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Accadde in Francia, a Parigi, un pomeriggio del tardo settembre di qualche anno fa, mentre girovagavo per le sale del Louvre, museo che mi affascina visitare ogniqualvolta ripongo anima e corpo in quelle memorabili terre, che per me hanno un particolare fascino. Dicevo che accadde nel Louvre, fu lì che si presentarono davanti a me tre sconosciuti fratelli, i fratelli Le Nain.
Ma seguiamo un ordine e una disciplina.

Ho spesso parlato di arte e della mia predilezione per il genere, in altre parole quei quadri che rappresentano scene di vita quotidiana. Ebbene, Le Nain fu una famiglia di pittori francesi del ‘600 che sono famosi per la caratteristica di dipingere tele - anche, ma non solo - dedicate al mondo dei contadini francesi di quell’epoca.

I tre fratelli, Antoine (1558 ca-1648), Louis (1593 ca. 1648 ) e Mathieu Le Nain (1607-1677), avevano il pregio di operare con naturalità, serietà e rispetto, specializzandosi ognuno di loro - sebbene i quadri sono solo firmati col cognome - in un peculiare tipo di pittura. Talvolta lavoravano anche insieme, difatti si possono notare zone complesse e perfette alternate a zone di mediocre qualità, come fossero fatte da alunni o da uno dei fratelli meno perfezionato in quel particolare.

In ogni modo, a noi ciò che interessa è la raffigurazione del quotidiano, dettagliando le loro opere per fissare elementi che individuano il XVII secolo, proprio nella Francia dapprima di Luigi XIII e poi di Re Sole, Luigi XIV.

Ecco di seguito un quadro che vale la pena studiare.

 

 

 

Famiglia di contadini è del 1640 ca., alcuni dicono opera di Louis Le Nain, mentre altri ritengono essere lavoro sia di Louis che del fratello Antoine.

Sono meravigliosamente raccontate tre generazioni, appunto, di contadini. Risaltano i loro indumenti, semplici, usati, di colori smorti; si evidenziano poi alcuni oggetti di uso quotidiano, un canestro, un mestolo, una pentola, una scodella, una brocca di vino in mano alla nonna. Un bambino, a piedi scalzi, suona un piffero, mentre il nonno, seduto con la mano appoggiata sul tavolo, ci guarda con serietà.

Il realismo è sapientemente raffigurato nei volti delle figure, volti preoccupati, tristi, volti che rivelano la durezza della vita. Finanche un cane, un magro cane, pare assorto nei pensieri, mentre un gatto si nasconde. Un focolare, coperto da una figura in ombra, scoppietta e riscalda l’ambiente. Il tutto armonizzato da toni tenui, un po’ spenti, opachi, come quei grigi e quei colori terra che inducono alla tristezza, ma nello stesso tempo rivelano la vera, austera condizione dei contadini del 1600.

 

Rino, particolareggiando.

Mi è sempre sembrato strano come la cultura possa convivere con la guerra, come, fra una battaglia e un’altra, un re, un imperatore, un personaggio influente possa amare anche l’arte, la letteratura, la danza. Eppure sono due aspetti della vita, di quella vita che, malgrado tutto, segue il suo corso. Tra i tanti sovrani, Luigi XIV impersonava, a mio avviso, tale contrasto, tale dicotomia, se così possiamo chiamarla.

 

Luigi XIV, figlio di Luigi XIII e di Anna d’Austria, nacque a Saint Germain en Laye nel 1638 e morì a Versailles all’età di 77 anni, nel 1715. Salì al trono ad appena 5 anni, governando per ben 72 anni, più di qualunque altro sovrano in tutta la storia d’Europa, in una Francia che all’epoca contava circa sedici milioni di abitanti.

Chiamato Re Sole, regnò in un primo momento con l’appoggio del cardinale Mazzarino - nominato dalla madre ministro e tutore del figlio -, concentrando successivamente tutto il potere nelle sue mani: era una monarchia assolutista che tutti i sovrani europei desideravano copiare. La sua reggenza fu caratterizzata sia da una serie di guerre contro le grandi potenze, sia da uno sviluppo e fiorire delle arti e della cultura. Luigi XIV fu un grande protettore di pittori e scultori, di letterati e musici, di commediografi e attori, insomma di artisti in generale, sebbene li abbia adoperato, anche ma non solo, per dare immagine di grandezza e fastosità al suo trono.

