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Seguiamo con la serie dedicata agli storici. Dopo aver parlato di Gaetano De Sancits e di Jules Michelet, Alessio Miglietta ci regala ora un prezioso articolo sul vescovo Gregorio di Tours.

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Gregorio di Tours, la storia di un popolo

Storia dei Franchi, 573-592 d.C.

Mentre in tutte le città della Gallia va scomparendo la conoscenza delle lettere ed anzi è ormai vicina alla fine, continuano ad accadere fatti giusti o maledetti, l’asprezza dei popoli si fa più crudele, diventa più acceso il furore dei re […]. E sempre più spesso molti si lamentano dicendo: “Guai ai nostri giorni!”

Gregorio di Tours[1]

Ricordo in modo sparso e confuso sia le virtù dei santi che le stragi dei popoli. Non credo sia irrazionale narrare la felice vita dei beati fra i massacri dei miseri, poiché ciò è imposto non da una comoda scrittura ma dalla successione dei tempi.

Gregorio di Tours[2]

Gregorio di ToursNella tenebra dell’istante vissuto. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli avvenimenti che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale emergevano talvolta brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei ed innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente “alle stragi di popoli” ai quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà ad individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, di indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. E allora perché il destino dei giusti, cioè dei cattolici ortodossi, seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava l’indifferenza divina? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui aveva compreso.

No, non fu Dio ad essere assente, ad impedire allo storico di poter saldamente appoggiarsi alla sua idea e a seguire la sua Luce come traccia sicura; ciò non era possibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, il disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. Si arrese quando le forze gli mancarono per proseguire il proprio lavoro che non aveva approdato ad un senso concreto, e chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? Cerchiamo di dare una risposta ripercorrendo la sua vita e la sua opera.

Il piccolo Gregorio crebbe a Clermont, ove visse serenamente la propria infanzia insieme alla famiglia di rango senatoriale, appartenente all’antica romanitas ereditata dagli antenati Galli. Ma la Gallia, ormai dominata dai Merovingi, non era più una tranquilla provincia dell’Impero romano, ma una terra testimone del passaggio, ricco di tensioni, tra le antiche tradizioni imperiali e la nuova mentalità e l’emergente classe dominante barbara. Gregorio finì per non appartenere né all’una né all’altra, fu, per questa ragione, personaggio esemplare del momento di incertezza e precarietà che si respirava nei primi secoli dell’alto medioevo. In tutte le sue opere Gregorio ricorderà con affetto quegli anni trascorsi insieme alla madre e ai parenti, soprattutto nei momenti più difficili del suo impegno come vescovo della non lontana città di Tours. Quando Clermont, con la sua pianura bianca di Sole e il generoso verde delle colline che la circondavano, era ormai soltanto un bel ricordo, come già lo erano i visi delle persone che riempirono i suoi primi anni di vita, Gregorio giungeva a Tours, terra di confine, per insediarsi come vescovo della città, nel cinquecentosettantatreesimo anno dalla nascita di Cristo. Ad attenderlo una chiesa distrutta da uno spaventoso incendio[3] e una città in preda alla paura. Posta all’incrocio di cinque strade romane, la città sorgeva sulle acque placide della Loira, allora arteria commerciale di fondamentale importanza per l’economia della zona. Le strade da secoli non erano più oggetto di manutenzione e stavano progressivamente divenendo impraticabili: i fiumi rimanevano le sole vie di comunicazione ancora affidabili. Qualcuno ancora si azzardava a percorrere le impervie strade costruite dai valorosi condottieri romani, e spesso non lo faceva con le migliori intenzioni, anzi: predoni, assassini di ogni genere, assaltavano di continuo i poveri pellegrini indifesi che si dirigevano ad adorare le reliquie di Martino, il santo vissuto a Tours. Gregorio, chiuso tra le mura della sua basilica, cercava prima di tutto di sopravvivere, difendendosi dai mille pericoli e dall’incertezza di un luogo privo sostanzialmente di reale protezione e in un’epoca che non dava alcuna garanzia per la generale incolumità. Spesso nemmeno una figura carismatica e sacrale come quella del vescovo poteva nulla contro la violenza cieca degli uomini. Talvolta, nell’esercizio delle sue funzioni di vescovo, Gregorio lasciava Tours per recarsi ai sinodi e alle congregazioni ecclesiastiche, spingendosi anche fino a Parigi, dove trascorreva gran parte del suo tempo il re dei Franchi. Il suo lavoro di vescovo cominciò con la ricostruzione della basilica divorata dalle fiamme; solo allora poté dedicarsi anche ai viaggi e agli incontri ufficiali.

Gregorio di Tours, Storia dei FranchiForse fu proprio di ritorno da un viaggio da Parigi, lì dove ebbe la possibilità di trovarsi a contatto con la corte merovingia, che a Gregorio balenò l’idea di accompagnare alla ricca sua produzione di testi agiografici e teologici, una storia del suo popolo e della dinastia dei suoi re; una ricapitolazione, per meglio dire, dei tempi passati, dalle origini del mondo agli ultimi fatti che avevano coinvolto il giovane popolo dei Franchi. L’opera avrebbe avuto due significati distinti: avrebbe costituito un utile calcolo, che ormai non veniva più eseguito da molto tempo, degli anni intercorsi dalla Genesi fino ai suoi giorni, computo fondamentale per poter riconoscere il momento più probabile dell’avvento dell’Apocalisse[4], e, nel contempo, avrebbe consentito alla dinastia dei Merovingi di avere una propria storia scritta. Sì, finalmente il suo popolo sarebbe stato degno delle grandi civiltà del passato che conservavano la propria storia per tramandarla alle generazioni future. Si trovò, quindi, nuovamente a Tours, tra le mura amiche della basilica a dettare al suo copista le prime pagine della sua opera storica; aveva trentacinque anni.

