il lusso nella Storia moderna

Dai moltissimi e svariati volti, il lusso si presenta ai nostri occhi come un qualcosa da raggiungere, da desiderare, come un oggetto umano riservato a pochi. Sembrando quasi, l’uomo, prodotto più del desiderio che del bisogno.
E non di meno era nell’epoca trattata in questo blog, la Storia moderna, dove il lusso, sfuggevole e mutevole per natura, ha bisogno di essere identificato di volta in volta. Sì, di volta in volta giacché, mutando le condizioni sociali ed economiche di un popolo o di una civiltà, il concetto di lusso automaticamente si modifica. Se avere riso, grano, mais e qualche altro alimento essenziale era più o meno facile nel Cinquecento, già la carne, specialmente quella di un certo tipo, era riservata all’alta classe, re principi nobili conti e via dicendo.
Lo zucchero è ancora un prodotto costosissimo prima del Cinquecento, prima della scoperta dell’America e delle future ricche piantagioni (1), così come il prezioso pepe almeno fino al XVII secolo quando il forte incremento delle importazioni fece abbassare il prezzo. Alcool, letti di piuma di cigno e coppe d’argento erano desiderio per lo più irraggiungibile dalla massa. Stessa cosa accadeva con la porcellana che per quasi tutto il Settecento rimase riservata a pochi eletti, ma che poi, scendendo i prezzi delle ceramiche cinesi, divenne addirittura zavorra per le navi di ritorno in Europa.
Lusso dunque che cambiava volto col mutare dei tempi.
Forchette, vetri e piatti fondi dovettero aspettare il Settecento (2) per trovare ampia diffusione; gli aranci, in Inghilterra, ai tempi degli Stuarts apparivano solo a Natale, mentre oggi vi sono tutto l’anno; così come il brodo di tartaruga era alimento straordinario che non poteva mancare in un pranzo rappresentativo inglese, brodo che provocava, a detta dei medici del tempo, l’appetito, essendo rimedio contro la debolezza e deperimento.
Nel Sei Settecento, la stanza da bagno era un locale rarissimo nelle case, anche dei più abbienti, sebbene il gabinetto portatile sia stato inventato da sir John Harington nel 1596. L’illuminazione avveniva con candele, lucerne a olio, bugie, solo agli inizi del 1800 arriverà il gas.
Gli spagnoli, poi, pagavano in denaro contante le parrucche che i paesi del nord producevano appositamente per loro, così come la lontana ed esotica Cina andava pazza per le zampe d’orso e di vari animali asiatici che arrivano in salamoia dal Siam, dalla Cambogia o dalla Tartaria.
Insomma una commedia umana che girava, e gira tutt’oggi, intorno a oggetti di desiderio che, una volta raggiunti, diventano superflui.

Jan van der Straat (Stradanus), Nova Reperta, 1584, Produzione di zucchero

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1. Fra il 1640 e il 1750, con la diminuzione del prezzo e delle fortunate importazioni, il consumo dello zucchero si triplicò, favorendo la tratta degli schiavi, schiavi provenienti dall’Africa e costretti a lavorare nelle piantagioni americane.
2. Nell’inventario dei beni del cardinale Mazzarino, in Francia, sono segnalati i primi piatti fondi o all’italiana: siamo intorno il 1653.