Proprio in quegli anni ricordiamo furono fondate l’Accademia di pittura e scultura (1655), l’Accademia delle Scienze (1666), l’Accademia di Architettura (1671) e la Comédie Française, il famoso teatro parigino (1680); Molière e Racine recitavano a teatro; si ascoltava la musica di Jean Baptiste Lully, compositore francese di origine italiana; si progettava il bel viale degli Champs Elysées; Versailles diventava centro di potere e luogo di piacere culturale. Lavoravano inoltre, l’architetto Jules Ardouin Mansart, che progettò varie parti della stessa reggia di Versailles, André Le Nôtre che ne realizzò i sontuosi giardini, lo scrittore pre-illuminista Bernard Le Bovier de Fontenelle, Charles Perrault con le sue undici indimenticabili fiabe di tradizione popolare, e tantissimi altri che faranno memorabile e famoso quel glorioso periodo.   

 

Rino, nella Francia mecenate del seicento.

Che cosa dire di Siviglia? Quali frasi comporre, che parole adoperare per illustrare un’incantevole, memorabile, superba città?

Conosco Siviglia da remoto tempo, da quando mi ospitò alla fine degli anni ’80, poi ebbi l’occasione di visitarla varie volte, l’ultima proprio all’inizio di quest’anno.

Vi lascio un videoclip, una raccolta di foto, per introdurre uno dei più bei capoluoghi iberici, una città piena di leggende, di storia, di fatti, una città che ha visto arrivare nei secoli XVI e XVII quasi tutto l’oro dalle terre conquistate oltreoceano, una città che ha vissuto l’Inquisizione, una città che ha tanto da raccontare solo a chi sa ascoltare.

A Siviglia hanno soggiornato artisti come il famoso pittore Francisco de Zurbarán (1598-1664), autore della famosa Apoteosi di San Tommaso d’Aquino, il grande Velázquez (1599-1660), poi il buon Murillo (1618-1682), esponente della pittura barocca spagnola; e prima ancora, la vicina colonia romana Italica vide la nascita di Adriano e di Traiano, imperatori di Roma; per non dimenticare che fu terra d’ispirazione per poeti, quali Gustavo Adolfo Becquer (1836-1870) e Antonio Machado (1875-1939).

E si potrebbe continuare, magari visitando il museo-palazzo della contessa di Lebrija, camminando lungo le rive del Guadalquivir che ai tempi della dominazione araba era navigabile sino a Cordoba, soffermandosi ad assaporare i quadri del museo delle Belle Arti, o entrando in quello Militare dove, fra le altre cose, si ospita un Archibugio del XVI secolo, o ancora il bellissimo palazzo dell’Archivio delle Indie, o ricordando inoltre l’Esposizione Ibero-americana del 1929 e l’ultima, l’Universale del 1992, due date impresse nella memoria dei sivigliani. Insomma tanto da fare, tanto da vedere, tanto da godere.

Se poi si ha la fortuna di trovare aperta la porta di un vecchio edificio, è doveroso sbirciare cautamente per ascoltare l’acqua che zampilla dalla fonte al centro del patio, patio tipico delle costruzioni arabe, che in estate è luogo di frescura e riposo pomeridiano, di ritrovo familiare, patio adornato spesso con azulejo tipicamente moresco, come nell’indimenticabile Casa de Pilatos.

Pertanto, a noi interessa solleticare almeno un po’ la curiosità, per approfondire e conoscere una località che merita tutta la nostra attenzione.

 

Rino, bighellonando per Siviglia.

 

 

 

 

Qualche giorno fa, in una riunione fra amici e conoscenti in cui si chiacchierava piacevolmente del mio libro Passeggiando per la storia, dal 1200 al 1800, un ragazzo di circa quindici sedici anni mi domandò il perché del pubblicare ancora oggi su carta stampata, considerato che in internet si trovava di tutto e per di più era gratis.