Il suo latino era rozzo, e di questo si scusò col lettore, lontano dalla grazia dei poeti antichi, immensamente distante dall’eleganza dello stile di Virgilio, la cui opera aveva almeno in parte letto e che reputava sublime nello stile ma menzognera nel contenuto. Gregorio si sentì in imbarazzo, probabilmente avvertiva di non possedere i mezzi necessari per realizzare un lavoro di valore letterario, ma i tempi non consentivano troppe raffinatezze intellettuali e, comunque, uno stile rustico più si avvicinava alla sensibilità della sua gente[5]. Più importante, invece, dichiarare esplicitamente e senza equivoci la propria ortodossia in tema religioso e, quindi, la profonda distanza dagli eretici e dai pagani. “[…] Io credo in Dio onnipotente. Credo in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, nato dal Padre, non creato, non venuto dopo il tempo, ma prima di tutti i tempi, che è stato sempre insieme con il Padre.” Chi non condivideva questi sacri principi, che fosse eretico, ebreo o ariano, non era degno di considerazione nella sua Storia, doveva essere soltanto eliminato, le sue idee estirpate dal mondo, in quanto sacrileghe. Su questo nessuna remora, nessun indugio. Tutte queste parole, dettate nella prefazione al primo libro, furono in realtà apposte da Gregorio molti anni dopo il resto del libro e di altri successivi; forse le numerose incongruenze che i fatti storici sollevavano sul concetto di provvidenza e di immanenza divina, lo spinsero a precisare con veemenza la sua posizione, in modo che chi avesse letto le sue Storie non potesse dubitare della sua fede e del suo rigore contro gli eretici.

Clodoveo I, re dei FranchiLa storia che si dipana nel primo libro non è rivolta, come si potrebbe pensare, a rivisitare il remoto passato dell’umanità per analizzarlo, più o meno approfonditamente, ma esclusivamente al fine di un calcolo cronologico, di mera ricapitolazione, che aiuti a determinare la fine dei tempi, forse imminente: non una storia per il passato ma una storia per individuare il futuro, per leggere la volontà di Dio attraverso i suoi messaggi profetici e spesso enigmatici. Le sue fonti non furono gli storici latini classici, ma i padri della Chiesa: Gerolamo, Eusebio, Orosio i più utilizzati. Versioni molto partigiane, in effetti, della storia passata (Storia contro i pagani è il titolo delle storie di Eusebio) che contenevano descrizioni stereotipate (come quelle di Nerone e Diocleziano, nemici dei Cristiani), ma di grande impatto per la mentalità medievale e che permarranno a lungo (forse ancora oggi) nell’immaginario della civiltà occidentale. Circa cinquemila e seicento anni vennero riassunti nel primo libro delle Storie dei Franchi, poche righe dedicate a Cristo, altrettante a Costantino e Teodosio. La rassegna era serrata, precipitosa in più punti, rassomigliava più ad un elenco di date che a un discorso; qualche frenata ogni tanto per riferire episodi che appaiono a noi moderni del tutto insignificanti. Gregorio era ancora un acerbo scrittore e la struttura della sua opera ne risentì, tanto era sproporzionata e spesso incoerente. Più i tempi si avvicinavano ai suoi, più la storia si concentrò nell’ambito della Gallia, più il discorso si metteva a fuoco, e fatti e personaggi non sfilavano più come fugaci maschere nel teatro della Storia, ma diventavano progressivamente attori più credibili e dal carattere meglio definito. Il primo grande eroe che si presentò nella Storia dei Franchi fu il re Clodoveo, convertito al cristianesimo e vincitore dei Goti, assistito dal santo vescovo Martino. Gli stessi antenati di Gregorio dovettero assistere alla presa di Clermont, nel 507, che lo stesso Clodoveo strappò ai Visigoti. Dio partecipò e portò al trionfo il re Merovingio che non lesinava di certo stragi e tradimenti. Gregorio omise qualsiasi giudizio morale sui crimini di questo despota barbaro, poiché di fatto li giustificava in nome dell’affermazione del Cristianesimo e dell’ordine politico e militare; tali valori erano da preferire sopra a tutto e il loro raggiungimento poteva ben valere l’utilizzo di mezzi anche contrari ai principi cattolici. Il Dio che traspare da queste pagine non è quello dell’Antico né del Nuovo Testamento, ma un Dio barbaro, guerriero, epico, immorale[6].

I primi quattro libri delle Storie si concludono con l’assassinio di Sigeberto I, l’ennesimo debole re, negli anni in cui Gregorio giungeva a Tours, quando ormai i gloriosi tempi di Clodoveo erano da molto svaniti e i suoi successori insanguinavano le terre divise senza mai ottenere ordine e unità e offrendo il fianco alle invasioni di altri popoli. E davvero pare che, secondo Gregorio (che comunque esplicitamente non lo ammette), il merito di Clodoveo risiedesse soltanto nel fatto di aver sterminato tutti i parenti e gli avversari[7] pur di mantenere ordine e unità del regno, e che i successi ottenuti altro non fossero che il giusto premio ricevuto da Dio. Si avvicendavano, nei racconti di Gregorio, re e regine sanguinari, martiri e santi, e caldi ricordi della sua infanzia, in quei giorni “peggiori di quelli delle persecuzioni di Diocleziano[8]”. Il padre Florenzio, morto troppo presto, fece in tempo a trasmettergli l’amore e il rispetto per le reliquie, che significavano, tutto sommato, conforto morale in un mondo di incertezze. Alla sua morte Gregorio ereditò dal padre alcune di queste reliquie, che conservò gelosamente fino alla morte. La madre (mater venerabilis), invece, ricordata più volte, rimase tutta la vita a Clermont e le rare volte in cui la incontrava erano per lui motivo di grande gioia, e ciò traspare chiaramente sia nella Storia che in altri scritti suoi[9]. Nelle stesse pagine Gregorio ricordò con affetto il tutore Nicezio[10] e lo zio Gallo vescovo di Clermont (poi diventato santo), che lo visitò quando, ancora bambino, giaceva a letto malato. Ricordi, quindi, che rari appaiono nella trama del passato che il vescovo di Tours rievoca in questi primi quattro libri. Il successivo libro non è più un’opera di storia, ma una cronaca dei tempi presenti. Gregorio dettò al suo copista non più avvenimenti passati recuperati da fonti scritte o da ricordi personali, ma i presenti avvenimenti di cui fu diretto testimone, spesso da protagonista; con l’ultima prefazione scritta al quinto libro, sembra accomiatarsi dalla storia per cominciare la cronaca. Un’ultima esaltazione di Clodoveo e del suo regno servì ad esempio per l’esortazione che Gregorio fece ai nuovi regnanti, per rinverdire i fasti di quel glorioso e antico condottiero. Dopodiché i tempi presenti; nient’altro che una confusa rete di voci e di episodi slegati che non portano a nulla, ma che ci donano il Gregorio di Tours più limpido, testimone esemplare del suo tempo.

