La Storia va criticata, rimproverata, compresa, accettata… ? L’errore comune è quello di giudicare il passato con il metro di oggi, con le idee, la forma mentis, i tabù, i modelli con il quale viviamo e vediamo il presente. Ma i fatti di ieri si svolgevano in ben altre circostanze, in ben altri contesti storici, in particolari e determinate situazioni che hanno poco a che vedere con la nostra realtà. Ecco dunque perché, generalmente, consideriamo negativi certi aspetti di ieri.
Marc Bloch ce lo insegna egregiamente. Qua di seguito alcune riflessioni riportate nel suo immortale Apologia della storia.
È famosa la formula del vecchio Ranke: lo storico non si propone null’altro che di descrivere le cose «come sono avvenute» (wie es eigentlich gewesen). L’aveva detto ancor prima Erodoto: «raccontare ciò che fu» (ton eonta). In altre parole, il dotto, lo storico, è invitato a eclissarsi di fronte ai fatti. Come molte massime, anche questa dové forse la sua fortuna alla sua ambiguità. Vi si può leggere, modestamente, un consiglio di probità: tale ne era, senza dubbio, il senso per Ranke. Ma anche un consiglio di passività. Di modo che, ecco, ad un tempo, sollevati due problemi: quello dell’imparzialità storica, e quello della storia come tentativo di riproduzione o come tentativo di analisi.
[…]
Per lungo tempo, si vide nello storico, una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti. Bisogna credere che quest’opinione risponda a un istinto fortemente radicato, perché tutti i professori che si son trovati a correggere lavori di studenti sanno quanto difficilmente i giovani si lascino dissuadere dal rappresentare, dall’alto dei loro scranni, la parte di Minosse o di Osiride. Vale più che mai la frase di Pascal: «Ciascuno crede di essere Dio, giudicando: “questo è buono o cattivo”». Si dimentica che un giudizio di valore non ha ragione di essere se non come preparazione di un’azione e ha senso soltanto in rapporto a un sistema volontariamente accettato, di punti di riferimento morali. Nella vita quotidiana, le esigenze del comportamento ci impongono questa etichettatura, di solito molto sommaria. Là dove non possiamo più nulla, là dove gli ideali comunemente accettati differiscono profondamente dai nostri, essa non è che un impaccio. Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, per separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai reprobi? Assolutizzando i criteri, puramente relativi, di un individuo, di un partito, di una generazione, che stupidaggine applicarne i dettami al modo con cui Silla governò Roma o Richelieu gli stati del re cristianissimo![…]
Malauguratamente, a forza di giudicare, si finisce, quasi fatalmente, per perdere persino il gusto di spiegare. Siccome le passioni del passato mescolano i loro riflessi ai preconcetti del presente, la realtà umana non è più che un quadro in bianco e nero. Montaigne ci aveva già ammoniti: «Dal momento che il giudizio pende da un lato, non ci si può trattenere dal delineare e storcere la narrazione in quel verso». Dopotutto, per intendere una coscienza estranea, separata da noi dall’intervallo delle generazioni, occorre quasi spogliarsi del nostro Io. Per dirle il fatto suo, basta restare se stessi. Lo sforzo è certamente meno gravoso. Quanto più facile scrivere a favore o contro Lutero che scrutarne l’anima; credere a papa Gregorio VII piuttosto che all’imperatore Enrico IV, o ad Enrico IV piuttosto che a Gregorio VII, invece di tentare di dipanare le ragioni profonde d’uno dei maggiori drammi della civiltà occidentale! E prendiamo, fuori del piano individuale, la questione dei beni nazionali. Il governo rivoluzionario, rompendo con la legislazione anteriore, decise di venderli a lotti anziché metterli all’incanto. Indubbiamente, ciò significava compromettere gravemente gli interessi del Tesoro. Alcuni eruditi dei giorni nostri hanno protestato con veemenza contro quelli politica. Che uomini di coraggio se, alla Convenzione, avessero osato parlare con quel tono! Lontano dalla ghigliottina, questa violenza senza rischi diverte. Molto meglio cercare ciò che realmente volevano gli uomini del Novantatre. Anzitutto, desideravano favorire l’acquisto della terra da parte del popolo minuto delle campagne; all’equilibrio del bilancio, essi preferivano il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini poveri, garanzia della loro fedeltà al nuovo regime. Avevano torto o ragione? Che m’importa la tardiva decisione di uno storico a tale riguardo? Noi gli chiediamo soltanto di non lasciarsi ipnotizzare sulla propria scelta al punto di non riuscire più ad ammettere che un’altra sia stata un tempo possibile. La lezione dello sviluppo intellettuale dell’umanità è, nondimeno, chiarissima: le scienze si sono sempre mostrate tanto più feconde e, di conseguenza, tanto più utili alla stessa pratica, quanto più deliberatamente abbandonavano il vecchio antropocentrismo del bene e del male. Oggi si riderebbe di un chimico che mettesse da un lato i gas cattivi, come il cloro, e dall’altro i buoni, come l’ossigeno. Ma, se la chimica ai suoi primordi, avesse adottato questa classificazione, avrebbe rischiato fortemente di impantanarsi a tutto scapito della conoscenza dei corpi.[…]
Una parola domina e illumina i nostri studi: «comprendere». Non diciamo che il buon storico è senza passioni; ha per lo meno quella di comprendere. Parola, non nascondiamocelo, gravida di difficoltà, ma anche di speranze. Soprattutto, carica di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È così comodo gridare: «Alla forca!» Non comprendiamo mai abbastanza. Colui che differisce da noi ‑ straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un malvagio. Anche per condurre le lotte che si presentano come inevitabili, occorrerebbe un po’ più di intelligenza delle anime; a maggior ragione per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, pur che rinunci alle sue false arie di arcangelo, deve aiutarci a guarire di questo difetto. È una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro degli uomini. La vita, al pari della scienza, ha tutto da guadagnare da che questo incontro sia fraterno.
Rino, sottolineando.
- da Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Torino, 1969, pp. 123-127.
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