Giusta domanda, per carità, valutando altresì che lui era nato appena prima dell’invenzione e della diffusione in massa di questo splendido sistema di comunicazione. Indubbiamente, fra cento, trecento, cinquecento anni l’e-book sostituirà il libro scritto, le pagine saranno lette comodamente in rete e non ci sarà bisogno di muoversi da casa per andare a conoscere l’ultima fatica del nostro autore preferito. Ma c’è una cosa che l’uomo non può perdere: la facoltà di adoperare i cinque sensi.

Il libro, affermai, è come un giardino, un giardino che va scoperto viale dopo viale, fiore dopo fiore, albero dopo albero. Così come ci ammalia la vista e l’odore di una bella e profumata rosa, così il libro va studiato con gli occhi e annusato col naso; va sfiorato con le mani come si sfiora raccogliendo un bocciolo per portarlo all’amata; va ascoltato nei fogli scritti, così come si ascoltano le parole di una donna; va gustato sfogliando con le dita umide pagina dopo pagina. Eppure ha un dono in più che ci regala, il libro, come del resto un giardino: il piacere di vagare con la fantasia e perdersi nei viali delle parole.

Il giovane annuì, sembrava aver capito che la vita è anche un’insieme di atavici innati sentimenti.

 

Rino, presentando.

La Guerra dei sette anni, che alcuni storici dicono essere stata la Prima guerra mondiale, giacché si combatté sia in Europa, sia nelle colonie americane, sia in India, e in cui parteciparono vari stati, fu una sanguinosa e tremenda guerra, dove morte e devastazione fecero da padroni.

Nel 1760, prima che gli alleati austro-russi si muovessero per attaccare Federico II di Prussia, questi anticipa le loro mosse ed entra in Sassonia col proposito di attaccare Dresda. La città resiste, è dura da conquistare, cosicché Federico il Grande la mette a ferro e fuoco e ordina il bombardamento, il primo bombardamento nella storia che la città subisce. Violento, spaventoso, feroce: aggettivi che non riescono del tutto a identificare la caratteristica dell’evento. Per capire il risultato di quel micidiale cannoneggiamento ecco un’immagine, un quadro del grande pittore Bernardo Bellotto (1721-1780), nipote per parte di madre del famoso Canaletto, dipinto intorno al 1770: sembra quasi la Dresda del 1945, della Seconda guerra mondiale.

L’artista raffigura in modo magistrale una piazza, in mezzo i resti della chiesa di Santa Croce, oramai crollata sotto le bombe di Federico II, il centro storico distrutto, rovinato, completamente cancellato. La sua stessa casa, situata nel sobborgo di Pirna, viene distrutta in quel triste luglio, stimando le perdite in 50.000 talleri, fra oggetti d’arredamento, opere d’arte e lastre d’incisioni.

Alla fine Dresda non cede, l’imperatore sarà costretto a indietreggiare, l’invasione della Sassonia dovrà essere rimandata.

 

Rino, nelle immagini della storia moderna.

 

An nescis  longas regibus esse manus?

 

Non sai che i re hanno le mani lunghe? (Ovidio)

 

 

 

Ci sono personaggi che hanno influenzato il corso della storia, sia del proprio paese sia della stessa Europa, personaggi di forte carattere, risoluti, decisi a tutto pur di far grande la loro esistenza.

Uno di questi è Federico II di Prussia (1712-1786), nato a Berlino e morto a Sans Souci, Potsdam.

Era figlio di Federico Guglielmo I di Prussia, il Re Sergente, e di Sofia Dorotea di Hannover. La famiglia reale aveva avuto ben quattordici figli, di cui dieci sopravvissero; lui era secondogenito dopo la sorella Guglielmina.

Federico II, contemporaneo di Maria Teresa d’Austria (1717-1780), di Caterina di Russia (1729-1796), qualche anno più giovane di lui, di Luigi XV (1710-1774), visse durante l’epoca illuministica, epoca di grandi trasformazioni, epoca che vedrà anche, ma non solo, la Rivoluzione Francese come protagonista.

Di lui mi piace tratteggiare una parte del suo carattere, duro, bellicoso, forte, assolutista. Combatté sedici grandi battaglie, ne vinse tredici, un record ancora oggi insuperato: da lì nasce il nome di Grande.

Bisogna che un regno sia forte, continuava a dire, perché la forza è il solo argomento che si può impiegare con questi cani di re e imperatori. Cosicché fece del suo esercito la sua casa, un esercito forte, robusto, imbattibile, sempre pronto a combattere, equipaggiato con le migliori armi e le migliori divise.