A quarant’anni Gregorio, vescovo di una importante città, cominciava a trovarsi meno smarrito tra i pericoli e i tranelli che affioravano da ogni angolo e ad ogni strada. Aveva compreso che in tale situazione l’elemento più importante era l’informazione, la conoscenza, e per questo motivo raccoglieva notizie di ogni genere sia a corte, sia nelle vie di Tours, sia nei sinodi ecclesiastici; non tanto per arricchire la sua storia, ma semplicemente per garantire a sé la propria sopravvivenza. Che poi le informazioni ottenute fossero riversate nella seconda parte delle sue Storie, ciò era del tutto marginale. E nelle dense pagine dei successivi cinque libri, trovarono spazio tutte le informazioni, attendibili o meno, raccolte in giro nei quindici anni successivi.

Gontrano e Childeberto IIL’odiato re Chilperico, capace solo di originare discordie e guerre civili, esempio di cattivo condottiero, contrastava il pupillo di Gregorio, l’unico che apparve ai suoi occhi degno delle gesta del mitico Clodoveo, il re Gontrano, proprio colui che bussò alla basilica di San Martino per chiedere rifugio dalla furia omicida dei suoi nemici. In quell’occasione Gregorio ebbe la possibilità di approfondire la conoscenza di Gontrano, aumentandone la fiducia e l’entusiasmo, riconoscendo in lui il protetto da Dio. Ma ben presto anche il progetto di Gontrano, all’alba dell’ultimo decennio del secolo, dovette fallire e a Gregorio non rimase nemmeno la speranza, mentre inesorabili e caotici, proseguivano uno dopo l’altro gli avvenimenti, dei quali ancora una volta non riuscì a decifrare il senso.

È vero che forse, nelle ultime pagine della sua opera[11], affiora la vaga sensazione di Gregorio che il mondo si avvicinasse alla fine, che tutto sommato un percorso coerente sembrava ripresentarsi: si moltiplicavano, infatti, epidemie, pestilenze, carestie, inquietanti segni del cielo, eclissi di Sole annunciatrici di terribili disgrazie; Gregorio citò il Vangelo: “Ci saranno carestie e terremoti ovunque[12]”. Erano davvero quelli i primi segni dell’avvento dell’Apocalisse? Anche qui Gregorio non prese posizione, preferì solo testimoniare, non azzardò ipotesi. Ma se della fine del mondo imminente non aveva certezze, della sua fine sentiva l’approssimarsi. Occorreva chiudere al più presto l’opera storica che aveva composto lungo gran parte della sua esistenza. Uno sguardo ancora alle preziose reliquie che egli stesso aveva ritrovate per caso nell’antica basilica qualche anno prima[13], e a quelle che aveva ereditato, lo avrà forse riportato all’amata Clermont e al ricordo del padre, così devoto a quei sacri tesori.

Stanco, ormai vecchio e malato, cosciente della indecifrabilità del senso delle vicende umane e della volontà divina, smarrito in un’oscurità che in tutta la sua vita non accennò a schiarirsi, si accontentò di lasciare testimonianza di quell’inquietudine, di quei suoi tempi incerti e senza senso, rinunciando a qualsiasi interpretazione. No, nemmeno un epilogo avrebbe avuto una funzione, una qualche utilità, in una storia del non-senso. Meglio chiudere così, ex abrupto, proprio allora che le forze fisiche e mentali venivano meno. Il momento ormai era giunto; dettò, allora, al proprio copista, con flebile voce le ultime parole: “Ho scritto dieci libri di Storie, sette di Miracoli, un libro intorno alle Vite dei Padri…


[1] Historia Francorum, Prefatio,  tr. it. Massimo Oldoni, Storia dei Franchi, Napoli, Liguori, 2001, p. 7.

[2] Historia Francorum (II,1) traduzione dell’autore.

[3] Historia Francorum (X, XVIII).

[4] Historia Francorum (I,1).

[5] Historia Francorum, Prefatio.

[6] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 39.

[7] Cfr. Gustavo Vinay, Alto medioevo latino, Napoli, Liguori, 2003, p. 38.

[8] Historia Francorum (IV, 47).

[9] Vedi ad esempio il Liber in Gloria Confessorum 3.

[10] Historia Francorum, (IV, 36).

[11] Historia Francorum, (X, 25) e (X, 30).

[12] Matteo, 24, 7-8.

[13] Historia Francorum (X, XVIII).

Dicono che la vita è un’illusione, dicono anche che la vista può essere ingannata, dicono inoltre che gli artisti ne sono esperti. Trompe l’oeil si chiama quest’arte, sebbene alcuni la trattino ingiustamente come arte minore, arte frivola, quest’arte, dicevamo, che riesce a confondere facilmente i nostri sensi, i nostri occhi, a riverlarci una verità che forse non esiste, una verità forse distorta.

Un ragazzo, suppongo spagnolo, con gli occhi spalancati, un piede quasi fuori dal quadro, con una sottile camiciola mi aspettava. Un quadro del 1874, In fuga dalla critica, del pittore catalano Pere Borrell del Caso (1835-1910), una tela in cui il giovane sembra realmente uscire dalla cornice, una pittura provocatrice al punto tale che mi avvicinai e gli sussurrai: fuggi! Un’opera che vuole essere “una metafora dell’arte stanca di sottostare immobile e indifesa ai giudizi critici”. Il ragazzo incarna, dunque, la voglia di scappare da questo ancestrale e spesso deleterio status quo.
Ma l’attrazione simpatica della prima sala è una grassoccia donna di mezza età vestita con una colorata camiciola stile hawaiano, che trattiene un passeggino pieno di pacchi, in cui un bambino sembra sonnecchiare. Stavo lì a guardare il quadro di cui sopra e non mi resi conto che quella figura in penombra non era una persona in carne e ossa, ma un meraviglioso lavoro dell’artista americano Duane Hanson (1925-1966), Donna con bambino nel passeggino (1985), lavoro tanto realistico che travisa con facilità la nostra visione della realtà. Mi soffermai un paio di minuti assorto, cercando di carpire l’iperrealismo di questo maestro che mi aveva ingannato.

A Firenze, nello storico Palazzo Strozzi, è in corso una bellissima mostra, sino al 24 gennaio 2010, dedicata proprio a meravigliare l’occhio, un itinerario che spinge il visitatore a indagare, a scoprire dove sta l’imbroglio, a toccare con mano, addirittura, in una sala dedicata alla sperimentazione.
Secoli di arte proposti davvero in maniera elegante, semplice, in una maniera che incuriosisce. Dalla natura morta all’autoritratto, dalle sculture al legno intarsiato, una deliziosa scorpacciata che per digerirla bisogna andare piano, lenti, a passo di formica, assaporando ogni singolo pezzo.
Non desidero togliervi le tante sorprese, ma altre due devo raccontarle, perché hanno avuto su di me un effetto dirompente.
Una è l’incantevole tela di Johannes Wumpp o Gumpp (1626-notizie fino al 1646), del 1646, Autoritratto. Il pittore, guardandosi in uno specchio ottagonale, dipinge con cura il suo viso. Elegante il gioco dei rimandi: lo vediamo di spalle rispecchiato mentre abbozza il suo ritratto. Inoltre: per rendere la scena realistica al massimo, un cane e un gatto sembrano litigare, mentre sul tavolo oggetti di vita quotidiana completano l’insieme. Sostai a lungo, trattenendo il respiro per meglio entrare nella dinamica, per meglio confondermi con il palpitante alito del quadro.
L’altra sorpresa fu il quadro di Gerrit Dou (1613-1675), pittore allievo di Rembrandt, Autoritratto con tenda verde, 1645 ca. Ciò che realmente colpisce è la tenda appesa da un’asta color bronzo, asta applicata in una finta cornice nera. La figura, in tal modo, sembra ancor più veritiera, in quando più profonda e più intrigante, profondità che ricalca anche il grande libro sporgendo dal davanzale della finestra. E ricordo che pure il Tiziano aveva usato tale motivo, quello della tenda, – Ritratto dell’arcivescovo Filippo Archinto, 1556-1558 ca. -, ma il contesto era ben differente.

Mi fermo. Vi suggerisco visitare la mostra.

Rino, ingannato ad arte.

Vi propongo un altro interessante articolo della professoressa Rizzoli sulla moda maschile nel XIX secolo.

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Ottocento, fracLa moda ottocentesca è l’espressione del ceto borghese che dopo la rivoluzione francese conquistò il potere politico ed economico in Europa. Soprattutto l’abbigliamento maschile registrò un significativo e radicale mutamento, quasi una svolta epocale. Un look austero e rigoroso, con tagli semplificati, tessuti di panno robusto al posto della seta, e decorazioni ridotte al minimo, sostituì il frivolo abbigliamento barocco; in tal modo si volevano esprimere la serietà del mondo del lavoro, in contrapposizione all’ozio dell’oziosa aristocrazia, la praticità, la prudenza, il risparmio, l’ordine, tutti ideali saldamente ancorati nel mondo borghese Questo costume severo trovò la sua ispirazione in quello dei Puritani e dei Quaccheri. Il nuovo stile dell’abito maschile ebbe una patria: l’Inghilterra, che propose un’eleganza più pratica e civile, influenzata dai modi informali, dalla passione per lo sport e la vita all’aria aperta del gentiluomo inglese.

Due furono gli abiti informali introdotti: il frac, dapprima adottato per andare a caccia e per la vita in campagna, con falde molto arretrate e colletto alto, poi  portato di sera, per le occasioni eleganti. Oltre al frac fu creata la redingote, all’inizio una giacca usata per l’equitazione, la “riding coat”, ossia una lunga giubba a due falde e aperta sul dietro, che permetteva di stare comodamente in sella. Abbandonata la destinazione sportiva si trasformò in abito da città e da lavoro fino a prendere il significativo nome, dopo la metà del secolo, di finanziera.

Ottocento, Lord BrummelAntesignani del nuovo corso che puntava, per identificare il vero gentiluomo, sulla tendenza alla semplificazione e sullo stile furono in Inghilterra i Dandy: il più famoso tra loro fu George Brummel. L’edonismo esasperato del suo modo di vestire è diventato proverbiale e il suo motto: ”Per essere eleganti non bisogna farsi notare”, diventò legge per tutti gli uomini alla moda d’Europa. Anche grazie a lui la sartoria inglese fu ricercata in tutta Europa al punto che i più abbienti andavano in Inghilterra a comperarsi abiti ed accessori. Alcuni aneddoti sulla vita di Brummel ricordano il perfezionismo che impiegava nel vestirsi. In un’epoca in cui erano ancora di moda tessuti colorati impose il blu per il frac e il beige per i pantaloni. Pettinatura, guanti e cravatta dovevano corrispondere a canoni precisi: il dandy aveva tre parrucchieri, uno per la nuca, uno per le basette e l’altro per il resto dei capelli; i guanti erano fabbricati da due guantai, uno per il pollice, l’altro per le restanti dita. La cravatta doveva essere inamidata e annodata in modo inappuntabile: se un nodo non riusciva la buttava via e ne indossava un’altra; inoltre se la faceva stirare direttamente addosso con un minuscolo ferro che eliminava qualsiasi piega.

Dopo di lui gli elementi fondanti del guardaroba maschile furono per tutto il secolo: i pantaloni, il gilet e i soprabiti, senza contare gli accessori. Al termine della Rivoluzione francese l’uomo aveva adottato pantaloni lunghi, derivati dal mondo del lavoro e della marina, e che all’inizio furono considerati indumenti sovversivi. Il gilet o panciotto aveva la funzione di modellare il torace maschile, dandogli la convessità delle antiche armature. A volte se ne potevano portare due sovrapposti, uno bianco, uno fantasia. L’esposizione al Jardin des plantes a Parigi di una giraffa lanciò la moda del gilet “giraffa”, ornato con pomelli grigi.

Ottocento, paletotTuttavia dalla linea attillata della prima metà del secolo si passò ben presto ad abiti più comodi e sciolti. Rivoluzionaria fu l’introduzione, verso la metà del secolo della giacca corta e larga che entrò stabilmente nel guardaroba maschile come abito diurno e come complemento di indumenti estivi. Parecchie novità furono lanciate in questo periodo nel campo dei soprabiti: innanzitutto il paletot o cappotto, consacrato sotto il II Impero, di linea ampia e avvolgente e di derivazione marinaresca. Definito dai suoi osteggiatori “un barile di panno” piacque proprio per la sua comodità e disinvoltura. Tra gli anni ’30 e ‘50, grazie alla scoperta da parte di Goodyear della vulcanizzazione della gomma, cominciarono a diffondersi i primi soprabiti impermeabili, chiamati in Italia macintosh dal nome del chimico inglese, Charles Macintosh, che li aveva inventati. L’impermeabile fece fatica ad affermarsi perché all’inizio emetteva cattivo odore. Col tempo e con la raffinazione delle tecniche, nacque il soprabito impermeabile in gabardine di linea ampia. La creazione e commercializzazione di questo capo, si deve in particolare a Thomas Burberry (1835 – 1926) che ne fece poi un classico dell’abbigliamento. Furono inventate anche le maniche a raglan, il cui nome deriva da un generale inglese, James Raglan, che durante la guerra di Crimea ideò per le sue truppe questo cappotto di taglio comodo che aveva le maniche tagliate insieme al resto dell’indumento. Infine il Macferlain, ossia il Pipistrello, un pastrano che al posto della maniche aveva due ali di panno.