Disprezzava l’essere umano, lo considerava poco capace di reagire, ipocrita, falso. Disse una volta al suo ministro degli Esteri: Quel che mi stupisce è che il mondo non diventa più saggio. Anche dopo che si è visto quel che valgono le garanzie scritte, la gente si fa ancora fregare dai trattati: gli uomini sono tutti stupidi. Lo stesso Voltaire, con il quale Federico era costantemente in contatto, ricevette una volta una lettera dove si diceva: Gli uomini non sono fatti per la verità; per me sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non serve a nient’altro se non a riprodursi e popolare il parco.

Eppure non era un disprezzo di classe, egli non faceva distinguo fra un re, un principe, un nobile o il semplice popolo, per lui era una massa uniforme, omogenea, monotona.

Sposato con Elisabetta Cristina di Brunswick, non ebbe figli e morì solo, solo come un cane, animale che lui amava e che vezzeggiava più di ogni altra cosa, specialmente il levriero.

Queste poche righe per accennare a un personaggio che fece grande la Prussia, che diede le basi alla futura Germania, a quella Germania che darà l’avvio alle due guerre mondiali.

 

Rino, nella Prussia che non esiste.

19 febbraio 2008.

 

Puntuale come un orologio svizzero, l’aereo della Ryanair tocca terra a Luqa, Malta, ad appena 10 km. dalla capitale Valletta. Sono anni oramai che scelgo di viaggiare con la Ryanair, anche perché mi permette visitare Paesi e città con una modica cifra, spendendo molto meno che un tragitto Firenze-Milano in treno.

Preferisco prendere un taxi, sebbene la linea dell’autobus passi proprio davanti all’uscita dell’aeroporto, è il primo approccio che ho con gli isolani e mi piace scambiare quattro parole per entrare nel loro tipo di mentalità. Con 15 €. mi porta in albergo, al British hotel, un tradizionale alberghetto che si affaccia sulle calme acque del porto. L’ho prenotato tramite internet e ho avuto la fortuna di scegliere una camera con un ampio terrazzo da cui posso ammirare l’ordinato traffico portuario.

Eccomi a Malta, dunque. Da tempo desideravo studiare la storia di quest’isola e adesso ne ho proprio la possibilità, devo solo prendere i miei appunti e iniziare. Da dove? Dalla storia? Dalle leggende? E poi, dove finisce una storia e inizia una leggenda? Esiste una divisione? Esiste un punto d’incontro?

Con questi pensieri, macchina fotografica in una mano e taccuino nell’altra, m’incammino negli anfratti della storia maltese.

 

Malta è una deliziosa isola che affiora fra le ataviche acque del Mare Nostrum, quel mare che vide nascere civiltà quali la Fenicia, la Greca, la Romana, l’Araba, quel mare che bagna terre piene di fatti e misfatti, quel mare che abbevera la curiosità di storici, di appassionati, di lettori.

Parlare delle origini di Malta ci porterebbe al V millennio a.C., origini manifestate nei numerosi resti di una civiltà addirittura anteriore a quella di Creta. Poi i fenici, i greci, i cartaginesi, i romani, i bizantini, gli arabi, i normanni, Carlo V, per continuare citando i famosi Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, meglio conosciuti come Cavalieri di Malta. La storia continua, ma desidero solo sottolineare l’importanza che l’isola ebbe, e ha ancora, nel contesto europeo, un’isola crocevia delle culture orientali e occidentali.

Viaggiare per Malta significa assaporare la bellezza artistica di chiese, palazzi, fortezze, bastioni; significa camminare per le campagne alberate a mandorli, olivi, pini, cipressi; significa odorare fiori di ginestre, di mimose; significa ascoltare il canto dei passerotti.   

I 400.000 abitanti godono di un clima invidiabile, caldo d’estate e temperato d’inverno, con poche piogge l’anno.  Si parla il maltese, oltre che all’inglese, e l’italiano è da quasi tutti capito.

L’economico trasporto pubblico mi conduce in ogni parte dell’isola: Sliema, Rabat, Mdina, Bugibba, Zurrieq, ma anche nell’isola di Gozo o in quella di Comino.