Un uomo elegante non poteva uscire di casa senza accessori perfetti e ben coordinati, tra cui il cappello, i guanti, le scarpe e il bastone da passeggio e, soprattutto, la cravatta. Oggetto di appassionata attrazione, doveva corrispondere a una serie precisa di requisiti che potevano sintetizzarsi nel motto “ad ogni occasione la sua cravatta”; all’inizio del secolo era rigorosamente bianca e inamidata. Tali prescrizioni riguardavano anche i nodi, che dovevano essere sempre perfetti e appropriati alle circostanze. Nacquero divertenti trattati sull’arte di indossare la bianca striscia di stoffa: nel 1827 il conte della Galda, milanese, scrisse un libretto in cui venivano indicati ben 32 tipi di nodi diversi. La cosa ebbe la sua importanza finché il colletto era alto al punto da coprire le guance. Tuttavia col tempo i colletti diventarono sempre meno vistosi, e altrettanto lo furono i fiocchi delle cravatte, che cominciarono a rimpicciolirsi abbandonando il bianco e utilizzando il nero o, al massimo, le righe o i quadri. Anche guanti e cappello erano fondamentali.

Ottocento, cilindro detto zeroIl cilindro, il tipico copricapo ottocentesco, fu inventato all’inizio del secolo dal cappellaio inglese Harrington, che gli aveva dato una forma alta e svasata verso il basso. Ma già nel 1828 il copricapo diventò di eguale lunghezza in alto e in basso e, scherzosamente, fu detto “zero”. Solitamente in pelo raso, questo cappello non era facile da portarsi per il suo equilibrio instabile: bastava un colpo di vento per farlo volare. Fu quindi inventato un cilindro a molla, detto Gibus, che poteva essere comodamente piegato e portato sotto il braccio. Onnipresente anche nei primi decenni del Novecento, il cilindro conobbe rivali solo alla fine dell’Ottocento, quando fu inventata la bombetta, cappello duro e tondo così chiamato per la somiglianza con l’ordigno da guerra. E infine, per i più azzardati, la lobbia e la paglietta. La lobbia era un copricapo floscio con falde e una acciaccatura nel mezzo, mentre la paglietta, o cannottiera, era un cappello di paglia diffusosi con i primi sport all’aria aperta, che serviva appunto a coprire la testa di chi praticava la voga acquatica.

Bianca Maria Rizzoli

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Altri articoli della professoressa Rizzoli:

- La nascita del pantalone nell’età moderna.

- Il re Sole e la nascita dei prodotti di lusso.

- Il busto dal XVI secolo ad oggi.

Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto, La lavandaia, 1730 ca.La famiglia nell’ancien régime è di vitale importanza, è il punto di riferimento della società agricola, è il luogo di produzione.
Più ancora che in città, il nucleo familiare riveste un ruolo di primo piano. Padre, madre, figli, nonché nonni e parenti, condividendo uno stesso tetto, collaboravano al lavoro. Ognuno con il proprio compito, ognuno con le proprie responsabilità. I bambini non erano di meno, seppur ancora infanti, dovevano contribuire alla sopravvivenza di tutti. Bisogna evidenziare che i giovani non avevano quella fanciullezza felice e spensierata di oggi, su di loro gravavano compiti spesso al di sopra delle loro possibilità. Dunque, a mietere o a spigolare dopo la mietitura, a custodire il bestiame, a preparare le fibre per la filatura, a seminare: il lavoro non mancava.
Non diversa la situazione era per la donna, che si caricava di oneri e lavori, iniziando la giornata appena al sorgere del sole e terminando con questo. Pane, pasta, tele, abiti, calzature, merletti, pizzi e via dicendo erano gli articoli a cui si dedicavano, chi più specializzata in tessitura, chi più pratica di confezioni, chi dedita ai campi, chi alla numerosa famiglia. E non dimentichiamo la funzione delle balie, delle allattatrici, oltre a quelle che andavano a servizio come domestiche nelle case dei più abbienti, giovanette incluse.Giacomo Ceruti, Donne al lavoro, 1720
Il padre è proprietario di tutti i beni, con poteri quasi assolutistici. Dirige, premia, punisce, corregge, impartisce ordini, e non solo ai figli, ma anche alla moglie e a coloro che dividono la stessa stanza. Possono addirittura incatenare i figli discoli, mandarli in prigione a loro spese, possono bastonare la consorte, possono, insomma, “orientare” la famiglia.
Generalmente ogni famiglia tenta essere autonoma e autosufficiente, il lavoro agricolo, seppur pesante e grave, produceva quasi tutto il necessario per vivere.
L’istruzione nelle campagne era poco diffusa, a differenza delle città, in cui si riteneva che un commerciante o un artigiano o un professionista dovesse quanto meno sapere leggere e scrivere per far fronte ai propri affari. Dunque, la grande massa dei contadini era analfabeta, non si poteva mandare a scuola i bambini, si sottraevano braccia al lavoro.
In tutto ciò c‘era una certa unione, una coesione che mandava avanti la società agricola, quella società spesso e volentieri insoddisfatta e sempre pronta a ribellarsi.

Rino, nei comodi tempi moderni.

Maso di San Friano, Cosimo I de' Medici

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Nell’allegato “Il Venerdì” al quotidiano Repubblica del 13 novembre 2009, a pag. 85, c’è un interessante articolo a cura di Marco Romani che tratta sulla prima possibile sveglia raffigurata in un quadro di Maso di San Friano (1531-1571).
La tela, dipinta nel 1560, ritrae probabilmente Cosimo I de’ Medici che sorregge nella mano destra un congegno con una lancetta che indica le ore, un quadrante diviso in periodi e, forse, una suoneria composta da due grandi campanelli. Rappresenterebbe così, il dipinto, “il primo ritratto di un orologio a sveglia portatile”, ci dice l’autore dell’articolo.
Tutto ancora è da verificare.

Vi lascio qualche link per approfondire l’argomento:

- Así eran los primeros relojes.
- Painting features ‘oldest watch’.

Rino, investigando.

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Cosimo I de' Medici, duca di Firenze

Dove sono andati a finire i vecchi caffè letterari di una volta, quelli in cui ci si sedeva e si parlava di cultura, di letteratura, poesia, arte, di idee spesso rivoluzionarie?

Casa Rocca Piccola, La bibliotecaAi tempi dell’Illuminismo a Venezia ce n’erano circa 25 soltanto in piazza San Marco, luoghi dove, fra un caffè bollente e un altro, si leggevano i fogli quotidiani e si scambiavano libri proibiti. E non era raro veder chiuderne qualcuno, talvolta perché ritenuto frequentato da gente eversiva e pronta a diffondere idee troppo avanzate per l’epoca.
Anni prima, i salotti delle case dei nobili e della ricca borghesia erano frequentati da letterati, pittori, musicisti, diventando centri di vita mondana e culturale. Facevano, spesso, da intrattenitrici le donne, colte, preparate e raffinate, donne che “tenevano salotto” in modo davvero esemplare. Madame de Rambouillet, a cui spetta l’onore di aver dato il via alla vita di società nella Francia del XVII secolo, presidierà per oltre 40 anni un salotto frequentato da intellettuali, nobili, gente di un certo livello artistico, culturale, sociale. Ma non sarà la sola: la marchesa de Sablé, Madame de Sévigné, Madame de La Fayette, Madame de Tencin: alcuni nomi legati ai cenacoli francesi, nonché all’arte della conversazione.
Erano gli anni del grand tour, una moda sviluppatasi fra borghesi, nobili, ricchi mercanti, un viaggio attraverso l’Europa, la cui meta preferita era l’Italia. Ma non solo, non era raro peregrinare addirittura verso l’Egitto o terre d’Oriente in cerca anche di avventure. Ed erano altresì gli anni, quelli del XVIII secolo, di Winckelmann, degli scavi di Pompei, della cultura classica, di Goethe, e via dicendo.Pietro Longhi, La lezione di geografia, 1752
La metà del Settecento vedrà un’altra moda, quella di fornirsi di biblioteche private, quella di dedicare un luogo della casa alla raccolta dei libri, economici e meno economici, rari e popolari, manoscritti e incunaboli. Erano librerie protette da ante con vetri, e la stanza da tendaggi oscuri affinché la luce non disturbasse la vita dei volumi.
Dalla sale reali, dai palazzi dei nobili, la rappresentazione teatrale passava appunto al teatro, teatro aperto anche al popolo, teatro che divenne un luogo d’incontro per conoscere gente e conversare. Era d’uso che la sala restasse costantemente illuminata, a differenza di oggi. Commedie, musiche, qualche balletto: gli spettacoli per la maggiore.
La diffusione della cultura stava passando dalla classe elitaria alla classe popolare, poco a poco, un cambio iniziato con lo sviluppo dei torchi gutenberghiani, con la maggiore diffusione dei libri, attraverso le idee illuministiche, percorrendo insomma una strada spesso tortuosa, spesso piena di censure.

Rino, dall’altro ieri all’ieri.

Non si può parlare di storia, se non si parla di critica storica, di quella parte dello studio che – anche, ma non solo – mette in dubbio, approfondisce e analizza i fatti con occhi attenti. E ciò non significa criticare, giudicare, disapprovare, significa invece cercare di comprendere.

Di seguito alcune parole dello storico francese Marc Bloch:

Marc Bloch in uniforme, decorato con la Croce di guerra[…] È  stato detto un gran male della critica storica. La si è accusa­ta di distruggere la poesia del passato. Gli studiosi sono stati trat­tati come spiriti aridi e piatti, e li si e accusati di mancare di ri­spetto alla memoria degli uomini antichi, poiché non accettavano a occhi chiusi storie che delle generazioni si sono passate da un’età all’altra. Se lo spirito critico ha tanti detrattori, e senza dubbio perché è più facile biasimarlo o schernirlo, piuttosto che seguirne i duri comandamenti. Si è per gran tempo creduto che le epopee del medioevo racchiudessero il racconto, più o meno deformato ma esatto nel suoi tratti essenziali, di eventi storici. Sappiamo og­gi che non è affatto così. Mai il destriero Bayart ha portato, at­traverso le grandi foreste delle Ardenne, i figli d’Aymon. Un giul­lare ha inventato l’amicizia di Ami e di Amile. Mai Aymerillot ha espugnato Narbonne. Questi antichi poemi non sono che finzio­ne: oggi ne siamo certi. Forse per questo hanno smesso di com­muoverci? Ieri ci chinavamo su di essi ricercando nel loro spec­chio appannato l’indistinto riflesso di avvenimenti incerti. Li con­sideravamo delle cattive cronache. Ecco che non sono più altro che delle belle storie! Adesso che sappiamo leggerli, essi ci offrono una immagine dai contorni netti: quella dell’anima eroica e bambina del secolo che li vide nascere, turbolenta e avida di misteri. Ciò che fa la bellezza delle leggende e la loro propria verità, è tradur­re fedelmente i sentimenti e le credenze del passato. Sapere che sono delle leggende, ce le fa gustare ancor meglio. E poi – dirò qui fino in fondo il mio pensiero – se è vero che la critica ha qualche volta fatto svanire certi miraggi che erano seducenti, dopo tutto, tanto peggio! Lo spirito critico è la pulizia dell’intelligenza. Il pri­mo dovere è lavarsi.

Elaborate soprattutto dagli storici e dai filologi, le regole del­la critica della testimonianza non sono un gioco da eruditi. Esse si applicano al presente come al passato. Forse alcuni di voi si tro­veranno rivestiti, in futuro, dei temibili poteri del giudice istrut­tore. Altri saranno chiamati, dalla nostra legge democratica, alle funzioni di giurato. E anche quelli che non pronunceranno mai, in nessun palazzo di giustizia, né alcuna sentenza né alcun ver­detto, dovranno e devono già, a ogni momento, nella vita di tutti i giorni, raccogliere, confrontare, pesare delle testimonianze. Ri­cordatevi, allora, dei principi del metodo critico. Contro lo spiri­to di maldicenza saranno per voi l’arma più potente. Contro lo spi­rito di sfiducia anche. Il disgraziato che dubita di continuo di tut­to e di tutti non è di solito altro che un credulone troppo spesso ingannato. L’uomo accorto, che sa la scarsità delle testimonianze esatte, è meno pronto dell’ignorante nell’accusare di falsità l’ami­co che si inganna. E il giorno in cui in società dovrete partecipare a qualche grande dibattito, che si tratti di sottoporre a nuovo esa­me una causa giudicata troppo in fretta, di votare per un uomo o per un’idea, non dimenticate mai il metodo critico. E una delle vie che conducono nella direzione del vero. […]

Invito alla rilettura

Oramai gli articoli di questo blog sono oltre 300, per cui qualcuno sfugge alla nostra memoria. Di tanto in tanto, Vi inviterò a rileggerne qualcuno, scelto a caso. Buona rilettura.