Nel tardo pomeriggio, per raccogliere le mie idee, siedo in un bel caffè a Valletta, caffè Cordina, del 1837, annotando e ricordando ciò che ho visto e vissuto durante il giorno.

Troppi avvenimenti da assimilare in poco tempo, troppi miti da ricordare, troppe notizie arrovellano la mia mente. Eppure, eppure mi è piacevole. Ritornerò!

 

Vi lascio un videoclip che raccoglie alcune foto scattate qua e là.

 

Rino, vivendo la storia.

 

 

 

Spesso, le donne hanno una visione d’insieme differente da quella degli uomini, hanno maggiori capacità organizzative, godono di idee chiare, hanno un carattere fermo e deciso. Esempio è stato Maria Teresa d’Austria.

Figlia dell’imperatore Carlo VI, Maria Teresa (1717-1780) fu arciduchessa d’Austria, regina di Boemia e Ungheria e imperatrice. Si sposò con Francesco Stefano di Lorena, il futuro Francesco I, dal quale ebbe sedici figli, fra cui Maria Antonietta, futura regina di Francia.

Maria Teresa attuò numerose riforme interne, riorganizzando l’esercito, riformando l’amministrazione dello stato, consolidando, nello stesso tempo, la monarchia: il tutto grazie anche a un gruppo di funzionari attivi ed efficienti che seppero cogliere il suo slancio illuministico.

Come la maggior parte dei sovrani, credeva di possedere un incarico divino, diceva sempre che il suo fine era quello di dare benessere a tutto il suo popolo.

A Milano, la dominazione spagnola fu seguita da quella austriaca: era il 1706, epoca della Guerra di Successione spagnola. In un primo tempo, la città non risentì del cambio, causa perlopiù del perdurare delle vicende belliche. Solo verso la metà del 1700, Milano iniziò cambiare aspetto, anche dal punto di vista architettonico, grazie al famoso urbanista Giuseppe Piermarini, che, oltre a fare restaurare vecchi palazzi, diresse la costruzione di nuove dimore in stile neoclassico, risistemò piazze, vie, progettò viali alberati, e aumentò il numero dei giardini pubblici. Di lui ricordiamo il teatro alla Scala e l’Accademia delle Belle Arti di Brera, oltre che la Villa Reale a Monza.

Risentì, dunque, Milano, della visione illuministica di Maria Teresa, acquistando vigore economico e culturale. Fra le altre cose, l’imperatrice riformò sia il sistema tributario, sia le amministrazioni locali, dotandole di consigli elettivi. Furono soppressi i numerosi conventi, i monasteri e i luoghi di culto che erano giudicati superflui, gli edifici furono convertiti in uffici o istituti culturali.

Nel 1773 venne fondata la biblioteca e nel 1776 l’Accademia della Brera.

In quegli anni sorse il famoso giornale Il caffè, che si pubblicò fra il 1764 e il 1766. Fra i fondatori ricordiamo Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, noto per il libro Dei delitti e delle pene.

 

Rino, nella Milano del passato.

Alcuni acquerelli che hanno attirato la mia attenzione e che presentano quattro aspetti della città.

 

Rino, passeggiando silenzioso per Firenze.

 

 

 

Loggia del Porcellino:

chiamata anche Loggia del Mercato Nuovo, per distinguerla da quella del Mercato Vecchio. La fontana del Porcellino è un bronzo secentesco di Pietro Tacca. Si dice che toccare il suo naso porti fortuna.

(Acquerello di G. Ospitali)

 

 

Ponte Vecchio:

nei tempi antichi vi erano le botteghe dei macellai, pescivendoli, conciatori, solo dopo vi si installarono gli orafi e i gioiellieri, intorno il 1593. Una bella statua di Benvenuto Cellini, grande orafo fiorentino, adorna una delle due terrazze panoramiche.

(Acquerello di M. Fasciano)

 

 

Il Battistero e la Cattedrale:

dapprima erano fuori le mura fiorentine, dopo, grazie a Matilde di Canossa (1046-1115) e alle sue nuova mura, la 4ª cerchia, entrarono a far parte della Firenze di quel tempo.

(Acquerello di G. Ospitali)

 

 

Il Campanile di Giotto:

è l’unica creazione architettonica da lui lasciataci. La costruzione, dopo la sua morte, fu continuata da Andrea Pisano e ultimata da Francesco Talenti nel 1360.