- Il palazzo museo della contessa di Lebrija.
- Il marchese de Piro, la casa Rocca Piccola e Valletta.
- Siviglia, ricordi e memorie.

La Storia può essere narrata da diversa angolatura: politica, sociale, religiosa, antropologica, culturale, e via dicendo, tutte sfaccettature di uno stesso racconto, di uno stesso continuum.
In un commento a un articolo precedente (qua), la professoressa Cristina Galizia lanciò l’idea di raccontarla attraverso la moda, l’evoluzione dei costumi, ripercorrere, cioè, alcune caratteristiche storiche alla luce degli abbigliamenti, dello stile, del modo di vestire.
Capigliatura femminile nel Rinascimento italianoE allora mi viene subito in mente l’Arte, gli artisti, quegli artisti che tramite i loro quadri ci permettono prendere visione di usi e costumi d’altri tempi. Tele che ci segnalano, per esempio, le acconciature femminili, le suppellettili, gli abiti, in quel Rinascimento che grande influenza ebbe – anche, ma non solo – sul costume.
Medesima cosa si potrà affermare con i dipinti di Vermeer, dove il pittore rappresentava la borghesia olandese del XVII secolo, borghesia frutto degli scambi commerciali con oriente e occidente. La moda racconterà in tal caso particolari della storia delle colonie americane, così come dell’influenza orientale, racconterà dei colori in voga, degli abiti, degli accessori, … per non dimenticare il lusso e lo sfarzo francese che cercava di diffondersi per l’Europa intera.Costumi popolari, Francia 1795
Il Settecento sarà invece un periodo che segnerà in Francia un “prima della rivoluzione” e un “dopo la rivoluzione”: la moda romperà dei confini e sarà pronta ad accogliere le innovazioni politiche-culturali-sociali del XVIII secolo, dell’Illuminismo, del nuovo modo di vedere e vivere la vita. La Storia influirà nei costumi e i costumi paleseranno le nuove ideologie. Ricordiamo brevemente la nascita dei pantaloni di cui ci ha parlato la professoressa Bianca Maria Rizzoli in un articolo precedente (qua).

Questa breve introduzione per invitarvi a continuare il tema, ad apportare le vostre conoscenze, il vostro parere, a commentare. Un invito rivolto non solo agli insegnati, ma anche agli alunni, a tutti, appassionati o meno, un invito che vuole essere dialogo e scambio di opinioni.

Rino, domandando: che cosa racconta la moda oggi?

l Aura scolasticaLa Storia è stata sempre una materia poco amata dagli studenti sia per la quantità di dati da ricordare, sia per il poco interesse suscitato dagli insegnanti, sia perché presentata nei libri di testo in maniera troppo pedante. La bravura e destrezza degli insegnati deve essere un loro punto di forza affinché i giovani si avvicinino e studino con passione argomenti che sono alla base della nostra memoria storica. E Aura è una professoressa che riesce a coinvolgere i propri alunni in maniera davvero esemplare.

Aura Schintu è laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi di Sassari e insegna Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico Spano di Sassari. Gestisce, insieme ad altri colleghi, il sito “L’Aura scolastica”, un sito che fornisce materiali utili per docenti e studenti.

Che cos’è per te la Storia, che rapporto hai con essa?
L’uomo non è particolarmente agile, veloce, forte o resistente, quindi, oltre al fatto di essere un animale sociale, ciò che gli ha consentito di sopravvivere è la sua capacità di saper applicare ed utilizzare conoscenze che gli permettono di risolvere problemi. L’uomo, però, non può tramandare le proprie conoscenze e le proprie esperienze per via genetica, perciò se non le comunicassimo e non le mantenessimo vive nella memoria, l’umanità sarebbe ancora ferma alla preistoria. Il progresso stesso della civiltà umana, quindi, è legato alla capacità di comunicare e a quella di ricordare. La storia è la nostra memoria collettiva, è il ricordo degli avvenimenti, delle conoscenze e delle esperienze che fanno di noi quello che siamo, ed è per me l’unico modo utile per ottenere un progresso. Per progresso intendo non solo miglioramenti tecnici che rendono la vita più comoda, e a volte solo diversa, ma soprattutto quel processo di crescita culturale e sociale che dovrà portare ad una società sempre più consapevole dell’importanza e dell’uguaglianza degli individui, e sempre più attenta ai bisogni e alla libertà di tutti i suoi membri. È chiaro che questo è un processo tendenzialmente infinito, che forse non raggiungerà mai la perfezione, e che ogni tanto potrà rallentare o tornare sui propri passi, ma che, se si continuerà a mantenere viva la memoria, morirà solo con la fine degli uomini. La storia per me è essenziale, indispensabile anche nella quotidianità, un utile mezzo per capire il presente e orientarsi nel futuro.

Che significa avere coscienza storica e a che serve?
Credo di aver risposto essenzialmente nella domanda precedente, comunque per me avere coscienza storica significa non consentirsi di dimenticare. Cercherò di chiarirmi meglio con un esempio: possiamo prendere un individuo, Marco, al posto dei popoli, e il suo vissuto personale al posto della storia. Marco dimostrerà di avere coscienza storica se cercherà di non dimenticare le sue vicende personali e anzi, le utilizzerà per regolare su di esse i sui comportamenti futuri, cercando di non commettere sempre gli stessi errori ma di vivere al meglio delle sue possibilità. Ora se noi sostituiamo Marco ed il suo vissuto con un qualsiasi popolo e la sua storia, possiamo tranquillamente capire che solo studiando la propria storia si possono dirigere la cronaca e le scelte presenti. È essenziale, dunque, che la memoria della storia non si perda ma è necessaria per far sì che l’umanità continui il suo cammino verso il progresso.

Credi che la Storia abbia dei corsi e ricorsi?
Io non credo che la Storia abbia corsi e ricorsi, intesi come se fossero inseriti in una concezione temporale ciclica di tipo greco classico, ma penso che pur nel continuo cambiamento e anche nel processo di crescita dell’umanità ci siano dei momenti in cui eventi simili si ripetono. Questo è dovuto sia al caso, ad esempio eventi naturali, ma anche alla tendenza umana a reagire in modi simili davanti a problemi dello stesso tipo. Ora da questo impasse potrebbe tirarci fuori proprio la conoscenza della storia e l’analisi di situazione problematiche affini.

Qualcuno parla di revisionismo storico, di rivedere la Storia – anche, ma non solo – alla luce di nuove idee, spesso politiche e di parte, che ne pensi?
Penso che sia un processo abbastanza normale soprattutto per la storia recente, che è stata cronaca fino a poco tempo fa. È molto difficile essere obiettivi in situazioni che ci coinvolgono ancora molto emotivamente, è, perciò, facile vedere le cose in una luce meno dolorosa o comunque un troppo negativa. È anche normale che le parti politiche strumentalizzino gli avvenimenti recenti per cercare di fare una figura migliore. Alcune volte assistiamo a fenomeni di questo tipo anche per avvenimenti più lontani nel tempo che vengono negati, sminuiti o al contrario evidenziati ed enfatizzati anche se marginali. Questo accade per esaltare un ideale o una parte politica, alcune volte si arriva anche ad alterare gli avvenimenti in maniera totale. Potrei fare un esempio per tutti: negli USA si va diffondendo una corrente culturale detta “multiculturalismo” che promuove la riscoperta delle culture e dei valori di un po’ tutte le componenti della società. In quest’ottica alcuni storici “afrocentristi” sostennero che la civiltà egizia era una civiltà africana, che tutti i faraoni, Cleopatra compresa, erano neri, e che i Greci si appropriarono della cultura egiziana con un furto, il sacco della biblioteca di Alessandria, effettuato da Alessandro Magno su suggerimento di Aristotele. Ora tutto ciò è palesemente falso, basti semplicemente rilevare che la città di Alessandria fu fondata dallo stesso Alessandro, e che la biblioteca fu istituita quando l’imperatore macedone e il suo precettore erano già morti da un pezzo. Ma ogni argomento anche se falso serviva a portare avanti la tesi secondo cui la tradizionale prospettiva eurocentrica doveva essere sostituita da una prospettiva afrocentrica. Io personalmente trovo che tutte queste cose siano tipiche della natura umana, e in un certo senso anche comprensibili, ma, e questo è compito degli storici seri, bisogna cercare di essere il più obiettivi possibile anche se questo vuol dire andare contro i propri interessi immediati, secondo me infatti bisogna cercare di accertare sempre la verità che sia comoda o no. Ben venga, dunque, il revisionismo se serve a farci scoprire come sono andate veramente le cose, ma è assolutamente sbagliato se viene strumentalizzato per fini propri, per quanto nobili possano essere.

Credi che bisogna snazionalizzare la Storia, nel senso che essa, pur concependosi in nazioni, paesi, va oltre?
Certamente la storia è storia di tutta l’umanità, però ritengo praticamente impossibile studiare tutto con lo stesso rilievo. Inoltre penso che sia anche importante, in un’ottica più geografica che culturale, sapere che cosa è avvenuto nel luogo in cui si vive, per ciò io ritengo sempre opportuno fare riferimento in particolare agli avvenimenti di casa, che sono vissuti e sentititi come più familiari. Per questo io do sempre uno sguardo a cosa accadeva in Italia in un dato periodo ma anche a cosa accadeva nella mia regione che è la Sardegna. Quindi faccio un lavoro che ha un po’ l’aspetto dei cerchi concentrici, parte da casa mia, la Sardegna, si sposta in Italia, continua in Europa e si allarga al resto del mondo. Oggi poi in un’ottica multiculturale, anche se non bisogna estremizzare, è giusto sapere anche cosa è successo agli altri, ma in ogni caso le esperienze dei nostri vicini possono sempre servire anche a noi, così come il bambino sa che se fa la stessa monelleria per cui suo fratello è stato punito, la stessa sorte potrebbe toccare anche a lui.

C’è differenza fra ricerca storica condotta in Italia e in altri Paesi europei, in generale?
Ogni Paese fa un po’ a modo suo, non esistono dei veri standard soprattutto per la divulgazione storica, ma anche la ricerca stessa è spesso influenzata dalle più diverse esigenze. A questo proposito vorrei suggerivi un libro di Giuliano Procacci, edito da AM&D, che si intitola “La Memoria Controversa”. Procacci ci parla dei revisionismi, dei nazionalismi e dei fondamentalismi a cui devono sottostare i libri di storia dei vari paesi del mondo, analizzando i casi particolari dei Balcani, del Medio Oriente, della Russia, del Giappone, dell’Inghilterra, dell’India e degli USA. Un piccolo giro del mondo che ci mostra come vivono la storia i nostri vicini di casa e la confronta con noi, mostrandoci come anche se in Italia è in atto una forma di revisionismo, il nostro rapporto con la storia è abbastanza obiettivo, ma sicuramente eurocentrico, e spesso con pochi o nessun riferimento alle realtà particolari. La storia italiana è abbastanza posta in evidenza, viene lasciato un adeguato spazio alla storia europea in generale e dell’Europa occidentale in particolare, i riferimenti si fanno via via più sporadici man mano che si procede verso oriente, per tornare ad una maggiore ampiezza riguardo agli avvenimenti degli Stati uniti d’America, dalla rivoluzione americana in poi.

Come si potrebbe attirare l’attenzione dei giovani verso la Storia? Come la insegni tu?
Io, come ho già detto, cerco di coinvolgerli parlando anche di vicende a loro familiari e vicine, quindi utilizzo la storia della Sardegna in parallelo con quella Italiana ed Europea, facendo collegamenti fra le diverse realtà. Cerco anche di far notare ai ragazzi le conseguenze attuali degli avvenimenti e dei costumi passati, anche se lontani nel tempo. Un’altra cosa che i ragazzi trovano interessante, e che permette di analizzare molte situazioni, è il riferimento alla biografia dei governanti. Inoltre guardiamo insieme qualche film, in modo che abbiano un‘dea visiva del periodo trattato. Utili sono anche le escursioni nei luoghi di interresse storico e la lettura di libri che possono essere a loro scelta cronache dell’epoca, romanzi storici, biografie o saggi.

Un libro che consiglieresti in questo momento?
Io sono una grande appassionata di biografie, e potrei consigliarvene un’infinità, ma per oggi mi limiterò ad un libro che amo molto e che ci mostra un personaggio non sempre amatissimo: di Geoffrey Parker, edito da Il Mulino, “Un solo re, un solo impero. Filippo II di Spagna”. Vorrei anche segnalare il mio (e non solo mio) romanzo storico preferito, e per me il più grande di tutti i tempi: di Lev Tolstoj, “Guerra e Pace”.

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Altre interviste: qua.

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