(Acquerello di G. Ospitali)

Florentinis ingeniis nil arduum est.

 

Nulla è difficile per gl’ingegni fiorentini.

(Parole del tipografo Bernardo Cennini, nella sottoscrizione del Servio del 1471, primo libro stampato a Firenze.)

 

 

A volte ci si immagina il passato come un qualcosa di misterioso, povero, primitivo, in special modo quel passato che non si conosce visualmente e di cui si hanno prevalentemente notizie di guerre, di lotte, di sangue. Eppure, l’epoca che tratta questo articolo era un’epoca in cui ci si rendeva conto dell’importanza d’imparare, del rilievo della ricerca, del valore di palesare i propri sentimenti, dell’accrescere il proprio spirito.

 

Mercanti e banchieri, signori e benestanti sovvenzionavano le arti e nello stesso tempo collezionavano dipinti, liuti, incisioni, testi tradotti dal greco e dal latino e tanti altri oggetti che si considerava di poter vendere o scambiare facilmente e che, in tal modo, dava prestigio, dava classe, dava un distinguo. Si investiva in cultura, nel sapere, nell’educare la gente al bello. I commercianti italiani e stranieri venuti a Firenze, finite le loro vendite, preferivano, dunque, essere pagati con tele e oggetti di valore, giacché erano di facile trasporto e meno visibili che una borsa piena di denaro, di monete d’oro, di fiorini d’argento: si sa, ai ladri la cultura piaceva e piace ben poco!

La città respirava un clima nuovo, un clima di cambio, un clima che lo storico francese Jules Michelet nel 1855 chiamerà Rinascimento, quel Rinascimento nato e sviluppatosi grazie a grandi uomini, letterati, pittori, politici, insomma, grazie agli uomini.

Indubbiamente non tutto era rosa, non tutto era facile. Le patrie galere detenevano ladri, ladruncoli, malfattori, gente poco raccomandabile, condannata o ancora sotto processo. Le peripatetiche girovagavano per la città, talvolta seguivano gli eserciti che andavano a conquistare o difendere altri possedimenti. Si pensi che per racimolare qualche fiorino in più, i mariti consentivano le mogli a offrire i loro servizi, era un modo per aiutare il bilancio familiare. Si è calcolato che circa un dieci per cento dell’intera popolazione fiorentina alimentava il proprio reddito in tal modo. I disoccupati erano ben pochi, tutti avevano un’attività di cui preoccuparsi.

Durante quegli anni, la voglia di leggere, di sapere, sia da parte degli uomini che delle donne, sia da parte degli agiati che dei meno abbienti aiutò l’incremento delle stamperie, delle botteghe di stampe. Si pubblicava di tutto, dalla Bibbia a testi tradotti dal latino, da poesie a saggi, a novelle. I libri si commerciavano a decine e se dovessimo paragonare ai giorni d’oggi… beh! meglio lasciar perdere.

 

Erano gli anni, quelli a cavallo fra il 1400 e il 1500, in cui vengono al mondo Machiavelli, Guicciardini, Michelangelo, Raffaello, Leonardo da Vinci, per continuare con Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Lorenzo il Magnifico, Savonarola, e tanti altri, includendo banchieri, artigiani, letterati, artisti poco noti, che daranno luce e prestigio alla nostra Italia. Firenze li accoglieva, Firenze li coccolava, Firenze li dissetava!

Perché proprio Firenze?

Forse e sicuramente perché il terreno era fertile, i mecenati numerosi, la gente pronta a crescere, a staccarsi dal Medioevo, dal feudalesimo, a rinnovarsi. Erano decenni, pertanto, in cui l’uomo era al centro dell’attenzione, decenni caratterizzati dall’affermarsi di un nuovo stile di vita, decenni in cui fiorivano le arti e gli studi. Erano anche anni in cui si moltiplicavano le feste, sia sacre che profane, quelle feste in cui il semplice cittadino o contadino era il protagonista: l’uomo usciva dal suo guscio e acquistava maggior coscienza di sé stesso!

Il Rinascimento sarà, nel bene e nel male, un onore per il nostro paese.

E oggi?

 

Rino, ricercando il Nuovo Rinascimento.

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